Fierro: Giornalista-Scrittore, amava la Calabria più dei calabresi!

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In memoria di Enrico Fierro, giornalista, scomparso due mesi fa, che oggi “riposa” in un cimitero della nostra regione. Il suo cuore è sempre stato al Sud. E al Sud è ritornato. Per sempre.

Un giorno a un politico che lo chiamò “cialtrone” solo perché aveva scritto dei suoi guai giudiziari, gli disse che “la democrazia è fatta di giornali osannanti e di giornali che scrivono quello che vedono”.

“La mia risposta a un fascista” la chiamò. Enrico Fierro era fatto così ed era sufficiente parlarci dieci minuti per capire cos’è la “raggia” attorno alla quale ruota tutto il romanzo “La Genovese”. Enrico quella “raggia” ce l’aveva dentro da sempre. A lui come a Frank, il protagonista del suo libro, lo ha consumato. Senza mai fargli perdere quella voglia di scrivere per cambiare le cose. La “raggia” era il “demone buono” che lo ha accompagnato per una vita. Era l’ossigeno che lo faceva sentire libero di raccontare senza filtri quello che i suoi occhi vedevano e che finiva nei suoi appunti. Libero di non guardare in faccia nessuno. Libero di amare un Sud senza, per questo, risparmiargli nulla delle sue contraddizioni.

Lo ha fatto fino alla fine e adesso che sono due mesi che Enrico ci ha lasciati, ancora in molti non riescono a farsene una ragione. Io per primo che a lui devo praticamente tutto quello che c’è da sapere di un mestiere che, “se lo fai in un determinato modo, – diceva – non ti farà diventare ricco, non ti farà prendere premi o riconoscimenti, ma ti consentirà di toglierti tante soddisfazioni e soprattutto di guardarti la mattina allo specchio”. Forse è questo il senso della dedica scritta nella prima pagina del romanzo: “A chi è rimasto indietro perché era più avanti degli altri”.

Aveva ragione. Aveva ragione su tutto. Enrico è sempre rimasto indietro, ma era anni luce più avanti degli altri. Già ci mancano i suoi articoli sulla Calabria, le sue analisi politiche. E ci continueranno a mancare. Non erano solo lezioni di giornalismo. Erano lezioni di vita che mi porterò sempre dietro: dalla volta in cui due magistrati ci minacciarono di arrestarci per aver pubblicato un articolo su un’inchiesta (gli rispose: “basta che ci mettete nella stessa cella perché tra poco è Natale”), ai quindici giorni in cui il “Fatto Quotidiano” nel 2013 ci ha inviato insieme a Lampedusa per raccontare i migranti morti in mare. A tutte le volte, infinite, che in Calabria ci siamo attirati le ire dei politici, di destra e di sinistra. La risposta di Enrico, il “professore”, era sempre la stessa: “futtetenne”. Era un modo come un altro per non ripetere che “la democrazia è fatta di giornali osannanti e di giornali che scrivono quello che vedono”. Per farlo, però, servono giornalisti come Enrico Fierro che non è voluto invecchiare, ma era vecchio stampo: taccuino e penna, nessun registratore, ma solo tante scarpe da consumare e chilometri da macinare prima di chiudersi in una stanza d’albergo, rimettere insieme le idee e massacrare i tasti di un computer come se fossero quelli di una vecchia macchina da scrivere.

Ci conoscevamo dal 2006 e da allora, in Calabria, abbiamo lavorato praticamente sempre insieme. Quanti caffè e quante sigarette bruciate in chiacchierate sui giornali, sulla politica e sulla deriva di un mestiere in cui, a volte, stentava a riconoscersi. Aveva ragione anche su questo. Non aveva un carattere facile Enrico. Era testardo e irreprensibile ma allo stesso tempo aperto a qualsiasi confronto. Aveva le sue idee frutto di un bagaglio culturale, morale, politico e giornalistico che in pochi possono vantare di avere e per i quali si batteva senza guardare in faccia nessuno.  Ma è stato anche una delle persone più generose che abbia conosciuto. Non posso dimenticarmi i suoi “futtetenne” che non avevano bisogno di spiegazioni ma che, da soli, sdrammatizzavano anche i momenti lavorativi più difficili. Minacce, licenziamenti, querele: “È Calabria, di che ti meravigli?” diceva dandoti sempre il consiglio giusto per affrontare quello che lui, in un’altra vita, aveva in qualche modo già vissuto.

Durante i due mesi in cui è stato ricoverato, ho pensato tante volte a cosa gli avrei voluto dire se ci fosse stata la possibilità di parlarci di nuovo. Abbiamo parlato di così tante cose in questi anni che mi viene in mente forse la parola più banale e bella da dire a un amico come lui: “Grazie”.

Purtroppo il destino, a volte, è “stronzo”. Stavolta lo è stato di più. Non mi resta che il rimpianto di non essere riuscito a convincerlo ad abbassare la marcia quando la salute pretendeva almeno un tagliando.

È andato via come ha vissuto. Come voleva lui e questo, probabilmente, è l’unica consolazione per chi gli ha voluto bene. Ha fatto quello che ha sempre voluto, fino alla fine immerso nelle sue battaglie. Anche da quel maledetto letto, le sue condizioni sanitarie venivano sempre dopo le tante cose in sospeso che aveva lasciato fuori dall’ospedale. Quella di Riace e di Mimmo Lucano lo ha visto impegnato fino a pochi giorni prima del ricovero. Ma era solo l’ultima. Enrico Fierro era molto di più. Il “professore” era tante cose. A sentirlo parlare veniva da domandargli quante vite avesse vissuto. Dagli anni in cui la Camorra dei cutoliani lo minacciava alle inchieste sui miliardi sprecati dalla politica campana nella gestione del post-terremoto dell’Irpinia. Dal trasferimento a Roma al periodo nei Balcani per raccontare una guerra sempre dalla parte degli ultimi. I suoi racconti sul G8 di Genova, quelli sulla Campania e quelli sulla Calabria sono pezzi di giornalismo che andrebbero studiati. Il suo cuore è sempre stato al Sud. E al Sud è ritornato. Per sempre.

Lucio Musolino*

*Giornalista de Il Fatto Quotidiano