Cristiano Maiolo
Psicologo, originario di Caulonia, esercita la professione a Roma.
Da «Wind of Change» alla rabbia del presente: come è cambiato il nostro modo di guardare al futuro
Sono trascorsi 37 anni da quella storica notte d’agosto del 1989, quando gli Scorpions, celebre band tedesca, si esibirono a Mosca davanti a una folla di giovani sovietici. Un’atmosfera straordinaria, fatta di entusiasmo e speranza, mentre berretti e giacche dei soldati dell’Armata Rossa venivano lanciati in aria. Pochi giorni prima, navigando sulle acque della Moscova, Klaus Meine, voce del gruppo, aveva trovato l’ispirazione per comporre quello che sarebbe diventato un inno alla libertà:Wind of Change.
Era il 1989 e mancavano pochi mesi alla caduta del Muro di Berlino, simbolo della contrapposizione tra i due blocchi che per decenni avevano diviso il mondo: il comunismo sovietico e il capitalismo occidentale. Gli equilibri internazionali stavano cambiando e ciò che fino a quel momento era sembrato immutabile si rivelava, improvvisamente, trasformabile. Il cambiamento era possibile.
La rivoluzione non attraversava soltanto gli assetti politici, ma investiva la coscienza collettiva. Si tornava a guardare al futuro con fiducia, le lancette dell’orologio simbolico che separava l’umanità da una catastrofe nucleare sembravano arretrare e si riaccendeva la speranza di un futuro diverso. Le distanze si accorciavano e si cominciava a immaginare concretamente un mondo nel quale sentirsi cittadini di una comunità più ampia. La perestrojka e la glasnost, promosse da Michail Gorbaciov, dimostravano che un’alternativa alla contrapposizione e alla distruzione era possibile.
Il cambiamento, dunque, non doveva necessariamente passare attraverso l’annientamento del nemico. Poteva realizzarsi anche attraverso il dialogo e la negoziazione. L’avversario smetteva di essere una figura indistinta, privata della propria umanità: acquistava un volto, una storia, una soggettività. Restava diverso, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, ma diventava più comprensibile e, proprio per questo, meno spaventoso.
Tre anni dopo, il 7 febbraio 1992, veniva firmato a Maastricht il trattato che avrebbe dato vita all’Unione Europea. Un passaggio storico, testimonianza della volontà di un continente di costruire un futuro fondato sulla cooperazione. Dopo quasi un secolo segnato da conflitti devastanti, il mondo sembrava voler raccogliere davvero la promessa maturata all’indomani della Seconda guerra mondiale: impedire che simili tragedie potessero ripetersi.
Klaus Meine aveva colto questo sentimento nell’atmosfera del Moscow Music Peace Festival, l’evento musicale che nell’agosto del 1989 portò a Mosca artisti internazionali e sonorità occidentali, in un contesto fino ad allora difficilmente immaginabile. La musica diventava così il linguaggio di un’apertura culturale e politica, capace di superare barriere che per decenni erano sembrate insormontabili.
In quegli anni prendeva forma la globalizzazione, crescevano i mercati e avanzava la tecnologia. Si diffondeva una convinzione condivisa: il futuro sarebbe stato migliore del passato. L’ottimismo non riguardava soltanto i governi o le istituzioni, ma attraversava la società. Le persone si sentivano legittimate a progettare, investire, sognare. La percezione delle proprie possibilità sembrava ampliarsi senza limiti.
Si affermava anche una forma di narcisismo collettivo, alimentata dall’idea che la società, le istituzioni e il mercato globale potessero offrire a ciascun individuo gli strumenti per realizzarsi. Come il bambino esplora il mondo partendo dalla base sicura rappresentata dalla madre, così l’uomo della fine del Novecento e dell’inizio del nuovo millennio poteva permettersi di guardare lontano, contando sul sostegno della collettività e su un ordine globale percepito come stabile. L’essere umano nasce e cresce all’interno di una matrice collettiva: è attraverso di essa che costruisce la propria identità e investe le proprie energie affettive, psichiche ed economiche.
Oggi, a 37 anni da quella stagione, il vento sembra però aver cambiato direzione.
Le proteste e i disordini che nelle scorse settimane hanno attraversato diverse città italiane, dal Mezzogiorno al Centro-Nord, sono soltanto una manifestazione di un cambiamento più profondo, che da anni interessa la società globale. Quando cambiano le condizioni economiche, politiche e sociali, inevitabilmente cambiano anche le persone.
Il potere d’acquisto si è ridotto, l’aumento dei prezzi rende sempre più difficile affrontare le spese quotidiane e persino raggiungere il posto di lavoro può diventare un problema a causa del costo del carburante. L’intera filiera agricola è messa sotto pressione da costi che rendono sempre più difficile sostenere la produzione. Chi ha visto gli agricoltori versare il latte sull’asfalto ha assistito a un gesto di grande forza simbolica: l’immagine di una sconfitta che non riguarda soltanto il lavoratore, ma anche il cittadino e l’individuo.
