I Bronzi, cinquant’anni di occasioni perse

230

Noi, guerrieri senza armi, vorremmo scendere dai nostri piedistalli e inabissarci nelle acque dello Ionio per non vedere la fine misera verso cui va incontro la nostra terra. Ci avete tirato fuori per portarci in giro come fenomeni da baraccone. E il mondo ha visto come eravamo noi e cosa siete voi.

 Vi ricordate le polemiche quando ai Bronzi fece visita il fotografo Gerald Bruneau? Le statue posarono per lui lasciandosi agghindare con tulle e veli. E quanto si gridò contro Sgarbi, per l’ipotesi di un giretto in Lombardia? E le imprecazioni a Merlo, che su Repubblica scrisse dell’ospedale di lungodegenza in cui restauravano i Bronzi? Parlarono addirittura loro, i Bronzi, durante l’esilio a palazzo Campanella per i restauri: “Che ne sapete voi della nostra pena? Coricati ed esibiti, dietro una vetrata, su due lettini ortopedici, come due caduti in battaglia, due cadaveri, ricoverati ora in un eterno ospedale del restauro, ora in un silenzioso ospizio. Disarmati da tempo da ignobili mani che, prima del ritrovamento, ci hanno levato via ogni segno del nostro antico mestiere. Noi, guerrieri senza armi, vorremmo scendere dai nostri piedistalli e inabissarci nelle acque dello Ionio per non vedere la fine misera verso cui va incontro la nostra terra. Ci avete tirato fuori per portarci in giro come fenomeni da baraccone. E il mondo ha visto come eravamo noi e cosa siete voi. Ci avete fatto diventare come i Sioux arresisi alle giubbe blu. Dei tristi Buffalo Bill pagati per fare centro al circo. Ci avete costretto, noi guerrieri indomiti, a vedere i nostri figli degeneri piangersi addosso e spargersi per il mondo a elemosinare un pezzo di pane. Dovevate lasciarci al sonno eterno al quale ci eravamo votati, sommersi da sabbie d’oro e acque di smeraldo. Potevate risparmiarcele le umiliazioni di questi anni, il conoscere l’inutilità delle nostre mille battaglie. Un popolo lo si giudica dal rispetto che ha per i propri morti e voi siete gente che i padri li lascia insepolti alla mercé di corvi e sciacalli. Vi fossero almeno utili a riempirvi lo stomaco, le nostre vestigia e le esibizioni a cui siamo costretti. Ma nemmeno un buon palco siete riusciti a costruirci e manco il biglietto per vederci siete in grado di farvi pagare. No, voi della nostra pena non sapete nulla. Gonfiate il petto quando la maggior parte di voi non è neanche venuta a ossequiarci, sapete di noi per sentito dire, in virtù delle polemiche che di tanto in tanto montano. Come sapete poco di Sibari, della villa di Casignana, dei draghi di Kaulon. Siamo ostaggio del vostro stupido orgoglio. Vi serviamo per dire che voi venite dalla nostra prestanza fisica e dalla nostra forza morale. Fate un favore a voi stessi, abbiate un moto d’orgoglio sano: riseppelliteci, così in un futuro lontano quando di voi si sarà perso il ricordo, qualcuno ritrovando noi magari immaginerà grandi anche voi”. Vecchie polemiche, superate, si sperava. E si sperava, alla fine, di arrivare fra i fasti alla ricorrenza dei cinquant’anni del ritrovamento. Che una Calabria diversa, nuova, festeggiasse il simbolo più importante della propria cultura. Invece, a qualche mese da agosto, di cosa si farà per l’evento se ne sa poco: dove, come, con chi? Resta troppo poco tempo per cose grandiose. Avremmo dovuto iniziare l’anno, almeno con una spilla sul petto con la loro effige. Tutti. Essere immersi in un’atmosfera febbrile, da festa collettiva, che varcasse pure le frontiere del Pollino. La politica annuncia finanziamenti ingenti e il direttore del museo chiude le attività di aprile, invoca aiuto: non ha personale sufficiente. Il museo che custodisce una delle massime espressioni della cultura greca non è adeguato al proprio tesoro. Oggi, Riace lo conosciamo più per Mimmo Lucano che per i Bronzi. E tutta un’area ionica che avrebbe potuto, potrebbe, vivere meglio grazie ai capolavori ricevuti, senza merito, dal passato, sopravvive a fatica. E i Bronzi cominciano a stancarsi. Parlassero di nuovo, chiederebbero ancora di essere ributtati in mare. Chiederebbero di attaccare ai loro piedi un cartello con su si scritto: noi siamo l’ennesima occasione persa.