Il tempo dei ricordi

27

Ripercorriamo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data dell’8 Luglio.

Accadde che:

1904 (117 anni fa): in Italia, viene emanata la legge Orlando, atta da Vittorio Emanuele Orlando, che estende l’obbligo scolastico da 9 a 12 anni, ma avrà scarso successo a causa delle poche scuole presenti nei comuni d’Italia. Essa impose ai Comuni di istituire scuole almeno fino alla quarta classe, nonché di assistere gli alunni più poveri, ed elargisce fondi ai Comuni con modesti bilanci. La legge prevedeva l’equalizzazione della retribuzione degli insegnanti della scuola elementare, innanzitutto in relazione alla bipartizione tra biennio inferiore e superiore, ma anche rispetto a diversi tipi di discriminazione, in base al sesso, al luogo di insegnamento o quant’altro. Se da un lato la legge Orlando limitava il corso elementare alle prime quattro classi, dall’altro istituiva obbligatoriamente in tutti i Comuni con più di 4000 abitanti di popolazione, il corso popolare, una scuola di avviamento professionale, a conclusione della quale si conseguiva la licenza elementare. Questo provvedimento fu certamente il più importante e fu voluto fortemente da socialisti e radicali; d’altra parte evidenziò la mancanza di una scuola media, discussa già nella stesura della legge Casati, ma mai applicata. A seguito della legge Orlando, vennero stipulati nuovi programmi da sostituire quelli conservatori del 1894 e, l’indirizzo scelto, fu quello di una scuola volta all’operatività e all’utilitarismo.

1978 (43 anni fa): Sandro Pertini è eletto settimo presidente della Repubblica Italiana, al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995. Rimarrà in carica fino al 1985, primo socialista e unico esponente del PSI a ricoprire la carica. L’elezione fu particolarmente travagliata a causa, da un lato, del recente assassinio di Aldo Moro e, sotto un altro versante, per la tumultuosa ondata di scandali che silurarono la legittimazione del Presidente della Repubblica uscente, Giovanni Leone. Ragion per cui, il Parlamento in seduta comune dovette prendersi molto tempo nello studiare un profilo, che potesse garantire un equilibrio politico-istituzionale all’interno delle istituzioni e che potesse rappresentare un amalgama del tessuto politico e sociale del Paese. Il profilo del socialista Pertini emerse subito nell’immaginario collettivo del Parlamento. Ligure, laureato in Giurisprudenza all’Università di Modena e in Scienze Politiche a Firenze, presente nel Partito socialista italiano sin dal primo dopoguerra, ed esponente della primissima ora della lotta antifascista, aderì al Partito Socialista Unitario di Turati all’indomani dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Entrò, infatti, in contatto intorno al 1925 con Turati e i fratelli Rosselli e venne arrestato e condannato per la prima volta su un successivo totale di sei condanne e successive due evasioni durante il regime fascista e la Resistenza. Il contributo politico-istituzionale maggiore, che pose solide fondamenta alla sua salita al Quirinale, fu la Presidenza della Camera, assunta ininterrottamente dal 1968 al 1976 dopo aver ricoperto la carica di Vicepresidente. Divenuto presidente, Pertini diede ampi spazi alle opposizioni senza dare spazio a momenti di ostruzionismo e favorendo l’instaurarsi di convenzioni costituzionali all’interno delle commissioni e dell’assemblea per una maggiore leale collaborazione tra maggioranza e opposizione. La grande popolarità del Presidente unita al suo carisma portò la dottrina ad interrogarsi sulle potenzialità e sui limiti dell’ampio uso delle esternazioni presidenziali: emersero molte riflessioni, che sancirono  di dare impulso all’azione politica per rendere il Quirinale un simbolo di unità e di vicinanza politica per tutte le componenti della Repubblica, dai partiti alla società civile. A riprova di tutto ciò, si possono allegare le scelte del Presidente sulla sua vita quotidiana, come quella di non vivere al Quirinale, ma di mantenere come residenza la sua casa presso Fontana di Trevi assieme alla moglie, la necessità di rimanere aggiornato costantemente su ogni fatto di cronaca e non (esultanza alla finale dei mondiali di calcio del 1982 in Spagna o la veglia al capezzale di Alfredino Rampi, il bambino caduto in un pozzo artesiano nel 1981) e le consistenti iniziative volte a favorire il dialogo tra i partiti e la prevenzione di spaccature nel delicato periodo di passaggio dalla formula della solidarietà nazionale, sino alla nascita del Pentapartito. Ecco il suo pensiero sul popolo italiano: “Io credo nel popolo italiano. È un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo.”

Nato  oggi:

1876 (145 anni fa): nasce a Cosenza Pietro Mancini avvocato e politico. Figura notevole e irripetibile del socialismo calabrese, divenne oggetto delle aggressioni squadriste, che anche in Calabria cominciarono a moltiplicarsi nel corso del 1922: l’episodio più grave si ebbe il 23 ottobre, in viaggio sul treno Catanzaro-Cosenza, venne assalito e insultato da una squadra fascista che, dopo aver cercato di scacciarlo dal treno, dovette desistere per la ferma resistenza del deputato e l’intervento di alcuni passeggeri e ferrovieri. Patì il confino durante il ventennio fascista, ma non appena cadde il fascismo, fu uno dei protagonisti della ricostituzione del partito socialista in Calabria. Nel 1905 fondò “La Parola socialista”, organo provinciale del PSI a Cosenza, di cui fu direttore. Poco dopo, al congresso provinciale socialista di Cosenza del 1906, entrò nel comitato federale. Intensificò, quindi, il proprio impegno per l’emancipazione dei contadini, dapprima lottando per il riscatto delle terre demaniali, poi per la distribuzione delle terre incolte dei latifondi. Nel 1907 si candidò in una lista comune socialista e repubblicana per le elezioni comunali di Cosenza,  ne uscì eletto, ma fu però un’esperienza breve. Fu Ministro dei Lavori Pubblici nel 1944, Senatore della Repubblica, impressionando l’aula con la sua oratoria che raggiungeva, senza staccarsi dai fatti, vertigini di lirismo. “Pericoloso nei riflessi dell’ordine pubblico” lo definiva una relazione di polizia, in quanto “oratore spigliato ed arguto” che riusciva “nei pubblici comizi a conquistare le masse”. Muore a Cosenza il 19 febbraio 1968.