Il tempo dei ricordi

71

Ripercorriamo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 10 Giugno.

Accadde che:

1934 (88 anni fa): l’Italia vince il suo primo Campionato del mondo della storia battendo in finale 2-1 la Cecoslovacchia, dopo i tempi supplementari. L’Italia, tuttavia, non partiva come la squadra favorita. Pur essendo la nazione ospitante, la squadra italiana fu infatti costretta a prendere parte alla fase di qualificazione, che superò brillantemente. La Cecoslovacchia era, invece, considerata una delle migliori nazionali europee del momento. Per la finale l’Italia scese in campo con una formazione composta da: Gianpiero Combi (portiere), Eraldo Monzeglio e Luigi Allemandi (difensori), Attilio Ferraris, l’oriundo argentino Luis Monti e Luigi Bertolini (centrocampisti) e ben cinque attaccanti, Enrique Guaita, Giuseppe Meazza, Giovanni Ferrari, Angelo Schiavio e Raimundo Orsi. La partita si giocò in sostanziale equilibrio  e rimase sullo 0-0 fino al 71esimo minuto, quando Puč infilzò la rete e ammutolì il pubblico di casa che, a soli 19 minuti dalla conclusione, vedeva svanire il sogno mondiale. A salvare in maniera del tutto insperata la situazione fu Orsi, che segnò una rete spettacolare con un tiro a effetto da 20 metri a nove minuti dalla fine, portando la partita ai supplementari, durante i quali un’Italia aiutata dalla stanchezza degli avversari riuscì a chiudere la partita con una rete di Schiavio al 95esimo. L’Italia vinceva così il primo dei suoi quattro titoli mondiali. In tribuna era presente anche Benito Mussolini.

1981 (41 anni fa): avviene l’incidente di Vermicino, dove il piccolo Alfredo Rampi, di appena sei anni, cade in un pozzo artesiano, in cui morirà dopo esservi rimasto intrappolato per giorni. La sera di mercoledì 10 giugno, il padre Ferdinando Rampi, con due amici e il figlio Alfredo, uscirono a passeggiare nella campagna circostante la casa. Verso le 19,20, sulla strada di ritorno, Alfredino chiese al padre di poter continuare la strada da solo, Ferdinando Rampi acconsentì, ma quando il padre giunse a casa Alfredino non era arrivato. I genitori iniziarono a cercarlo nei dintorni e, verso le 21,30 chiamarono le forse dell’ordine. Accorsero Polizia, Vigili Urbani e Vigili del fuoco, ed iniziarono le ricerche, anche con l’ausilio delle unità cinofile e si arrivò a ispezionare una zona dove era in corso la costruzione di una nuova abitazione. Qui c’era un pozzo che, nonostante fosse chiuso da una lamiera, un agente di polizia, il brigadiere decise comunque di ispezionare. Una volta fatta rimuovere la lamiera, si sentirono i deboli e lontani lamenti del bambino. Solo successivamente si scoprì che il proprietario del terreno Amedeo Pisegna aveva messo la lamiera sul pozzo alle 21, senza immaginare che Alfredino ci fosse caduto dentro. L’uomo venne arrestato con l’accusa di omicidio colposo e con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni. I soccorsi si presentarono sin da subito complessi, per la profondità del pozzo e per l’imboccatura larga meno di 30 centimetri. Una lampada, calata nel pozzo, permise di vedere che Alfredino era ad una profondità di 36 metri, bloccato da una rientranza.  Si comprese presto, che non era possibile arrivare ad Alfredino dall’imboccatura del pozzo e, dunque, l’11 giugno si pensò di scavare dei tunnel, uno verticale e uno orizzontale per poter raggiungere il punto preciso in cui il piccolo è intrappolato. Non fu facile neanche questa strada, poiché in alcuni punto il terreno si presentò molto duro e difficile da scavare. Alfredino rispondeva ancora ai soccorritori, chiedeva da bere, ma iniziava ad alternare momenti di vaglia a momenti di sonno. Il bambino era anche affetto da una cardiopatia congenita e avrebbe dovuto sottoporsi ad un intervento da lì a pochi giorni. Il 12 giugno i tentativi proseguirono, ma anche le difficoltà incontrate e il bambino smise di rispondere. La sera il processo di perforazione arrivò a 34 metri di profondità, ma si scoprì che il piccolo non è più a 36 metri, come all’inizio delle ricerche. Le vibrazioni del terreno lo avevano fatto scivolare più in basso a 60 metri di profondità. L’unica alternativa rimasta era quella di un volontario disposto a calarsi nel pozzo. il primo a prestarsi fu uno speleologo, senza successo; poi ci provò, un tipografo d’origine sarda, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro. Si fece calare nel pozzo originario per tutti e 60 i metri di profondità: riuscì a toccare Alfredino, ad allacciargli l’imbracatura, ma l’imbracatura si aprì. Provò a tirarlo su prendendolo per le braccia, ma il bambino scivolò ancora più in profondità. Licheri fu tirato su dopo 45 minuti e con un polso rotto. All’alba un altro speleologo provò a imbracare Alfredino, ma il bambino scivolò di nuovo. Al secondo tentativo, senza esito, l’uomo riferì che con ogni probabilità il piccolo non respirava più. Nel pomeriggio, attraverso una piccola telecamera, fu individuato il corpo senza vita di Alfredino. Si decise, quindi, di immettere azoto liquido nel tunnel per conservare il cadavere del bambino che fu recuperato 28 giorni dopo, l’11 luglio. I funerali furono celebrati il 17 luglio 1981, nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura; la salma venne trasportata dai volontari che avevano tentato di tutto pur di salvarlo. La mancanza di organizzazione nei soccorsi di Alfredino fece comprendere l’esigenza di una nuova struttura organizzativa, in grado di gestire situazioni di emergenza. Negli anni a seguire sarebbe nata la Protezione Civile.

