Il mio scrivere è un affresco del Sud, di ogni Sud

424

Intervista a Gioacchino Criaco in vista dell’uscita del suo ultimo romanzo, “Il custode delle parole”. Ancora una volta lo scrittore di Africo, ci porta in un viaggio intimo, alla scoperta della nostra terra, regalandoci una serie di sfaccettature che ci permetteranno di scoprirla e amarla per davvero, senza dimenticare il passato.

Criaco scrittore nasce, storicamente, con “Anime nere”. Com’è nato il tuo   primo libro? Ti sei presentato tu dall’editore? Hai mandato tu il racconto? Come e quando decidi che “Anime nere” doveva uscire dalla tua scrivania ed essere pubblicato?

Nasce da un ritorno in Aspromonte, durato molto tempo. In fondo è la montagna che ha deciso, che mi ha raccontato una storia. Sono stato strumento. Dopo, senza rivolgermi a nessuno, ho stampato delle copie, le ho infilate nelle buste e le ho spedite: Luigi Franco e Rubbettino, è solo stato il più lesto a rispondere.

 Ilario Ammendolia in un convegno ha detto: “Gli africoti sono tra i calabresi più intelligenti”. L’essere africoto ha caratterizzato la tua scrittura?

 Non amo le patrie, le nazioni, i confinamenti e i confini. Ma Africoto sì, lo sono profondamente, col carico di rabbia, di ingiustizia, di ribellione che gli Africoti si portano dietro. Ed è vero che gli Africoti, un tempo, si contraddistinguevano per parecchi tratti positivi. Oggi, un po’ di meno, ma continuano a essere fulminanti, prima di arrendersi alle emergenze della vita.

 Pochi sanno, forse, che “Anime nere” fa parte di una trilogia, insieme a “Zefiro” e “American taste”, tutti editi da Rubettino. Leggendo solo “Anime nere” si comprende il senso del tuo scrivere, oppure la trilogia dà una comprensione completa?

Anche dopo la trilogia ho continuato a scrivere i libri come fossero capitoli di un unico romanzo, che è un affresco del Sud, di ogni Sud. Come per i libri, in qualunque cosa io scriva c’è lo spirito di un mondo, di una cultura, alternativi, che non hanno complessi d’inferiorità e professano le loro idee, mantengono vivi i loro principi, i loro sogni, la loro visione del futuro.

 Ho letto sulla “Riviera”, di qualche anno fa, che Pasquino Crupi ti voleva dedicare un premio in sezione unica e speciale come “primo romanzo internazionale di letteratura di ‘ndrangheta, paragonandolo “Al nome della rosa” di Umberto Eco che per lui rappresentava il primo romanzo internazionale. Cosa ricordi di Pasquino?

Pasquino mi disse: “Noi critici possiamo fare come vogliamo, possiamo dire bene e dire male, fare bianco il nero, ma sappiamo chi vale e chi no, e molti dovrebbero stare lontani dalla penna”. Mi diede il premio Micu Pelle, disse, “Siccome sono presidente, giurato, faccio come mi pare e lo assegno a Criaco”. È una delle più grandi personalità che la Calabria abbia prodotto, ha pagato per il suo altruismo, la disponibilità, la lealtà. Poteva diventare molto più noto, avere allori a iosa, ha preferito essere sé stesso. Nei suoi confronti la politica calabrese ha commesso un artisticidio, provando sempre a cancellarlo, e alla fine chi gli ha riconosciuto di più è stato Scopelliti, distantissimo dalle idee, politiche, di Pasquino. Non lo rimpiangeremo mai abbastanza, Riviera ha il merito di essersi messa al servizio, ai piedi di Pasquino, quando la politica stava per cancellarlo.

Ora passiamo al tuo nuovo libro “Il custode delle parole”, il protagonista sembra vivere un’irrequietezza, che lo porta a provare un rapporto odio-amore con la sua terra, la Calabria. È così?

Ci hanno educati, negli ultimi decenni, al disamore, una schiera di traditori travestiti da saggi che ci hanno cresciuti con la pacca sulle spalle e l’invito alla rassegnazione.

 Non è, forse, lo stesso rapporto che provano tutti i calabresi?

Che poi, l’irrequietezza è un nostro tratto culturale: siamo un popolo d’Avvento, attendiamo da sempre qualcosa. Siamo ancora in attesa. Ma non abbiamo capito esattamente cosa aspettiamo. E allora, in tutto, ci mettiamo un’interruzione, una pausa. Noi siamo il Non Finito Calabrese, ma continuiamo a negarlo.

Ad un certo punto, però, succede qualcosa tanto che Andria sempre vedere l’Aspromonte con occhi diversi. Perché c’è sempre bisogno di questo scatto per apprezzare questa terra?

Lo scatto è sempre interiore, è il capire quale storia cerchiamo, per diventare noi stessi una storia. In genere la cerchiamo fra treni, aerei, macchine, bastimenti e corriere.

 In uno dei tuoi articoli per “Riviera” scrivi che la Calabria dovrebbe liberarsi delle sue zavorre per andare avanti? Perché, dopo tanti anni di sottosviluppo e delusioni, continuiamo a fidarci della stessa tipologia di persone?

Perché non riusciamo a liberarci da un sentimentalismo che ci possiede, ci domina e indirizza il nostro agire: e continuiamo a sostenere e a votare gli amici, i compari, i parenti. Perché in fondo siamo buoni, fessi ma buoni e moriremo di troppo affetto e familismo.

 Quali sono, invece, le zavorre di cui deve liberarsi Andria?

Dalla paura di affrontare la realtà, di assumersi la responsabilità che la propria storia impone.

Scrivi spesso la parola “valigia” che rappresenta bene il dramma dell’esodo dei calabresi di questo nuovo millennio, come ritieni che si debba affrontare il problema?

Convincendosi che le prebende del benessere, il successo, i soldi, sono inutili orpelli. Se continuiamo a ragionare in termine di soldi, continueremo a partire. In fondo basterebbe un tetto, un letto, un pasto, ma ci hanno convinto che serva altro.

 Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sono insieme a un sedicenne, nel 1913, che incontra per la prima volta il mare, il treno, il circo, e una ragazza che è più alta di lui di quasi una testa.