Il tempo dei ricordi

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Ripercorriamo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 26 Luglio.

Accadde che:

1805 (216 anni fa): un fortissimo terremoto colpisce l’Appennino molisano. Questo terremoto colpì una vasta area dell’Italia centro-meridionale, ed ebbe effetti distruttivi nel territorio del Sannio, in particolare sui comuni situati sulle falde orientali del Matese. Secondo la ricostruzione di Baratta, l’area dell’epicentro andrebbe individuata nella vallata circostante la città di Boiano, i paesi situati in questa zona sarebbero stati totalmente distrutti e vi sarebbero state oltre tremila vittime, su un totale complessivo che è stato stimato essere oltre le cinquemila unità. Il terremoto era stato preceduto il mattino e la sera del 25 luglio da piccole scosse, che si trascinarono in uno sciame sismico continuo, di bassa frequenza. La scossa maggiore, stimata oltre il 6 grado della scala Richter, si verificò circa due ore dopo il tramonto, ossia attorno alle ore 22.00 del 26 luglio, con una durata di ben 45 secondi. Il terremoto sarebbe stato percepito in buona parte dell’Italia centrale e meridionale. A Chieti i cittadini posero un’iscrizione nella chiesa della Santissima Trinità in ricordo dello scampato pericolo. Secondo i resoconti dell’epoca il numero complessivo delle vittime avrebbe di molto superato le 5.000 unità. La principale fonte di informazione, su questo episodio sismico, è costituita dalla “Memoria sul tremuoto de’ 26 luglio del corrente anno 1805” di Giuseppe Saverio Poli: «La sera del riferito giorno 26 alle ore 2 e 20 minuti d’Italia, ovvero alle ore 10. 1′. 40″ dell’Orologio Astronomico, alloraché l’aria in Napoli era in perfetta calma, ed il Cielo tanto sereno, che potevansi francamente scorgere tutte le minute stelle, levossi di repente un vento fresco, ed impetuoso, che rendendosi a celeri gradi più violento e gagliardo fino a divenir turbinoso, e furente, fu accompagnato da uno spaventevole rombo, il quale al fremito di un turbine univa un orrendo fragore simigliante allo scoppio di una batteria, di modo che io credei in quell’istante, che in vicinanza della mia casa, per la ricorrenza della festa di S. Anna, si sparasse un gran fuoco d’artifizio. Altri l’han rassomigliato ragionevolmente allo strepito di un greve carro, che trascorresse rapidamente sovra una strada lastricata.»

1936 (85 anni fa): le Potenze dell’Asse decidono di intervenire nella Guerra civile spagnola a fianco della Falange Spagnola. La Guerra Civile spagnola è considerata la prova generale della seconda guerra mondiale, avendo visto, in primo luogo, la contrapposizione tra gli schieramenti che qualche anno dopo si sarebbero affrontati nel conflitto globale, ovvero le forze fasciste, sostenute economicamente e militarmente dall’Italia mussoliniana e dal Terzo Reich, e quelle repubblicane, appoggiate innanzitutto dall’Unione Sovietica. In secondo luogo, la guerra di Spagna è prova generale, anche perché rappresenta, per gli schieramenti contrapposti, l’occasione per testare nuove armi e strategie, tra le quali il bombardamento terroristico diretto a colpire strutture civili, la popolazione e la guerriglia, le cui tecniche verranno riprese dai movimenti europei di Resistenza al nazifascismo. Da quel giorno in poi Germania e Italia forniscono alle truppe di Franco un notevole contributo in uomini, armi, mezzi. L’Italia fascista invia un contingente di 70.000 uomini e, nel marzo 1938, si rende responsabile, tra le altre cose, del bombardamento terroristico su Barcellona. I militari conquistano città dopo città e il 26 gennaio 1939 prendono Barcellona, centro nevralgico della resistenza. Il 28 marzo, dopo che Francia e Inghilterra ne hanno già riconosciuto il governo, Franco entra a Madrid e annuncia la resa dell’esercito repubblicano. Nominato “Generalissimo di tutte le forze armate e capo del governo dello stato spagnolo” a guerra ancora in corso, Francisco Franco associa immediatamente alla strategia bellica una studiata campagna propagandistica incentrata, sulla scorta del modello fascista, sul culto della personalità e, dato il sostegno del clero, sulla “santità” del proprio compito. La dittatura spagnola ha fine solo con la morte naturale del caudillo (il condottiero), avvenuta nel 1975.