Scomparso oggi:

1924 (98 anni fa): viene assassinato, a Roma, Giacomo Matteotti politico, giornalista e antifascista. Nato, a Fratta Polesine (Rovigo), il 22 maggio 1885 è stato rapito e assassinato da una squadra fascista, pe ordine di Benito Mussolini. Dopo la laurea in giurisprudenza, inizierà il suo percorso politico. Matteotti è un socialista riformista: non crede nei cambiamenti violenti e rivoluzionari, bensì in quelli più democratici da realizzarsi gradualmente. Durante la Prima guerra mondiale è un convinto sostenitore della neutralità italiana, lanciando appelli alla pace. Terminato il conflitto mondiale continua a dedicarsi all’attività politica: i suoi successi lo portano ad essere eletto deputato al parlamento italiano nel 1919. Ha, così, l’opportunità di denunciare la violenza squadrista del fascismo, subendo di conseguenza attacchi dalla stampa nonché aggressioni alla sua persona. Costretto dalle violenze si trasferisce a Padova: ma anche qui subisce le persecuzioni del fascismo tanto che nella notte del 16 agosto sfugge a stento ad un agguato. Nel 1924, l’Italia si trova alla vigilia delle ultime elezioni e Matteotti, ancora una volta, denuncia l’assenza di legalità e democrazia dal clima politico. Il 30 maggio, in Parlamento, con un celebre discorso contesta i risultati, accusando i fascisti di brogli elettorali; denunzia le violenze contro i cittadini e contro i candidati socialisti, comunisti, repubblicani e liberali progressisti. È al termine di questo celebre discorso, dopo le congratulazioni dei suoi compagni di partito, che Giacomo Matteotti risponde con le parole: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. Infatti, il 10 giugno, fu caricato a forza su una macchina, ripetutamente percosso e infine ucciso a coltellate. Il corpo verrà occultato e ritrovato in stato di decomposizione in un boschetto solo sei giorni più tardi.