La strana vita di Africo situata in vetta al monte (l’alluvione un anno dopo)

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Il pezzo è stato scritto poco prima della tremenda alluvione che distrusse Africo, ricostruita sul mare come Africo Nuovo e testimonia l’arretratezza e le promesse minime negate, la strada, comuni a molti centri più piccoli della Locride: “Quando la sera siamo tornati al centro abitato più vicino, i fuochi della mattinata che ci avevano guidati per le giogaie, erano cessati. Le stelle erano più pallide dietro una cortina di nebbia che nascondeva completamente Africo ed il suo fosco paesaggio”.

Fra le coordinate geografiche di questo ultimo lembo di Calabria, v’è qualche cosa di simile o che avvicina per lo meno la curiosa geometria del Purgatorio dantesco: sette gironi, tra un antipurgatorio ed un Paradiso terrestre. Abbiamo davanti una verde landa intersecata da guadi e ruscelli tassiani e poi una strada ripida che gira sette volte intorno la sommità. Lì è Africo, vale a dire settecento metri di altezza sul livello del mare, ma ad una distanza incommensurabile dalla strada nazionale.

Quando la montagna t’inghiotte fra le sue gole e la scavalcherai tre volte e l’avrai nell’alto pomeriggio raggiunto, i tuguri e le capanne disseminate sui crinali ti faranno ripetere la vecchia frase: “Teneo te Africo!”.

Allora l’avrai davvero raggiunta e te ne ricorderai sempre, anche perché il miraggio della Fata Morgana coglie d’improvviso le silenziose pattuglie di scalatori e la cima resta, ahimè, ancora troppo lontana.

Infatti anche noi (io e il regista Hans Gegerlehner) abbiamo partito questa impressione quando, guatati i molti corsi di acqua e molti campi di grano, vedemmo la cittadella stendersi davanti a noi e c’erano altri sei chilometri ancora di viaggio.

A mezzogiorno fummo con Hans ospiti dei mille e duecento abitanti che formano il centro. Altra borgata resta a cinque chilometri di cammino aspro in salita a Casalnuovo. Qui v’è una piazza, ma è inutilizzata per difetto di allacciamento con una strada rotabile di qualsiasi natura.

L’ origine delle due borgate, che formano Comune unico, prettamente medioevale. La gente che vi sta dentro i tuguri non ha mai forse visto né il mare né il treno. Vive da anni appartata, fuori del mondo.

Vive in comunanza con gli animali perché dagli animali domestici traggono in maggior parte il necessario per vivere, difettando del tutto i lavori. Privo di strade, sia pure mulattiere, il bracciantato soffre e langue in miseria.

Un progetto di strada Africo-Motticella di Bruzzano, via Casalingo, non è stato mai possibile realizzarlo anche se apparve come unico mezzo per risolvere i gravi problemi economici che assillano il Comune.

Il dottor Morabito, che è il sindaco, ci ha fatto constatare le insistenze rivolte al Governo per mezzo della Prefettura di Reggio. Si aveva avuto speranza fino all’ultimo che i diciotto chilometri Africo-Motticella-Brancaleone, altri progetto di transito, fosse stata realizzata fra gli ultimi progetti finanziati, ma svanì anche questa ultima speranza, con l’amara delusione che i boschi comunali, costituenti un vistoso capitale del Municipio, non avrebbero più dato quella fonte di vita che tutti attendevano.

Ci siamo avvicinati ai ragazzi che giuocavano davanti alla chiesa: ci accolsero con sguardi torvi come chi non ha mai incontrato altra gente diversa dai loro costumi, ed uno di essi, supponendo una sfida nelle nostre domande, estrasse un coltello. Girando attraverso gli usci e le viuzze nell’ultimo recinto di case ci attirò un canto dolce e sommesso: un nucleo di abitanti del luogo, uomini e donne si erano riuniti in una casa privata, in mancanza di una chiesa evangelica, per cantare i loro inni domenicali secondo il rito protestante.

Sotto un porticato due donne litigavano a causa di un maiale che era entrato in casa ed eludendo ogni vigilanza aveva buttato a terra una bambina. La madre accorse strillando e dopo aver lanciato una fitta sassaiola all’indirizzo della padrona del maiale, credette difendersi completamente da ogni ulteriore assalto dei porci randagi, chiudendo completamente il passaggio nella pubblica via.  Ce ne volle del bello e del buono per convincerla che il transito sulla strada era pubblico e non poteva essere manomesso dai privati: “Ma già, esclamò la donna, e come faccio se non vi sono guardie né carabinieri in questo paese? Bisogna pur farla in qualche modo la giustizia! “.

Riprendemmo col collega svizzero la rotolante discesa verso le pianure.

C’era intorno la tristezza paurosa di un Sahara di verde che ti stringe la gola e ti seguirà fra le molte gole delle montagne prima che ti possa deporre, stanco ed abbrutito dalla calura o dal freddo, al più vicino centro abitato, d’onde poi, in mancanza di un servizio pubblico, farai dieci chilometri per raggiungere uno scalo ferroviario. E qui ricorderai, senza il desiderio di tornarci più, che in quella strana cittadina situata, come il Paradiso terrestre, sulla vetta del monte, le mamme legano i bimbi ad una funicella perché nei loro giuochi non abbiano a spingersi troppo e precipitare dall’alto della montagna. Ce lo immaginiamo questo strano e piccolo mondo di alpinisti in miniatura assicurati alla fine, legati dallo stesso pericolo che sovrasta come una eterna minaccia, dominati dallo stesso destino: moltissime fra i giovani e i vecchi sono state le vittime inghiottite dalla montagna su cui è appollaiato il Comune.

Quando la sera siamo tornati al centro abitato più vicino, i fuochi della mattinata che ci avevano guidati per le giogaie, erano cessati. Le stelle erano più pallide dietro una cortina di nebbia che nascondeva completamente Africo ed il suo fosco paesaggio.

Giulio Riccio