Il Sud è frainteso

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Al Sud l’uomo è sempre stato sul traguardo, ma non lo vede perché si è costruito dei muri intorno. Solo l’istinto sopravvive, che è istinto culturale e di sopravvivenza. Da ciò nasce il non finito mediterraneo, le case a metà, a meno della metà. La vita non ha bisogno di muri, la vita deve aggrapparsi alle terre che non hanno muri, insistere sugli spazi in cui non ci sia bisogno di incubarsi nel cemento per non essere sopraffatti dalla natura. Al Sud è sempre e solo servito un sottile tetto di paglia, per trascorrervi i palpiti di cattive digestioni di nuvole, solo temporanee. La Calabria è una soltanto. C’è un solo Sud.

 A Sud l’uomo è tartaruga, lumaca. Ha casa sulle spalle, su spalle che stanno fuori dalle case. Per questo il Sud è macerie di città sconfitte, di sfide inutili a un cielo che si è fatto tetto per l’uomo. Il cemento non serve, non è mai servito, polvere che è tornata o tornerà alla polvere. Eruzioni, alluvioni, terremoti, sono sentenze divine: divieti edilizi. I figli sono figli di strade sterrate, di rioni famiglia. Si sono erette basiliche, dove sarebbe bastato un tenue riparo di paglia e il cielo le ha schiacciate, le schiaccerà. Il Mediterraneo è unica e immensa casa in cui stare fuori è stare dentro e non ha senso costruire una casa all’interno di un’altra casa. Così al Sud da tempo relativo si vive nella contraddizione imitando, essendo stati spinti a farlo, quella che a Settentrione è una necessità: lì il cielo non è tetto. E a Nord il cielo non è tetto, perché nessun tipo di Dio ha costruito il Nord perché fosse abitato. Il Nord abitato è una fallimentare ambizione umana: la vita non ci è nata, vi si è spostata, in un moto che avrebbe dovuto essere passaggio. Così a Nord si vive da sempre nella contraddizione imitando qualunque tipo di Dio nella costruzione di case a modello di cielo. L’uscita dalle contraddizioni umane del Sud è l’abbandono delle case. L’uscita dalle contraddizioni umane del Nord è il ritorno a casa, al Sud. L’equivoco del Settentrione è modellare il Meridione a propria immagine. Il Sud si è perso dietro un culto ingannevole e non legge nel proprio passato quanto portano scritto addosso i resti di antiche rovine: non servivamo. Tutto già c’era e tutto può tornare a esserci. La modernità del Nord non è un treno perso, solo un treno sbagliato. Che ha sempre corso verso il nulla, allontanandosi dal traguardo invece di avvicinarsi. E al Sud l’uomo è sempre stato sul traguardo, ma non lo vede perché si è costruito dei muri intorno. Solo l’istinto sopravvive, che è istinto culturale e di sopravvivenza. Da ciò nasce il non finito mediterraneo, le case a metà, a meno della metà. La vita non ha bisogno di muri, la vita deve aggrapparsi alle terre che non hanno muri, insistere sugli spazi in cui non ci sia bisogno di incubarsi nel cemento per non essere sopraffatti dalla natura. Al Sud è sempre e solo servito un sottile tetto di paglia, per trascorrervi i palpiti di cattive digestioni di nuvole, solo temporanee.  La Calabria è una soltanto. C’è un solo Sud. Chi costruisce storie complesse quello fa: racconta storie. Esiste un solo popolo, quando elementi culturali di base accomunano popolazioni sparse su un territorio vasto. Il Meridione è un unico immenso mondo che spira la stessa gioia tragica da ogni suo angolo, che è immerso nella medesima magia fin nel fondo dei suoi remoti refusi. Un popolo chino sotto San Gennaro e la Persefone, nel medesimo dilatato istante. Un misto di viltà ed eroismo, di sarcasmo e cinismo che nuota nel mare e scala inciampi improvvisi di terra. Soltanto un Sud è, e la Calabria lo misura nella sua dimensione archetipa. In essa si rincorrono i due epifenomeni della più grande espressione culturale di massa: il non finito e la rovina. Se li si guarda in uno stesso fermo immagine, andranno a coincidere, entrambi pronti a solidificare il futuro, ipotetico, entrambi destinati all’inconclusione, al vaticinio di viscere sparse, a un Avvento Cristiano via via procrastinato. I paesi spopolati, in rovina, sono uguali ai mattoni denudati in attesa di abiti pudici. Una casa distrutta coincide con una casa in costruzione, in Calabria: un tempio greco vale quanto un manufatto in cemento fra Monasterace e Riace. Ci sono una bellezza selvaggia e una tristezza terranea, nello stesso modo, tra un villaggio fantasma dentro l’Aspromonte e una villetta nata a metà fra i getti ultimi di vita delle agavi e i granelli di sabbia da tartarughe dello Jonio. In altri posti una casa non finita sarebbe solo la prova del brutto, un borgo in rovina puzzerebbe di quel tanto che ha il cemento morto, le suppellettili andate a male. Al Sud il non finito sublima il paesaggio, ha una sua coerenza architettonica. La rovina profuma di storia l’ambiente, evoca danze divine, scialate celestiali, incroci di amori e morti incommensurabili. Noi sudici: andiamo in rovina per rinascere e poi non usciamo mai interamente dal ventre di Mana Gi, eternamente in lotta per non superare le barriere del crepuscolo e le sponde dell’alba.