Giuseppe Ungaretti, un poeta moderno tra realtà e mistero

183

Giuseppe Ungaretti è stato poeta, scrittore, traduttore, giornalista e accademico d’Italia. Alcune sue poesie come La madre, Fratelli, Mattino sono quasi universalmente conosciute. È il poeta del mistero, ed il linguaggio di cui si serve per rappresentarlo è fatto di parole semplici, scarne, selezionate, essenziali che hanno sempre un rimando quasi religioso.

Nasce ad Alessandria d’Egitto, l’8 febbraio 1888, ed ivi trascorre l’infanzia e la giovinezza ricevendo la prima formazione; la città certo non è quella del periodo alessandrino, quando brillava in tutto l’Occidente e l’Oriente per cultura e ricerca, ed anche il grande Archimede vi si recava per approfondire i suoi studi scientifici, ma resta ancora una metropoli multietnica e multiculturale, specialmente dopo l’apertura del canale di Suez che ha richiamato tecnici e manodopera da ogni parte del mondo. Quando nasce Ungaretti il Canale è già aperto però ci sono ancora molti lavori da completare, ed è per questo che la famiglia del poeta lascia Lucca e vi si trasferisce; il padre trova lavoro come  sterratore e la mamma  in una panetteria. Il padre muore dopo poco tempo e la famiglia viene portata avanti dalla energica madre che si occupa del forno e provvede all’educazione dei figli. Giuseppe frequenta le migliori scuole della città, come il Collegio salesiano, dove ha modo di leggere Leopardi e Petrarca; in un secondo tempo si iscrive alla Scuola svizzera dove arriva il Mercure de France sul quale trova scritti di Baudelaire, Mallarmè, Poe e Nietzsche. Nella casa dei fratelli Thuile, da lui frequentata, incontra una ricca biblioteca da cui attinge a piene mani per farsi una cultura elevata. Nel 1912 lascia Alessandria per trasferirsi a Parigi per frequentare i corsi di diritto alla Sorbona; la città della Senna, in quel tempo, è frequentata dagli ingegni migliori del tempo, ed Ungaretti conosce Mallarmè, Apollinarie, di cui diventa amico, Carrà, De Chirico, Picasso, Modigliani, Palazzeschi, Soffici e Papini; proprio per l’amicizia con quest’ultimo, Papini, Soffici e Palazzeschi i suoi scritti vengono pubblicati dalla rivista “Lacerba” ed entra nel mondo letterario. A Parigi, frequenta per due anni i corsi di filosofia tenuti dal filosofo Bergson il cui vitalismo influenza, in qualche misura, il suo modo di vedere la vita. Nel periodo pre-bellico il mondo politico e culturale europeo è scosso dalla propaganda neutralista ed interventista; il poeta si schiera con questi ultimi e fa richiesta di partire volontario. Appena scoppia il conflitto, infatti, è tra i primi a partire per il fronte, da soldato semplice di fanteria, con destinazione le montagne del Carso. Non è per noi oggi facile capire le arcane ragioni che spingono il poeta a chiedere di andare in guerra. Lo troviamo subito nelle trincee del monte San Michele, dove la vita è dura e la guerra dimostra subito la sua violenza bestiale. La vita di trincea non piega la sua forza d’interventista, ma gli dà modo di riflettere sulla guerra, sul bene unico e misterioso che è la vita e sui segreti della propria anima. La prima raccolta poetica di Ungaretti ha per titolo “Il porto sepolto “; l’Autore, durante gli anni trascorsi ad Alessandria, aveva sentito parlare di un antico porto, risalente forse all’età dei Tolomei, che nessuno aveva mai visto, ma depositario di tanti segreti. Il porto rappresenta la propria interiorità nascosta nella quale il poeta, novello Orfeo, scende per captare quanto possibile, per poi comunicarlo agli uomini. C’è un chiaro riferimento a Freud e agli Orfici, ma il pozzo resta sempre un mistero, anche se il poeta fa il tentativo di