I Baluardi della libertà

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Nella mia cultura il magistrato ha un ruolo fondamentale, ben più importante di quello in cui le distorsioni di questi ultimi decenni lo hanno relegato. Ma per riconquistare la centralità del suo ruolo il giudice deve partire proprio da quello che è lo slogan dell’iniziativa della Camere penali calabresi: la tutela della libertà dei cittadini.

 Il 14 e 15 luglio scorsi si è svolto lo sciopero indetto da tutte le Camere Penali della Calabria, “A tutela della libertà dei cittadini”.

Non si è trattato di uno sciopero di una corporazione per rivendicare interessi economici o, comunque, di parte, ma un’ iniziativa di uomini liberi – avvocati delle più differenti estrazioni politiche – dichiaratamente attuata, come si evince dallo slogan, per una finalità che dovrebbe essere condivisa unanimemente, rappresentando la libertà dei cittadini il bene primario, tutelato dalla Costituzione e minacciato continuamente da leggi a volte addirittura liberticide, espressione chiara di una deviazione giustizialista del nostro improvvisato legislatore.

La notizia dello sciopero dei penalisti calabresi l’ha data sullo scorso numero di questo settimanale Ilario Ammendolia, prendendo lo spunto per denunciare lo sfacelo sociale determinato dalla “pesca a strascico” in materia penale, che fa incappare nella rete una percentuale spesso imbarazzante di innocenti, e dell’abuso delle interdittive antimafie che, specialmente in Calabria (ma direi anche in altre Regioni meridionali) determinano una concreta alterazione sia del corretto andamento dell’economia (come se non bastasse la ‘ndrangheta per inquinarla), sia, soprattutto, della vita e dei diritti democratici, inibendo a civilissime comunità il potere di auto amministrarsi democraticamente.

A Lamezia si è tenuto, nei due giorni dello sciopero, un dibattito che ha visto, oltre ai penalisti calabresi, la partecipazione del Presidente dell’Unione delle Camere Penali italiane, Gian Domenico Caiazza, del Presidente della Camera Penale di Roma, Vincenzo Comi e rappresentanti dei penalisti di ogni altra parte d’Italia.

La denuncia è stata forte: «Vi è una specificità negativa della condizione della giustizia penale in Calabria, dove la macchina dei procedimenti affidati alle regole del doppio binario enfatizza sempre più il “risultato investigativo” a discapito della formazione della prova in contraddittorio. Il ruolo del difensore è relegato a quello di “ostacolo” all’esercizio della giustizia penale».

Ma non solo ostacolo: spesso, nel processo penale specialmente, c’è l’identificazione dell’avvocato col cliente. Chi difende il “mostro” di turno (presunto innocente per quanto possa essere efferata l’accusa) è mostro egli stesso. Così che forse sarebbe meno ipocrita stabilire per legge (ovviamente incostituzionale) che di fronte a certe accuse l’individuo non ha diritto di difesa.

Il punto è che il problema della giustizia, della libertà e delle garanzie individuali sono argomenti che assumono rilievo soltanto quando vengono meno. Normalmente le persone normali non se ne occupano: salvo scoprirsi garantisti allorché si viene toccati personalmente. Anche chi fino al momento prima di essere arrestato era del partito del “gettiamo la chiave”, invoca tutte le garanzie e scopre la drammaticità della pena prima della condanna e della tortura – reato di per sé – di un processo che durerà anni; e che si accorge subito chiunque non è combattuto ad armi pari.

Mi dicono che le associazioni dei magistrati, sia pure invitate ad un confronto si sono sottratte; per quanto consta una sola reazione, quella dei giudici della corrente “Area democratica per la Giustizia”, che avrebbe denunciato il documento dei penalisti calabresi come «una denigrazione generica e generalizzata dell’intera attività giurisdizionale penale svolta da tutti i magistrati operanti nei distretti calabresi, con il risultato di determinare presso la pubblica opinione una delegittimazione diffusa ed indiscriminata della funzione giudiziaria, tra l’altro in distretti già interessati da pervasive forme di criminalità organizzata e da disagi socio economici», chiedendo – non comprendo a che titolo e con quali poteri –  l’intervento del CSM.

Qui finisce la mia cronaca.

Mi riservo queste ultime righe per alcune considerazioni, ahimè, molto amare per me stesso: e non mi riferisco soltanto alla situazione dei cittadini calabresi, ben più svantaggiati degli altri.

Regredire l’iniziativa calabrese a uno scontro avvocatura-magistratura è un errore voluto e creato artatamente, che ne avvilisce la finalità.

Non comprendo se il malumore di una parte della magistratura derivi dalla richiesta dell’applicazione delle garanzie processuali e di rispetto per il difensore che solo una incultura può identificare con l’imputato. Voglio credere che non sia così e che la protesta discenda dalla presunzione di svolgere una funzione che non consente critiche.

Nella mia cultura il magistrato ha un ruolo fondamentale, ben più importante di quello in cui le distorsioni di questi ultimi decenni lo hanno relegato.

Ma per riconquistare la centralità del suo ruolo il giudice deve partire proprio da quello che è lo slogan dell’iniziativa della Camere penali calabresi: la tutela della libertà dei cittadini.

Libertà che, specialmente, in Calabria è sempre più avvilita, non soltanto nelle espressioni giurisdizionali, ma anche nei provvedimenti amministrativi, fino a diventare un non-valore.

Tommaso Marvasi