La storia dei referendum in Italia

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Sono ben 72 i referendum che si sono celebrati in Italia dal fatidico 2 giugno 1946 col quale si stabilì l’ordinamento repubblicano nel nostro paese, dopo i tragici avvenimenti delle Seconda guerra mondiale. Il più noto e il più importante nella storia del secolo scorso, è stata la vittoria che coinvolse nel 1946 ben 24 milioni di cittadini, tra i quali, per la prima volta, le donne, che si affacciarono alla cabina elettorale favorite dall’appoggio della chiesa cattolica.

Referendum è parola che deriva dall’espressione latina” convocatio ad referendum” (convocazione a riferire), quindi appello al corpo elettorale, perché si pronunci su questioni politico-sociali.

Sono ben 72 i referendum che si sono celebrati in Italia dal fatidico 2 giugno 1946 col quale si stabilì l’ordinamento repubblicano nel nostro paese, dopo i tragici avvenimenti delle Seconda guerra mondiale.

Un referendum istituzionale nel quale 12 milioni di italiani si pronunciarono contro la monarchia che ottenne 10 milioni di suffragi. I referendum abrogativi sono stati 68, quelli costituzionali sono stati 3, quelli consultivi uno.

Il più noto e il più importante nella storia del secolo scorso, è stata la vittoria che coinvolse nel 1946 ben 24 milioni di cittadini, tra i quali, per la prima volta, le donne, che si affacciarono alla cabina elettorale favorite dall’appoggio della chiesa cattolica, che contava su una possibile moderazione del voto femminile e dalla Commissione di controllo alleata che era favorevole alla realizzazione di un autentico suffragio universale. Nel 1911 Giolitti propose una riforma elettorale che stabiliva il suffragio solo maschile.

In quella data fu votata anche l’Assemblea Costituente che vide il trionfo della DC (207 parlamentari), del PSI(115) e del PCI (104)

Il referendum aveva visto l’Italia spaccata tra le regioni del nord, dove più intensa era stata la lotta di Liberazione, che risultarono a maggioranza repubblicana .Il sud diede i maggiori  suffragi alla monarchia .Benedetto Croce votò per il re, a Napoli i voti in favore dei Savoia furono il 79%. L’Italia usciva dal limbo istituzionale e nel gennaio del 1948 entrava in vigore la Carta Costituzionale nella quale all’articolo 7 5 si stabiliscono i criteri e le limitazioni alle consultazioni referendarie, che per esempio non sono convocabili per leggi tributarie di bilancio di amnistia  e di indulto e di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali .Validità solo se si raggiunge la maggioranza sul quesito dei voti espressi.

Nel maggio del 1974 ricostituita l’alleanza di centro sinistra fu Fanfani e la gerarchia vaticana a pensar di abolire la legge Baslini (PLI) Fortuna(PSI) sul divorzio varata nel 1970.  Il PCI guidato da Berlinguer dopo un lungo periodo di riflessione, buon ultimo decise di sostenere il campo dei laici. A Genova, il comizio di Fanfani fu boicottato dall’ingresso nella piazza Matteotti, dove si teneva il comizio finale, da un cagnolino che indossava una maglietta con stampato “anche io voto NO”. Un trionfo di applausi che fecero imbufalire il tribuno democristiano, che nel giorno della sconfitta, approfittando della sua piccola statura, il grande Giorgio Forattini sulle pagine di Repubblica raffigurò Fanfani come il tappo dello spumante, sparato in aria accolto da un grande “NO”. Era anche la vittoria del movimento femminista che pose l’obiettivo di un’assoluta uguaglianza sul piano politico e giuridico  e di una totale libertà contro i tabù di una società  ancora fortemente “maschilista”.

La crescita civile del paese e l’impegno straordinario messo in campo dai radicali Emma Bonino e Marco Pannella illustravano i grandi cambiamenti che la società italiana stava attraversando.

La rapida affermazione partecipativa della popolazione ai referendum in realtà mascherava la strategia di volere indebolire i partiti tradizionale e di una opinione pubblica che si faceva ostile e insofferente ai protagonisti politici.

Nel giugno del ’78 la richiesta referendaria di abolire il finanziamento pubblico dei partiti non passò, così come quella dell’abolizione della legge Reale sulla sicurezza dello Stato. Pannella e amici mettono in atto dure strategie ostruzionistiche in parlamento.