esplorarlo. Da questo punto di vista Ungaretti è il poeta del mistero ed il linguaggio di cui si serve per rappresentarlo è fatto di parole semplici, scarne, selezionate, essenziali che hanno sempre un rimando quasi religioso. Ma non è possibile esplorare completamente il porto e non è possibile trasmetterlo tramite la parola; quest’ultima, nella poesia di Ungaretti, rinvia a qualcosa che va oltre la parola: da qui il senso del mistero. Il poeta è come una moderna Sibilla che scrive sulle foglie. Mi viene in mente  Heidegger di “Essere e tempo”; il filosofo, dopo un’analisi esistenziale dell’Esserci cioè “dell’essere per la morte“, s’accorge che siamo finiti, cioè immersi nel tempo. L’uomo è essere per la morte non perché la morte necessariamente deve arrivare, ma perché la morte è insita strutturalmente in noi. Quando i Greci volevano designare l’uomo dicevano Il mortale. S’accorge che l’Essere non si lascia cogliere per via del logos e si rifugia allora nella poesia, esempio Holderlin, il cui linguaggio sembra più idoneo a cogliere il mistero. Vale anche per Ungaretti: ciò che non è afferrabile con la parola può essere colto  dal linguaggio poetico e dalla Fede. Nelle montagne del Carso nascono le poesie di guerra; tra una battaglia e l’altra il poeta, con i piedi nel fango, i pidocchi addosso ed un compagno morto al lato, compone, su pezzi di carta occasionali, i brevi testi. Passata l’euforia ora la guerra dimostra tutta la sua faccia selvaggia, inumana ed assurda: il poeta continua a combattere nel fango della trincea, col commilitone accanto, falciato dalla mitraglia, “che digrigna i denti rivolto al plenilunio”. Oppure San Martino del Carso, dove il poeta ci fa vedere le rovine della guerra aggiungendo però che  il luogo più straziato è il suo cuore. Nella raccolta Allegria di naufragi, paragona gli uomini alle foglie autunnali sugli alberi; vive la precarietà della vita sulla quale la morte incombe in ogni attimo. La raccolta Sentimenti del tempo contiene i componimenti della maturità; il poeta si lascia alle spalle gli orrori delle guerre e si occupa della propria vita intima: il tempo, cioè la vita, che abbraccia il passato, il presente e l’eterno; il tempo inesorabile  che scorre senza posa e non lascia afferrare crea nel poeta un senso di vuoto. Qualcuno ha parlato di poesia metafisica, ed è stato accostato al barocco. Nella raccolta “Sentimento del tempo”, Ungaretti si accosta alla tradizione poetica classica del nostro Paese, in modo particolare a Petrarca e Leopardi. Aderisce al Fascismo e firma il Manifesto degli intellettuali fascisti, anche se in tutta la sua opera non c’è traccia della visione della vita fascista e della retorica del Regime. Il conflitto nella propria anima tra i beni mondani ed effimeri ed il bisogno del trascendente e dell’eterno gli aprono le porte alla conversione al cattolicesimo. La sua vita è costellata dal dolore: la morte del fratello, della moglie e del proprio bambino Antonietto, sul quale ci ha lasciato una struggente poesia. Dopo la Liberazione, ed il ritorno del Paese alla vita democratica, in un periodo turbolento di passaggio dal Regime alla vita democratica, gli viene tolta la cattedra di Letteratura italiana alla Sapienza ottenuta, durante il Ventennio,  per chiara fama. Conobbe, di nuovo, negli ultimi anni di vita un amore intenso, autentico con una giovane brasiliana di 26 anni: su questo amore ci resta un ricco epistolario. Fu poeta, scrittore, traduttore, giornalista e accademico d’Italia. Alcune sue poesie come La madre, Fratelli, Mattino sono quasi universalmente conosciute. 

Muore, a Roma, nel 1970 tra l’assenza del mondo delle Istituzioni e della cultura.

Bruno Chinè