Il sequestro di Alfredino

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Alfredo era un ragazzino sveglio. Nascere e vivere in Calabria, nella fascia Jonica reggina, lo ha reso formidabile e i suoi occhi vispi già guardavano oltre. Il contesto sociale e la quotidianità lo costrinsero, sin da piccolo, a ritenere quasi normale la sequela di omicidi e sequestri di persona, così come subire l’atteggiarsi di tanti adulti aggressivi e prepotenti.

Alfredo era un ragazzino sveglio. Nascere e vivere in Calabria, nella fascia Jonica reggina, lo ha reso formidabile e i suoi occhi vispi già guardavano oltre. Il contesto sociale e la quotidianità lo costrinsero, sin da piccolo, a ritenere quasi normale la sequela di omicidi e sequestri di persona, così come subire l’atteggiarsi di tanti adulti aggressivi e prepotenti. Alfredo osservava e cresceva nella convinzione che l’esistenza non doveva funzionare così. Era la Bovalino della fine degli anni anni‘70. La sera del 30 ottobre 1979, Alfredo si avvia verso casa dopo aver lasciato il negozio di famiglia: una nota gioielleria del centro storico del paese. Gli affari vanno bene: il padre muove i passi, con incoraggianti risultati, nell’intricato mondo dell’imprenditoria edile. Quando Alfredo arriva nel cortile della sua abitazione, due uomini gli corrono minacciosamente incontro, il ragazzino nonostante intuisca il pericolo, nota un’automobile che, con una manovra repentina e in retromarcia, si dirige verso di lui. Pensa che alla guida ci sia qualcuno il quale, accortosi di quanto stia accadendo, vuole aiutarlo. Ma è solo un’illusione: proprio in quella macchina, i due uomini, dopo averlo afferrato e sollevato di peso, lo caricano e per portarlo via. Durante la fuga, incrociano l’autovettura della madre. Alfredo, a dispetto dei suoi tredici anni, con lucida maturità, comprende immediatamente di essere stato sequestrato. Subito incappucciato, gli chiedono il nome e lui, con una prontezza, indice di una rara vivacità intellettiva, pronuncia ripetutamente il nome di un suo compagno di classe, nell’ingenua speranza di essere rilasciato dai sequestratori, che però non si lasciano ingannare. Giunti in aperta campagna, è costretto a proseguire a piedi. Alfredo riesce, comunque, a intravedere l’alone della luna che filtra attraverso il cappuccio. Scortato dagli uomini della ‘ndrangheta, che lo avevano “Catturato”, tenta di sondare il terreno, forse per mostrare di non aver paura, commenta con i sequestratori la circostanza che quella sera c’era una bella luna piena. Innervositi, i rapitori gli mettono in faccia un altro cappuccio, con l’interno di pelliccia, che vanifica i tentativi di Alfredo di percepire i particolari di quanto stava accadendo intorno a lui. Questo primo confronto con i futuri carcerieri fu utile per ideare una strategia comportamentale. Permetterà ad Alfredo di fronteggiare la terribile prigionia che dovrà affrontare. Trascorreranno quattro mesi interminabili passati in rifugi di fortuna, costruiti con pochi robusti rami di legno ricoperti di fogliame, dalle ridotte dimensioni di circa due metri per un metro e mezzo. Sempre monitorato e, nella notte, affiancato da due dei carcerieri che dormivano al suo fianco. Lo spazio ridotto costringeva tutti a rimanere, reciprocamente, a contatto; impedendo qualsiasi movimento. Alfredo intuiva che se avesse rispettato le regole avrebbe guadagnato la fiducia e un po’ di libertà “Vigilata”. Quindi, si sforzò di classificare e distinguere coloro con cui avrebbe potuto avere a che fare, magari per scambiare qualche parola. Ad ognuno di loro attribuì un nome: Marco, Nessuno, Ulisse ed altri nomi che ricavava dalle esperienze scolastiche e dal suo trascorso. A suo modo, rispettava e cercava di farsi rispettare. I sequestratori lo lasciavano a viso scoperto mentre erano loro ad infilare il passamontagna per non farsi riconoscere. Alfredo, ogni mattina prima di uscire dal rifugio, allertava i suoi carcerieri, perché