Le saffiche

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Madame, con voce un pò acidina, sarcasmo malcelato, chiamò Paola che era sdraiata mollemente in veranda a prendere il sole.

Il timbro di voce di Madame era quasi il risultato perfetto di un ghigno diventato vocale.

“Paola, c’è la tua amichetta al telefono “.

Paola, come una gatta, inarcò la schiena e protese la mano sinistra, l’arto più vicino al cuore, a prendere il ricevitore dalle mani un po’ screpolate, quasi avvizzite, di Madame.

Quanto tempo era passato! Niente, pensò, il tempo non passa mai quando si resta soli.

L’ultima volta che aveva visto Federica era stato in quel caffè del centro della città meneghina dove tutte e due avevano vissuto assieme prima di lasciarsi definitivamente alle spalle i Navigli, il Duomo, parco Sempione e la loro storia d’amore. Esattamente quattro anni, tre mesi, ventidue giorni, sei ore e diciotto minuti fa. La precisione albergava come un ticchettio assordante, inesorabile nel cuore lacerato di Paola.

Dove fosse e con chi fosse Federica non le importava più di tanto. Lei ora era il giocattolo sessuale di Madame. Lusso e case ovunque e vita da rotocalco in cambio di lascive carezze e baci tiepidi.

Ma come poteva Paola fingere di scordarsi quella ragazza alta e per questo mai banale, bionda che quando rideva una giostra di fuochi di artificio le scoppiava in bocca e gli occhi le brillavano di luce violenta, come rossi tramonti di fuoco in riva al mare.

Lei era dentro, ora, a quella balzana storia con la mecenate Madame e Federica era sepolta nei meandri di un desiderio ora irraggiungibile,

Non si poteva tornare indietro, non poteva riavere i baci, la lingua, le carezze, il soffio, i seni, l’ansimare di quella ragazza bionda e alta.

Avvicinò il ricevitore all’orecchio dicendo “Pronto”.

Dall’altro capo remoto del filo si udì un clic e la voce registrata di Federica che recitò.

“Lei getta in aria un pugno di parole/ che ricadono in sparsi frammenti/ Lei guarda seria e intenta/ nascondendo gli occhi/ dietro i suoi vetri neri./ Lei bacia lei/ sollevando la falda del cappello. / Lei aspetta l’altra/ e sa che non verrà./ Lei vuole i matrimoni/ gli assegni familiari / diritti e garanzie ./ Lei non vuole nulla /soltanto se stessa./ Lei  è un’amazzone stanca/ e lo denuncia in modo sottile./ Lei è l’unica lesbica/ ma presto scoprirà che non è vero./Lei è stata violentata / e lo dice in modo pacato con malcelata amarezza ./ Lei porta il lesbismo / come un fiore all’occhiello / e lo mostra con gentile orgoglio./Lei lo nasconde sotto il vestito / fino all’ora di spogliarsi./ Lei piange silenziosa / le sue spalle sussultano e s’incurvano un poco,/ Lei non si dice lesbica/ ma vuole dettare un modello./ Lei rifiuta i modelli e insegue un suo sogno di vita/ Tutto si muove e s’intreccia/ grande è la differenza sotto il cielo /

e non la capirete mai”.

Poi si riudì un secondo e definitivo clic, la linea cadde e tacque definitivamente.

Madame iniziò a sogghignare compiaciuta.

Madame, con voce un pò acidina, sarcasmo malcelato, chiamò Paola che era sdraiata mollemente in veranda a prendere il sole.

Il timbro di voce di Madame era quasi il risultato perfetto di un ghigno diventato vocale.

“Paola, c’è la tua amichetta al telefono “.

Paola, come una gatta, inarcò la schiena e protese la mano sinistra, l’arto più vicino al cuore, a prendere il ricevitore dalle mani un po’ screpolate, quasi avvizzite, di Madame.

Quanto tempo era passato! Niente, pensò, il tempo non passa mai quando si resta soli.

L’ultima volta che aveva visto Federica era stato in quel caffè del centro della città meneghina dove tutte e due avevano vissuto assieme prima di lasciarsi definitivamente alle spalle i Navigli, il Duomo, parco Sempione e la loro storia d’amore. Esattamente quattro anni, tre mesi, ventidue giorni, sei ore e diciotto minuti fa. La precisione albergava come un ticchettio assordante, inesorabile nel cuore lacerato di Paola.

Dove fosse e con chi fosse Federica non le importava più di tanto. Lei ora era il giocattolo sessuale di Madame. Lusso e case ovunque e vita da rotocalco in cambio di lascive carezze e baci tiepidi.

Ma come poteva Paola fingere di scordarsi quella ragazza alta e per questo mai banale, bionda che quando rideva una giostra di fuochi di artificio le scoppiava in bocca e gli occhi le brillavano di luce violenta, come rossi tramonti di fuoco in riva al mare.

Lei era dentro, ora, a quella balzana storia con la mecenate Madame e Federica era sepolta nei meandri di un desiderio ora irraggiungibile,

Non si poteva tornare indietro, non poteva riavere i baci, la lingua, le carezze, il soffio, i seni, l’ansimare di quella ragazza bionda e alta.

Avvicinò il ricevitore all’orecchio dicendo “Pronto”.

Dall’altro capo remoto del filo si udì un clic e la voce registrata di Federica che recitò.

“Lei getta in aria un pugno di parole/ che ricadono in sparsi frammenti/ Lei guarda seria e intenta/ nascondendo gli occhi/ dietro i suoi vetri neri./ Lei bacia lei/ sollevando la falda del cappello. / Lei aspetta l’altra/ e sa che non verrà./ Lei vuole i matrimoni/ gli assegni familiari / diritti e garanzie ./ Lei non vuole nulla /soltanto se stessa./ Lei  è un’amazzone stanca/ e lo denuncia in modo sottile./ Lei è l’unica lesbica/ ma presto scoprirà che non è vero./Lei è stata violentata / e lo dice in modo pacato con malcelata amarezza ./ Lei porta il lesbismo / come un fiore all’occhiello / e lo mostra con gentile orgoglio./Lei lo nasconde sotto il vestito / fino all’ora di spogliarsi./ Lei piange silenziosa / le sue spalle sussultano e s’incurvano un poco,/ Lei non si dice lesbica/ ma vuole dettare un modello./ Lei rifiuta i modelli e insegue un suo sogno di vita/ Tutto si muove e s’intreccia/ grande è la differenza sotto il cielo / e non la capirete mai”.

Poi si riudì un secondo e definitivo clic, la linea cadde e tacque definitivamente.

Madame iniziò a sogghignare compiaciuta.

Giuseppe Roma