Meglio andrà nel 1981 contro la richiesta di abolire la legge 194 sull’aborto. Le donne al grido “tremate, tremate le streghe son tornate “ cercano di tutelate la strage di donne che ricorrono alle mammane,ai ferri da calza,al prezzemolo velenoso inserito nella vagina . Fu calcolato che in un anno morivano circa tremila donne per pratiche illecite.

Ancora nel ’87 gli italiani vennero chiamati ad esprimere pareri contro le centrali nucleari che avrebbero dovuto   insediare a Trino Vercellese. Famosa una intervista di Romano Prodi che al quotidiano il Lavoro disse “Il primo ministro Goria non vuole Trino perché vuole essere l’UNO”. L’energia atomica venne bandita dal nostro paese con le gravi conseguenza che paghiamo ancora oggi.

I referendum sull’abolizione della caccia e sulla disciplina dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura non raggiunsero il quorum nel 1990 Così come altri sei referendum abrogativi

L’ultimo referendum divisivo fu quello sulla indennità di contingenza che(Craxi al governo) fu imbastito dal PCI e dalla componente comunista della CGIL per contrastare il disegno craxiano  di frenare l’inflazione nel 1985  e che in un libro successivo il severo e nobile segretario della UIL Giorgio Benvenuto ,uno dei migliori sindacalisti che la storia del nostro paese abbia avuto,intitolò “Il divorzio di San Valentino così la scala mobile divise l’Italia”. E al centro del dibattito c’erano Berlinguer, De Mita, Lama, Carniti, Merloni (industriali) e migliaia di cittadini che diedero ragione a Craxi. La linea socialista vinse con il 54,3% e fu chiaro il favore che riceveva la linea governativa.

Riduzione delle preferenze per elezioni della camera dei deputati, il referendum voluto da Mario Segni ottiene il quorum e una maggioranza del 95,6%, darà sensibile e strumentale cambiamento allo scenario delle elezioni politiche italiane. Era il 1991

Il mostro dei referendum italiani è quello del 18 aprile del ’93 che offre agli elettori otto schede tra queste: competenze USL, stupefacenti, abolizione del ministero agricoltura, abolizione finanziamento pubblico ai  partiti (secondo tentativo). Una media del 76,5 dei consensi ai quesiti con vittoria straordinaria.

Dal 1997 al 2009 furono indetti sei referendum che indipendentemente dalla qualità e quantità dei quesiti non raggiunsero il quorum.

Negli anni più vicini a noi, giugno 2011 si chiede la normalizzazione della tariffa dell’acqua, l’abrogazione della norma che possa consentire sul territorio nazionale la produzione di energia nucleare. Tutti i quesiti passano con abbondante margine percentuale.

Il 7 ottobre del 2001 si era tenuto il referendum per la conferma della riforma del titolo V della Costituzione approvata dai governi Prodi, D’Alema, Amato e che passò con il 64.2% di voti favorevoli anche se l’affluenza fu molto bassa (non necessita quorum per referendum costituzionali).

Mentre nel 2006 Berlusconi e il suo ministro delle Riforme il leghista Calderoli videro bocciata la tentata riforma sulla cosiddetta “devolution” con il 61% dei voti espressi, nonostante affluenza alta del 52% degli aventi diritto.

Infine, la sconfitta di Renzi-Boschi nel referendum che il toscano presidente del consiglio varò nel 2016 per abolire il senato e il numero dei parlamentari, insieme alla abolizione dell’inutile istituto del CNEL. Il giovane Renzi viene bocciato con il 59% dei voti contrari e la sua ambizione mista di riformismo, ma anche di sentimenti autoritari portò alla sua fine politica alla quale cerca di mettere rimedio con sempre più vistosi salti politici con passo più ampio di quello della quaglia.

Il 12 giugno il popolo italiano verrà chiamato a votare per quesiti di riforma sull’ordinamento giudiziario. Referendum strano, la cui partita dovrebbe essere giocata in parlamento dai rappresentanti dei cittadini, che dovrebbero curare proprio gli interessi dei loro elettori. Quesiti di difficile lettura e interpretazione, che potrebbe portare, come sostenuto da eminenti politologi, verso una scelta di carattere conservatore. Questo perché in Italia la funzione referendaria è stata quasi sempre quella di mantenere in vita la maggior parte delle leggi che si auspicava potessero essere cambiate. Il cittadino anche in questo prossimo referendum sarà influenzato non dalla sostanza della proposta, ma da valori politici e culturali che non sempre sono utili per guadagnare le rive di una legislazione moderna e progressista soprattutto nel campo giudiziario.

Matteo Lo Presti