Scomparsa oggi:

1952 (69 anni fa): muore a Buenos Aires (Argentina), all’età di 33 anni, Evita Peron, First Lady dell’Argentina dal 1946 fino al giorno della sua morte. Nata a Los Toldos (Argentina) il 7 maggio 1919, con il nome di María Eva Duarte, è stata un’attrice, politica, sindacalista e filantropa, seconda moglie del Presidente Juan Domingo Perón. La madre Juana Ibarguren svolgeva le mansioni di cuoca nella tenuta di Juan Duarte, da cui ebbe quattro figlie ed un figlio. “El estanciero” però (così era chiamato Duarte), non la porterà mai davvero all’altare, a causa del fatto che aveva già una famiglia. Evita cresce così in questo clima un po’ ambiguo con un padre, che non è un vero padre a venendo a contatto giornalmente con situazioni assai equivoche sul piano dei rapporti personali con i familiari. Fortunatamente, tutto ciò sembra non influire più di tanto sul suo carattere già forte. L’illegittimità non pesa tanto a lei, quanto alla mentalità gretta delle persone che la circondano. In paese non si fa altro che vociferare sulla strana situazione e ben presto sua madre e lei stessa diventano “Un caso”, materia viva su cui spettegolare. Evita cresce una ragazza sognatrice, molto romantica e portata a vivere i sentimenti con tutta la pienezza possibile. Trascura la scuola, ma in compenso si dedica alla recitazione, con la speranza di diventare una grande attrice. Una volta arrivata a Buenos Aires, si trova ad affrontare la vera e propria giungla del sottobosco che popola il mondo dello spettacolo. Riesce però con grande tenacia ad ottenere una particina in un film, “La senora de Pérez”, cui seguirono altri ruoli di secondaria importanza. Tuttavia la sua esistenza e soprattutto, il suo tenore di vita, non cambiano molto. Talvolta rimane addirittura senza lavoro, senza ingaggi, barcamenandosi in compagnie teatrali a salari da fame. Nel 1939, la grande occasione: una compagnia radiofonica la scrittura per un radiodramma, in cui lei ha la parte della protagonista. Arriva, finalmente, la fama. La sua voce fa sognare le donne argentine, interpretando di volta in volta personaggi femminili dal drammatico destino con inevitabile lieto fine. Durante  il terremoto, che nel 1943 rade al suolo la città di S. Juan, nella capitale viene organizzato un festival per raccogliere i fondi destinati alle vittime della sciagura. Nello stadio, fra numerosi Vip e politici nazionali, è presente anche il colonnello Juan Domingo Perón. La leggenda vuole che sia stato un colpo di fulmine. Eva attratta dal senso di protezione che Perón, di ventiquattro anni più anziano, le suscita; lui colpito dall’apparente bontà di lei e dal suo carattere insieme nervoso ed insicuro. Nel 1946 Perón decide di candidarsi alle elezioni politiche e dopo un’estenuante campagna elettorale, viene eletto Presidente. Ad Evita il ruolo di “first lady” le si taglia a perfezione. Ama farsi confezionare abiti da sogno e apparire smagliante a fianco del consorte. L’8 giugno la coppia visita, osteggiando enorme sfarzo, la Spagna del generale Francisco Franco, poi si fa ricevere nei più importanti Paesi europei, lasciando sbalordita l’opinione pubblica argentina, uscita da poco da una dolorosa guerra. Dal canto suo Evita, indifferente di fronte alle meraviglie artistiche e totalmente manchevole di tatto nei confronti degli europei, visita solo i quartieri poveri delle città, lasciando somme ingenti per aiutare i bisognosi. Tornata dal viaggio si mette al lavoro, nuovamente, con lo scopo di aiutare la povera gente e di difendere alcuni diritti fondamentali. Purtroppo, dopo qualche anno di una vita così appagante ed intensa, si profila l’epilogo, sotto forma di banali disturbi all’addome. Inizialmente si pensa a normali scompensi dovuti ai suoi cattivi rapporti con la tavola, dato che il terrore di diventare grassa l’aveva sempre indotta a mangiare con parsimonia, fino a sfiorare l’anoressia. Poi un giorno, durante controlli per un’appendicite, i medici scoprono trattarsi in realtà di un tumore all’utero in stato avanzato. Evita, inspiegabilmente, rifiuta di farsi operare, accampando la scusa che non vuole restare confinata a letto, quando intorno c’è così tanta miseria e dichiarando che la gente ha bisogno di lei. Le sue condizioni rapidamente peggiorarono, aggravate dal fatto che ormai non tocca praticamente cibo. Quando accetta di farsi operare ormai è troppo tardi. Durante la malattia il marito dorme in una stanza lontana e si rifiuta di vedere l’ammalata, perché ormai ridotta ad uno stato cadaverico impressionante. Malgrado questo, alla vigilia della morte Evita vuole, comunque, avere il marito accanto e stare da sola con lui. Quando muore è assistita solo dalle amorevoli cure della madre e delle sorelle. Perón, apparentemente impassibile, fuma nel corridoio attiguo. Il decesso viene annunciato via radio a tutta la nazione, che proclama il lutto nazionale. I poveri, i disadattati e la gente comune cadono nella disperazione. La Madonna degli umili, com’era stata soprannominata, scompariva per sempre e così la sua volontà di aiutarli.