La nostra Repubblica si fonda sul lavoro. È attraverso la partecipazione alla vita pubblica e il contributo della propria attività, fisica o intellettuale, che l’essere umano può realizzarsi e sentirsi parte della comunità. È questo uno dei principi sanciti dai padri costituenti nel primo articolo della Costituzione.
Ma come siamo passati dall’ottimismo e dalla fiducia che animavano i giovani da Los Angeles a Mosca negli anni Ottanta e Novanta ai volti incappucciati che devastano le attività commerciali? Che cosa è successo in questi decenni? Che cosa ha indebolito il senso di agentività, cioè la percezione di poter incidere concretamente sulla propria vita e sul mondo che ci circonda? E, soprattutto, come possiamo comprendere l’ondata di rabbia e aggressività che le immagini delle proteste hanno portato nelle nostre case?
Piuttosto che soffermarci esclusivamente sulle cause geopolitiche ed economiche, può essere utile provare a osservare ciò che sta accadendo da una prospettiva diversa: quella dell’animo collettivo. Dobbiamo chiederci quali effetti abbiano prodotto questi anni di trasformazione sulla nostra capacità di progettare il futuro e di sentirci protagonisti della nostra esistenza.
Le promesse diWind of Changesembrano, almeno in parte, non essere state mantenute. Se fino a qualche anno fa prevaleva la percezione di vivere in un sistema aperto, interconnesso e privo di barriere, oggi lo scenario appare profondamente diverso. Le tensioni internazionali hanno rafforzato i confini, le contrapposizioni tra blocchi geografici e politici si sono intensificate e l’incertezza è diventata una componente costante degli equilibri mondiali, con inevitabili conseguenze economiche e sociali.
Non possiamo sostenere che l’uomo di oggi stia peggio, in assoluto, rispetto a quello di quarant’anni fa. Possiamo però osservare che il suo sguardo sul domani è diventato più pessimista e meno fiducioso. Gli ideali che hanno accompagnato intere generazioni nella costruzione di un futuro migliore sembrano aver perso concretezza e capacità di orientare le scelte individuali e collettive.
Quando un gruppo sociale percepisce che le proprie aspettative sono state tradite, può sviluppare un sentimento profondo di delusione, che rischia di trasformarsi in rabbia e frustrazione. Le manifestazioni di queste settimane hanno portato alla luce una parte di questo malessere. Una frustrazione che trova le proprie radici nelle difficoltà quotidiane: bollette che erodono gli stipendi, spese per i beni essenziali che prosciugano i risparmi, prospettive lavorative incerte e una crescente difficoltà a immaginare il proprio futuro.
Queste emozioni, tuttavia, non sempre trovano una via di elaborazione consapevole. Esiste un meccanismo profondamente radicato nell’essere umano che riguarda il modo in cui gestiamo gli stati emotivi più complessi e dolorosi. Quando la frustrazione diventa troppo intensa, sia nell’individuo sia nel gruppo, può risultare difficile riconoscerla e accettarla in tutte le sue componenti. Si tende allora a proiettare all’esterno le parti più negative del proprio vissuto, individuando un nemico sul quale riversare la rabbia.
È così che possono nascere contrapposizioni rigide: buoni contro cattivi, vittime contro carnefici, perseguitati contro persecutori. Il rischio è perdere progressivamente il contatto con la propria aggressività e percepirsi esclusivamente come vittime di un sistema ingiusto. In questa condizione, ogni forma di protesta può finire per essere giustificata, persino quando sfocia nella violenza.
Da questa prospettiva possono essere lette anche le immagini dei negozi di lusso e dei punti vendita delle grandi catene internazionali vandalizzati o depredati durante le manifestazioni. Si colpisce un simbolo, si attacca il luogo che rappresenta un modello economico e sociale percepito come responsabile della propria infelicità e del proprio fallimento. Il bersaglio concreto diventa il contenitore di una frustrazione molto più antica e profonda.
Resta, però, una domanda fondamentale: è possibile attraversare periodi di incertezza e difficoltà senza precipitare in crisi tanto violente?
Probabilmente sì. Ma la sicurezza e la stabilità non possono essere costruite soltanto attraverso risposte esterne. Passano anche dalla capacità di dare un nuovo significato al presente, di riconoscere le proprie emozioni e di affrontare le sfide senza rinunciare alla responsabilità individuale e collettiva.
È proprio in questo senso cheWind of Changetorna a parlarci, a distanza di 37 anni. Non come il ricordo nostalgico di un’epoca ormai lontana, ma come un richiamo alla possibilità di cambiare ancora. La frustrazione di un presente difficile può essere compresa e gestita, ma soltanto se riusciamo ad accoglierne tutta la complessità, senza trasformarla in odio o distruzione.
Il futuro non è qualcosa che dobbiamo soltanto aspettare. È qualcosa che possiamo ancora contribuire a costruire, sentendoci protagonisti del cambiamento.


