Il tempo dei ricordi

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Ripercorriamo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 18 Luglio.

Accadde che:

64 (1957 anni fa): scoppia un grande incendio di Roma, ricordato comunemente come l’incendio fatto scoppiare da Nerone. Gli storici moderni, però, stanno rivalutando la figura di Nerone in questo contesto.  Il fuoco iniziò a bruciare nell’area mercantile di Roma e ben presto andò fuori controllo: infuriò per sei giorni, poi continuò per altri tre nel Campo Marzio, terminando solo il 27 luglio. All’epoca, Roma era una città sovraffollata, suddivisa in 14 quartieri, dove la maggior parte degli imponenti edifici a più piani aveva sovrastrutture in legno. Le strade erano strette, la distanza tra edifici era minima e spesso i muri erano comunicanti. In più il sistema di riscaldamento e di cottura dei cibi consisteva in fuochi vivi. La città disponeva di un corpo militare apposito, la cohors vigilum, che si occupava di proteggere la città dagli incendi e della sicurezza notturna nelle strade. Per combattere il fuoco disponevano di coperte bagnate, di pompe a sifone, collegate a tubature di cuoio e di secchi da riempire d’acqua e passare di mano in mano. Le fonti antiche ci dicono poco sull’origine esatta dell’incendio e tendono ad accusare apertamente l’imperatore e il suo bisogno di ricostruire la città secondo il proprio piano urbanistico. Con ogni probabilità, invece, l’incendio scoppiò a causa delle pessime condizioni di sicurezza in cui versavano gli edifici. Dieci quartieri su quattordici rasi al suolo, edifici pubblici completamente consumati, opere d’arte e letterarie andate perdute: questo il bilancio finale. Nerone decise di far ricostruire Roma secondo un piano urbanistico più funzionale, inoltre l’eliminazione delle macerie sarebbe stata a spese dell’imperatore. Questo non bastò a quietare le accuse nei suoi confronti, soprattutto da parte della classe aristocratica da sempre avversa all’impero. Lo storico romano Tacito, circa mezzo secolo dopo il disastro, cita l’avvenimento come il più grave e violento incendio di Roma. Sin dall’inizio della sua ricostruzione, evidenzia come siano incerte le origini del disastro: «In seguito si verificò – per caso o per la perfida volontà del principe, gli autori infatti hanno trasmesso l’una e l’altra versione – il più grave e terribile disastro fra tutti quelli che colpirono questa città per la violenza del fuoco.»

1620 (401 anni fa): nel corso della notte in Valtellina i cattolici, aizzati da fanatici predicatori, attaccano e uccidono tutti i protestanti locali, che sono oltre 600. L’evento verrà ricordato come il sacro macello di Valtellina e scoppia nel contesto di una rivolta filospagnola contro la Repubblica delle Tre Leghe, che allora controllava il territorio valtellinese. Bande armate cattoliche, decise a eliminare la presenza evangelica dalla valle, imperversarono per quattro giorni tra Tirano e Morbegno, lasciando dietro di sé una pesante scia di sangue. Il “Sacro Macello avvenne poco dopo la rivolta anti-asburgica della Boemia, evento scatenante della Guerra dei trent’anni, scoppiata due anni prima. La Valtellina costituiva un importante crocevia per le comunicazioni e gli approvvigionamenti tra i domini asburgici di Spagna e di Austria, rappresentando un corridoio che consentiva il collegamento tra la Lombardia spagnola e i domini austriaci, nonché l’ingresso delle truppe spagnole direttamente nel territorio tedesco. La rivolta dei cattolici valtellinesi può quindi essere inquadrata nel quadro di una vera e propria congiura, orchestrata a Milano. Il massacro dei protestanti valtellinesi provocò un notevole esodo di profughi verso il territorio delle Leghe retiche e verso i cantoni protestanti svizzeri. Fu lo storico cattolico conservatore Cesare Cantù a coniare il termine “Sacro macello”, nel suo saggio storico del 1853: “Il Sacro Macello di Valtellina”.

