Giuseppe Albano: “Il Gobbo del Quarticciolo”, nato a Gerace

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Ogni volta che mi immergo nelle ricerche che riguardano le persone che sono nate nella nostra Terra, mi rendo conto che possediamo un patrimonio inestimabile. Tante sono gli uomini e le donne che si sono distinti in vari campi, oppure per coraggio, dimostrando di credere ai valori di libertà e di amare la propria patria. Oggi racconterò di un ragazzo sui generis, nato a Gerace, di nome Giuseppe Albano, soprannominato “Il Gobbo del Quarticciolo”, entrato nella leggenda, considerato dalla gente un nuovo Robin Hood, ucciso all’età di 18 anni.

Giuseppe Albano nasce, a Gerace, il 23 aprile del 1926, ma a dieci anni si trasferisce con la famiglia a Roma, nella borgata del Quarticciolo. Una caduta gli causa una malformazione che lo porta ad essere soprannominato il “Gobbo”.

Sin da ragazzino inizia a commettere piccoli reati insieme ad altri suoi coetanei e, subito, si distingue da subito per il suo insolito coraggio, come quando riesce a disarmare due ragazzi, che lo stavano minacciando con un pugnale.

Durante gli anni della guerra, il suo coraggio non fece altro che aumentare, ed entra a far parte della Resistenza. Comincia la sua lotta partigiana tra il 9 e il 10 settembre 1943, partecipando a numerose operazioni di sabotaggio, soprattutto di treni tedeschi, oppure di assalto ai forni, per distribuire la farina alla popolazione affamata. Dopo l’8 settembre del 1943, a soli 16 anni, si ritrova a respingere l’avanzata dei tedeschi a fianco di soldati e altri civili a Porta San Paolo e vicino a Piazza Vittorio, conquistando la fiducia degli altri partigiani. Queste azioni fanno crescere la sua fama, anche per la sua rapidità d’azione e abilità nel dileguarsi, tanto da indurre il comando tedesco, che non ne conosceva la sua identità, ad ordinare l’arresto di tutti i gobbi di Roma. In particolare, l’uccisione di tre soldati tedeschi, durante un assalto ad un’osteria sulla Tuscolana, diventa motivo del rastrellamento del Quadraro, che il 17 aprile 1944 porta alla deportazione di circa 700 persone. Anche Giuseppe è tra gli arrestati, viene condotto in via Tasso e torturato, ma riesce a fuggire in circostanze non chiare, e dopo la liberazione forma una banda, a disposizione della Questura, con lo scopo di catturare i torturatori di Via Tasso. Insieme a questa banda si dedica a furti ed espropri a danno di ricchi, ed ex fascisti, offrendo il ricavato ai più poveri. Diventa, così, un idolo per la popolazione, che vede nella sua figura una sorta di giustiziere e difensore dei più deboli, un nuovo Robin Hood. In quel periodo, una delle azioni più eclatanti è stato limitare, grazie soprattutto al suo intervento, il transito sulle vie Casilina e Prenestina ai mezzi tedeschi che dovevano rifornire il fronte di Anzio. Si dice che “il Gobbo” da solo abbia ucciso parecchi uomini tra nazisti e fascisti. Per tale motivo, i nazifascisti lo avevano segnalato come elemento pericolosissimo e avevano raccomandato agli agenti di fare uso delle armi al primo accenno di reazione o di resistenza da parte sua, ma sembrava fosse impossibile rintracciare il famigerato “Gobbo”.

Durante una di queste azioni, in circostanze poco chiare, viene ucciso un caporale inglese. A seguito di quest’evento, si scatena un’imponente caccia all’uomo con l’invio di mezzi blindati, che trasformarono il Quarticciolo in una zona di guerra. Giuseppe, dopo essere riuscito in un primo momento a fuggire, venne riconosciuto e ucciso il 16 gennaio 1945, dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri, all’età di 18 anni.

Una controinchiesta condotta da Franco Napoli afferma che il ragazzo sia stato assassinato con un colpo d’arma da fuoco alla nuca da un’ex-spia tedesca.

Secondo un’altra ipotesi avanzata, da Silverio Corvisieri, nel libro “Il re, Togliatti e il Gobbo. 1944: la prima trama eversiva”, la morte di Giuseppe Albano non è avvenuta per mano dei carabinieri, ma è stata un’esecuzione compiuta da una frangia della Resistenza. Sempre seguendo questa tesi, secondo alcuni provata anche dalla rapidità con cui fu chiuso il caso, il “Gobbo” sarebbe stato ucciso da sicari di Umberto Salvarezza, leader di Unione Proletaria, gruppo su cui pesavano forti sospetti di formazione provocatrice. La tesi di un regolamento di conti all’interno della Resistenza, attraverso testimonianze inedite, è anche confermata nel libro “Il Gobbo del Quarticciolo e la sua banda nella Resistenza”, di Massimo Recchioni e Giovanni Parrella. La morte del “Gobbo” rimane avvolta nel mistero, ci sono ancora parecchie zone d’ombra da scoprire. Resta una vita avventurosa, un coraggio raro e una fama per un ragazzo che ha bruciato tutte le tappe della sua vita e ha visto la sua vita spezzarsi a soli 18 anni.

Alla figura di Giuseppe Albano si è ispirato il “Il gobbo”, film diretto da Carlo Lizzani nel 1960 e ambientato sullo sfondo dell’occupazione nazista e del primo dopoguerra delle borgate romane, in cui è una delle prime apparizioni sullo schermo di Pier Paolo Pasolini.