Oggi sposi! Le regole del matrimonio calabrese come nonna comanda

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Matrimonio anni 40

Le nostre nonne ci hanno insegnato che nessun giorno della vita è bello come quello in cui ci si sposa. Per le nuove generazioni qualcosa è cambiato (lauree, contratti di lavoro, la macchina nuova sono spesso degni concorrenti); e tuttavia – almeno qui in Calabria – scagli la prima pietra la ragazza che non ha mai sognato il giorno in cui, di bianco vestita, comincia la sua seconda vita: quella da moglie!

Nonna Maria è promessa

Nonna Maria me lo racconta sempre che non era per niente innamorata di nonno Vito, quando si fidanzarono. Mi racconta che un giorno, come niente, suo fratello Gianni, che era il maggiore di nove figli, cinque femmine e quattro maschi, la raggiunse al telaio e le disse: “Sposiamo Peppe a Rosinella di Mastro Mino; siccome ha pure lui un maschio da sposare, per combinare u dupru, (cioè il doppio matrimonio) gli diamo te”. Così le aveva detto suo fratello Gianni e lei, sulle prime, non aveva capito se doveva essere contenta oppure no.

“Allora che cos’hai fatto, nonna?”

“Ho continuato a tessere. Stavo facendo un lenzuolo per la mia dote, perché ormai avevo quindici anni e lo sapevo che mi avrebbero sposata presto”.

La dote è la parte più tradizionale del tradizionalissimo matrimonio calabrese e ancora oggi le mamme più legate al rito la preparano per le loro figlie. Dote sposa Ai tempi di nonna Maria, la dote consisteva in tutti i beni materiali che una sposa riceveva dalla propria famiglia il giorno delle sue nozze: terreni, animali, mobili, biancheria e corredo. Era un aspetto molto importante da considerare prima di prendere moglie: per trovare un pretendente, non serviva che una ragazza fosse bella o intelligente, se era ben “dotata”. Fortunatamente nonna Maria aveva un bel viso, perché se fosse stato unicamente per la dote sarebbe rimasta single … pardon! zitella per tutta la vita.

L’incidente che capitò alla vicina di nonna Maria

Quando nonna Maria, che ancora non aveva mai visto nonno Vito pur essendoci fidanzata, confidò alla sua amica Grazia che di sposare uno sconosciuto non ne aveva per nulla voglia, Grazia, che era più grande e più disinvolta di mia nonna, le consigliò di fare la fuitina. La pratica era questa: trovare di nascosto un amorino e farsi rapire di notte; così, ormai compromessa, si sarebbe sposata con il suo rapitore. Solo con il matrimonio riparatore, infatti, era possibile evitare il matrimonio combinato.

Anche questa pratica, seppure un poco discutibile, è molto antica: mia nonna non lo sa, ma l’antica Magna Grecia brulicava di rapitori e rapite che poi vivevano felici; non ultimi Ade e Persefone, le divinità dell’oltretomba.

Nonna Maria si rifiutò di seguire il consiglio di Grazia e non scappò: rimase a sposarsi con nonno Vito, senza riuscire a capire se dovesse essere contenta oppure no. Invece la sua amica scelse il brivido dell’avventura e, pochi giorni dopo le nozze dei miei nonni, fuggì con un ragazzo più piccolo di lei. Li ritrovarono qualche ora dopo accanto al letto di un torrente, oramai compromessi al punto che dovettero sposarsi quella stessa sera. Grazia non portava l’abito bianco, perché non era più così pura.

Nonna Maria sceglie la tradizione

Nonna Maria vide per la prima volta nonno Vito il giorno in cui si fidanzarono. Una sera lui e i suoi genitori, invitati a cena dalla famiglia della nonna, si presentarono con un grande mazzo di fiori, un anello di fidanzamento, una parure con collana e  orecchini: l’obiettivo era quello di singàri (cioè segnare) nonna Maria, che d’ora in poi, indossando quei gioielli, avrebbe dato mostra di essere una ragazza già promessa.

Una settimana prima delle nozze, nonna Maria entrò per la prima volta in quella che sarebbe stata casa sua; la accompagnavano sua madre e la madre di nonno Vito. Le due donne avevano organizzato, insieme ai parenti più stretti, un piccolo rito ancora in uso tra i calabresi più tradizionalisti: la vestizione del primo letto. Si tratta di preparare la camera nuziale della coppia, sistemando il letto matrimoniale con lenzuola ricamate a mano e coperte di stoffa pregiata, per augurare alla nuova famiglia prosperità e fortuna.

Tutti entrarono in camera da letto, eccetto la povera nonna Maria, a cui era stato vietato l’ingresso perché, dicevano, porta mali! Una volta “vestito” il letto, i parenti e gli amici invitati si riunirono in sala da pranzo, mangiarono e bevvero alla salute dei futuri sposi e presentarono loro dei piccoli doni perché iniziassero più comodamente possibile la nuova vita.

“E il nonno com’era, nonna? Ti piaceva?”

“Mmah” ha sospirato nonna Maria e ha arricciato, vezzosa, le labbra; “Ancora non avevo capito se dovevo essere contenta o no.”

Il giorno del matrimonio di Nonna Maria

Il giorno del suo matrimonio, neppure nonna Maria indossò l’abito bianco: si mise invece un abito color sabbia di seta ricamata che le avevano comprato – come tradizione voleva – i suoi suoceri. Al posto del velo, portava un cappellino che lasciava cadere una veletta sugli occhi e sul naso. Stringeva forte un bouquet di  fiori finti mentre suo padre la accompagnava all’altare dove, tutto in tiro, la aspettava già nonno Vito. Dopo la cerimonia e i festeggiamenti, giunse il momento della cena e della tarantella: tutti gli invitati si disposero a semicerchio attorno a nonna Maria facendo finta di portarla via a nonno Vito, che frattanto faceva timidamente mostra di attirarla verso di sé.

“E allora, nonna? A quel punto sei stata contenta?”

“Era un po’ goffo, tuo nonno. Mi pareva un bambino” ha risposto lei.

Nonna Maria novella sposa

Il giorno dopo aver indossato l’abito chiaro, nonna Maria ne indossò uno scuro. Sposi La tradizione calabrese, specie quella dell’entroterra, voleva che le novelle spose portassero abiti scuri per qualche tempo dopo il matrimonio. Se lo tolse solo per rimettersi quello di seta chiara, lo stesso che aveva indossato per sposarsi, il giorno in cui lei e nonno Vito andarono in uno studio per farsi fare una fotografia. Nonna Maria mi confessò che in quella foto, che tiene appesa in salotto in una cornice di legno, aspettava già mia madre.

E vissero per sempre …

“Di’ nonna, ma sii sincera: alla fine hai capito se essere contenta oppure no?”

Mia nonna Maria mi ha guardato tutta soddisfatta e a stento ha trattenuto una risata. “Sì, alla fine ho capito che ero felice e contenta.”