Lunga vita alla Riviera

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Senza la narrazione la Locride rimarrebbe senza tutela. Nel 2005, quando sono entrato a far parte della squadra de “La Riviera”, c’era il clima mite di una redazione capace di spendersi per fotografare il bello e il brutto della Locride. Oggi dico che serve ridare slancio e vigore a questo progetto, che è un progetto che parla al territorio, che parla di democrazia, pluralità e quindi libertà

PASQUALE VIOLI

Un vivaio di speranze e libertà. Una scuola, una palestra, forse di più. L’ambizione personale non è mai stata la stella cucita sul petto di Rosario (Vladimir) Condarcuri e questo, insieme alla sua cocciutaggine, sono stati i suoi assi nella manica. Non ha mai voluto essere più grande di quello che serviva, ma ha sempre voluto essere cucito su misura del territorio che voleva raccontare. Nel 2005 quando sono entrato a far parte della squadra de “La Riviera” c’era il clima mite di una redazione capace di spendersi per fotografare il bello e il brutto della Locride. Un giornalismo schietto e diretto. Io lì ho imparato ad usare “Quark” (c’è chi mi capisce), ho osservato Paola su Photoshop e le applicazioni magiche della grafica: talento puro. Ho capito le logiche che stanno dentro la pratica del giornalismo e non nella teoria, ho conosciuto l’estro di Ercole e la caparbietà di tutti i collaboratori, che ruotavano intorno a quell’universo. E a tutti sono grato, perché da tutti ho “Preso” qualcosa che mi è stato utile umanamente e professionalmente. Sono partito davvero dal basso, sono entrato in punta di piedi, ma nel tempo e con il tempo, mi è stato concesso spazio e fiducia, e questo è qualcosa che non si dimentica. Quella di Rosario è stata una scuola, una palestra, forse qualcosa in più per me e per i giovani giornalisti che oggi sono professionisti in Calabria e in Italia. Una “Cantera” di passione che non può e non deve perdersi nelle logiche del web e nella crisi dell’editoria. Il fatto che oggi Pietro Melia sia al timone della redazione dimostra due cose: il merito di Rosario, capace di essere stato padre credibile di un progetto visionario e duraturo. E la grande professionalità e umanità di Pietro Melia che, senza vanità e saccenza, ha saputo mettere a disposizione del territorio e della fucina “Riviera” la sua sapienza giornalistica e la sua esperienza. La Riviera è Siderno, è Locride, ed è presidio di libertà e civiltà, perché racconta un lembo di terra che senza narrazione sarebbe ancor più senza tutela. Non posso non ricordare, con un briciolo di soddisfazione, e perché no di commozione, che dentro le stanze di quella redazione ho conosciuto e frequentato due menti geniali, due talenti immensi: Antonio Delfino e Nicola Zitara. Entrambi capaci con arguzia e intelligenza di raccontare vizi e virtù della Calabria e della Locride. Antonio Delfino era un maestro di giornalismo e di storia del territorio, in 3000 battute era capace di dare colore ad ogni sfumatura, di smontare un’azione politica o decifrare un fatto di interesse collettivo. Un genio inarrivabile. Nicola Zitara era un profondo conoscitore della società, come nessuno riusciva a collegare i fatti che la storia ci ha lasciato, traducendoli in conseguenze economiche e sociali dei giorni nostri. Un gigante. Diversi ma uniti dal talento. Entrambi mi hanno voluto bene, consigliato e indirizzato, e questo non lo dimenticherò mai. E questo comunque lo devo a “La Riviera” e anche quando la mia strada professionale ha deviato sulle pagine de “Il Quotidiano” quel bagaglio mi ha accompagnato con discrezione e leggerezza aiutandomi sempre. Oggi dico che serve ridare slancio e vigore a questo progetto, che è un progetto che parla al territorio, che parla di democrazia, pluralità e quindi libertà. In fondo, anche solo per il fatto che c’è stata e c’è, ogni cittadino di buon senso della Locride dovrebbe ringraziare “La Riviera” e augurarle una lunga vita.