si coprissero il volto. Iniziò così un rapporto particolare e singolare con i sequestratori. Il piccolo Alfredo cercava di emulare fattezze e atteggiamenti, mostrava predisposizione e passione per le armi, ascoltava di buon grado i discorsi sul vero uomo: “U Cristianu”. Di come bisognava comportarsi con le donne, in famiglia, nella società, ostentavano l’uomo che non temeva nulla, un modello di uomo invincibile. Ed era così che avrebbe voluto sentirsi Alfredo, sentiva un senso di onnipotenza, tanto da non temere più per la propria vita. L’unica trepidazione dimostrata fu in occasione di qualche avvicinamento dei Carabinieri, quando l’elicottero, sorvolando l’Aspromonte, si avvicinava in prossimità dell’obiettivo, ma senza fortuna. Solo in quelle occasioni, Alfredo veniva legato e incappucciato. In quei momenti, mentre lo immobilizzavano, osservava quegli uomini appostati con i fucili in braccio, pronti a vendere cara la pelle e a uccidere chiunque si fosse avvicinato. Per la paura, in quelle occasioni, sperava tanto di non essere ritrovato perché intuiva, con terrore, che un conflitto a fuoco sarebbe stato pericoloso per la sua incolumità. Questa immagine di se stesso, questa infantile immedesimazione nei sequestratori, l’illusione e il tentativo di imitarne il modo di essere, di pensare e di omologarsi, per essere accettato e rispettato, gli indicarono la via di fuga mentale. Percepiva che mostrarsi debole, tremante, terrorizzato, contribuiva a innervosire i sequestratori e che qualsiasi colpo di testa, qualsiasi tentativo di resistenza o di ribellione, avrebbe scatenato dure punizioni corporali. Alfredo si sforzava di immedesimarsi nel ruolo. Dapprima, il sequestrato modello, mansueto e docile, poi affine ai suoi stessi sequestratori, dei quali imitava il modo e l’atteggiamento spavaldo e aggressivo (in una occasione, al passaggio di alcuni cinghiali si vantò con i sequestratori di poterne uccidere uno armato solo di un coltello) e comportamentale (giocava con le armi dei rapitori). Alfredo rielaborava, in tal modo, la terribile esperienza che stava vivendo, ed il meccanismo di difesa da lui escogitato influirà in modo determinante sulla sua formazione. Tentava di sedurli atteggiandosi a “Uomo di Rispetto” e mostrandosi quasi alla pari con loro per esorcizzare la paura e l’ansia. Pagato il riscatto, si salutarono cordialmente e uno di essi regalò ad Alfredo duecentomila lire, per comprarsi un fucile. Quando fu rilasciato, il piccolo uomo non era disorientato o smarrito, ma consapevole di percorrere la strada indicata per tornare a casa. Lungo il cammino, non trovò nessuno per chiedere aiuto, incontrò solo due cani randagi che gli ringhiarono contro, senza riuscire ad intimidirlo. Provò dispiacere solo per non avere armi con sé ma, in casodi attacco, sarebbe stato in grado di neutralizzarli, anche a mani nude.  Alfredo tornò a casa il 23 febbraio del 1980 e, con il denaro donatogli dai sequestratori, comprò il fucile che tanto aveva desiderato. Alfredo Battaglia fu rapito il 30 ottobre del 1979 e rilasciato dopo 115 giorni di prigionia. L’originaria richiesta di riscatto di un miliardo scese a 280 milioni di lire faticosamente raccolti dalla famiglia con l’aiuto di parenti e amici. Sono stato amico di Alfredo che, sollecitato, sporadicamente mi ha parlato della sua esperienza di sequestrato. Non è riuscito a dare una valenza a quel particolare vissuto. Una frase, tra le ultime, ha tradito il dramma psicologico da lui vissuto da ragazzino e divenuto adulto troppo presto: “Non ho impiegato tempo per capire che essere “uomo” è cosa ben diversa da quella che mi avevano fatto credere i miei sequestratori. Fingevano benevolenza, ma erano criminali e malvagi. E non è stato facile abbandonare quel senso di rancore, che invase il mio essere e che guidò le mie azioni ancora molti anni dopo la liberazione”. Alfredo è morto per un male incurabile e fulminante nel 2017, presso l’ospedale di Locri.

Cosimo Sframeli