Pagami, ti prego, pagami!

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Il racconto del lavoro a nero, degli stage sottopagati e della necessità di dignità per i lavoratori

Quanti compressi siamo disposti a fare pur di lavorare in Calabria? Tanti, ecco la storia di un ragazzo di Siderno. Il racconto è di fantasia, ma i fatti purtroppo sono reali come ogni stagista, lavoratore sottopagato o in nero sa

Eravamo in sala d’aspetto io, un vecchio, una ragazza, un uomo con una bambina. La sala d’aspetto era quella di un oculista. Tutti avevamo problemi a credere ai nostri  occhi: il vecchio ne aveva viste troppe e ormai era quasi cieco; la ragazza non scorgeva neppure l’ombra di un futuro; per quel che mi riguarda, sono stato miope per tutta la vita e non distinguo prospettive. L’uomo era quello messo peggio: mi confessò disperato che ci vedeva solo in bianco e nero.

Nessuno di noi, ovviamente, sfogliava un giornale.

A rompere il silenzio della sala cominciai io:

«Cavolo, se il dottore non arriva rischio di fare tardi a lavoro».

«Che lavoro fai?» chiese l’uomo, saettando uno sguardo grigio verso di me. Io, che lavoravo per la prima volta dopo un anno e mezzo dalla laurea, risposi orgoglioso:

«Ho una cooperativa in gestione. La gestisco tutta io, controllo i progetti, decido gli investimenti eccetera», spiegai.

«Prenderai un bello stipendio» disse l’uomo con un soffio di invidia e tornò a cullare la sua bambina.

«Veramente» cominciai io imbarazzato. «Veramente sono ancora uno stagista».

«Ti danno un rimborso spese?» intervenne la ragazza che non vedeva il futuro. Io diventai rosso fino ai capelli.

«Agli stagisti non tocca il rimborso… mi hanno detto. Però… però non potete immaginare quanto sto imparando!» dissi e feci di sì con la testa mandando in giù gli angoli della bocca, come chi sta guardando una torta esageratamente grande o una donna esageratamente bella. Tutti mi fecero un sorriso, perfino la bambina.

«Lavori qui in città?» chiese ancora la ragazza.

«No, la sede della cooperativa è in Aspromonte.»

«Cosa? Vai in Aspromonte tutte le mattine?!» chiese incredulo l’uomo.

«No, no! Un giorno sì e un giorno no. Sennò ci rimetterei troppi soldi» mi affrettai a spiegare.

«Non ti danno neanche i soldi del viaggio?» si informò premurosamente la ragazza. Il vecchio entrò discretamente nella conversazione, grugnendo.

«Per ora. Ma se il progetto va bene, tra tre mesi mi daranno il part-time. Sai, mi stanno formando loro: è naturale che, se in futuro dovranno assumere qualcuno, prenderanno me. Sto attento a dimostrare tutto l’impegno necessario: faccio lavori extra, sono sempre in contatto con gli operai, correggo i bozzetti del geometra. Insomma, sto marciando».

«Che succede, però, se il progetto non va bene?»

Mi incassai nelle spalle e sorrisi. «Avrò imparato» dissi, in uno sfoggio di stoicismo. Tutti e tre, persino il vecchio, mi lanciarono un’occhiata.

«D’altronde qui in Calabria è così» si rassegnò la ragazza. «Pensa che io lavoro in un negozio d’abbigliamento quasi dieci ore al giorno, perché ho un contratto full-time da 800 €, ma alla fine del mese il proprietario me ne fa restituire 400» raccontò. Il vecchio grugnì di nuovo, l’uomo sghignazzò.

«Eh, oggi è difficile. Se vuoi lavorare, ne devi fare di sacrifici» riflettei, pensando al mio portafoglio vuoto.

«Non la pensano tutti come voi, sapete? Io ho una fabbrica di mattonelle e non trovo nessuno che venga a lavorare. Nessuno!» intervenne l’uomo. «Poi dicono che non c’è lavoro. Il lavoro c’è, ma a nessuno va di farlo. La verità è che campano tutti attaccati al capezzolo dello Stato» fu la chiusura dell’arringa. Io, che mi sentivo espressamente chiamato in causa ogni volta che sentivo le magiche parole «offro un lavoro», con una foga agonistica mascherata da tiepido interesse domandai:

«Cerchi un operaio?».

Sì, pensai sul serio di andare a fare l’operaio nella ditta di quell’uomo; lo pensai senza vergogna. Non mi importava: per un anno avrei fatto finta di non aver preso una laurea in ingegneria gestionale e mi sarei messo da parte lo stipendio. Poi sarei ripartito a cercare lavoro. Tanto avevo appena 29 anni: ne avevo di tempo per arrivare al successo.

«Cerco un operaio per scaricare e trasportare la merce, mettere ordine, ‘ste cose qui» disse l’uomo.

«Forse ho un amico che…» mentii. L’uomo mi guardò.

«Ha famiglia?»

«No no»

«Laureato e tutte queste cazzate qui?»

«Mmmh … no …»

«E allora mandamelo. Otto, nove ore al giorno, 400 al mese se vuole essere messo a posto, 550 se si accontenta di soldi… colorati, diciamo così» disse con un sorriso furbo. Sorrisi anche io: avrei dato chissà che per 550 al mese!

«Allora te lo mando» promisi.

«Se il tuo amico non vuole, ci sarebbe anche mio fratello che cerca lavoro» si intromise la ragazza. La guardai in cagnesco e le avrei detto di certo qualcosa, se il vecchio non avesse deciso di parlare.

«Poveri coglioni» disse. «A perdere tempo a dignità. Non è questo il lavoro, coglioni!»

Tutti facemmo silenzio. Il vecchio proseguì indisturbato.

«Tu: questa cosa che chiami stage l’hanno inventata per fare fessi i poveri coglioni come te, che si accontentano della pacca sulla spalla e scodinzolano quando il padrone dice “bravo”. Quando si è a lavoro non si impara: si impara a scuola! La scuola è fatta apposta. Al lavoro si lavora, e il lavoro significa che le energie impiegate devono essere retribuite! Non si lecca la mano che ti picchia, coglione!» disse. «E tu» e si rivolse, implacabile, alla ragazza «Se ti pagano la metà del pattuito, lavora la metà del pattuito. Invece tu» disse all’uomo che lo guardava con odio aspettando il suo turno. «Grazie a quelli come te, la Calabria è al primo posto per il lavoro nero. Tu e gli altri state fregando 192 miliardi l’anno allo Stato, coglione! Ti credi furbo perché hai risparmiato due centesimi di tasse? È colpa tua se questo Paese è rovinato! E voi morti di fame, non vi vergognate a litigarvi un osso? Ribellatevi, coglioni! Non sapete più come si fa? Si fa così» urlò il vecchio e incrociò le braccia sopra  il petto.

La sala era ripiombata nel silenzio, ma questa volta fu la ragazza a spezzarlo.

«Lei che lavoro faceva da giovane?»

«Il sindacalista» grugnì per l’ultima volta il vecchio.

Cosa ho capito da questa esperienza? Che, nonostante le mie due lauree, sono un coglione. E che non esistono più i sindacalisti di una volta.

Ieri è stato il primo di maggio, ma io non l’ho festeggiato perché non sono un lavoratore; mi riconosco più nella categoria “schiavi”. Penso che comincerò a festeggiare da domani, in un modo che mi ha insegnato un vecchio una volta: incrocerò le braccia.