Scomparsa oggi:

1817 (204 anni fa): muore a Winchester (Regno Unito), all’età di 42 anni, Jane Austen scrittrice. Nata a Steventon (Regno Unito) il 16 dicembre 1775, è stata figura di spicco della narrativa neoclassica e una delle autrici più famose e conosciute del panorama letterario del Regno Unito e mondiale. Ha scritto sei romanzi, iniziati intorno ai vent’anni, ma pubblicati solo a partire dal 1811: “Ragione e sentimento”, “Orgoglio e pregiudizio”, “Mansfield Park”, “Emma”, “L’abbazia di Northanger” e “Persuasione”. La sua breve vita fu spesa interamente in Inghilterra: non la lasciò mai, nemmeno per un viaggio all’estero, ma ebbe l’opportunità di percorrere e di visitare il suo Paese con una certa estensione, specialmente nell’area meridionale. Lo Hampshire, dove nacque e morì, è una contea della costa meridionale inglese caratterizzata da un entroterra collinoso, che scende dolcemente fino al mare e favorita da un clima piuttosto mite rispetto alle abitudini delle isole britanniche. Jane visse in questo paesaggio quieto e dominato dai boschi e lo amò tantissimo fino all’anno 1801, quando il padre George, decise di trasferire la famiglia nella bellissima città termale di Bath. A seguito della morte del capofamiglia, Jane, la sorella Cassandra e la madre si trasferirono a Southampton, a casa del fratello Frank; nel 1809 decisero però di trasferirsi nel cottage di Chawton che l’altro fratello, Edward, aveva messo loro a disposizione. Il cottage diventerà un luogo importantissimo per l’opera dell’autrice. Qui Jane spese gli ultimi anni della sua vita; nel maggio del 1817 Cassandra la accompagnò nella vicina Winchester per farla visitare da un medico famoso; ma la sua malattia già avanzata (le ipotesi più accreditate suggeriscono si sia trattato del morbo di Addison) non era più curabile e la donna morì in città, per poi essere sepolta all’interno della straordinaria cattedrale. In generale, le notizie che abbiamo dell’esistenza della scrittrice sono piuttosto scarse e incerte, anche in considerazione del fatto che delle tante lettere che scrisse solo pochissime sono giunte fino a noi; Cassandra ne bruciò la maggior parte, e soprattutto, come qualcuno desidera credere, quelle che rivelavano di più a proposito dei sentimenti più profondi e degli episodi cruciali della vita di Jane. Dell’opera di Austen l’eccelsa Virginia Woolf scrisse: “Qualunque cosa lei scriva è compiuta e perfetta e calibrata. Il genio di Austen è libero e attivo. È  padrona di emozioni ben più profonde di quanto appaia in superficie: ci guida a immaginare quello che non dice. In lei vi sono tutte le qualità perenni della letteratura.” il campionario femminile che ci offrono i suoi romanzi è così completo e ben definito da sembrare un manuale di comportamento. Il suo, però, non è mai un intervento censorio, severo o pregiudizievole: la sua penna indugia su pregi (meno) e difetti (con maggiore attenzione) con il preciso e semplice intento di descriverli e, spesso, trattandoli con delicata ironia. Le ladies di Jane Austen sono le vere e grandiose protagoniste della sua letteratura, sono personaggi così pieni di vita, di sensazioni e di personalità da differenziarsi nettamente l’una dall’altra, così come sono del tutto diverse tra loro le donne della realtà. In ognuno dei romanzi si trova il contraltare alla donna che è il movente dell’intreccio, un uomo nei confronti del quale la protagonista si pone in termini (generalmente) di amore, (spesso) di inganno, (sempre) di denaro. Ecco alcune frasi tratte dai suoi romanzi: “Non è proprio l’indifferenza verso il resto del mondo l’essenza del vero amore”?; oppure: “Vi è una ostinazione in me che non tollera di lasciarsi intimidire dalla volontà altrui. Il mio coraggio insorge a ogni tentativo di farmi paura.”