PD: “Ma che senso ha insistere con i 5 stelle”?

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Soltanto Stefano Bonaccini ha ammesso che il Nazareno negli ultimi anni ha inseguito troppo le stramberie populiste del Movimento 5 stelle. Che senso ha insistere l’alleanza con un partito morente e in calo nei sondaggi? Servirebbe un taglio netto col passato e un programma per le politiche del 2023.

Sembra dissolta quella cappa politica costituita dalla fissazione del Partito democratico per il Movimento 5 stelle prima dimaiano e soprattutto contiano, ed è l’effetto forse più salubre delle elezioni amministrative di domenica. Con un senso di liberazione lo ha notato Stefano Bonaccini: «Abbiamo inseguito per troppo tempo il Movimento 5 stelle, ma quando tu insegui qualcuno decidendo le tue mosse in base a quello che fa lui, la gente tra l’originale e la fotocopia segue la prima». Ė la pura e semplice verità.

Diciamo dunque che da quando il M5s sta collassando il Pd respira meglio, alza lo sguardo, non subisce più le stramberie antipolitiche e qualunquiste – dalla casuale riduzione del numero dei parlamentari all’ambientalismo del no – e torna persino a essere competitivo, a vincere al Nord, nelle zone popolari (va a finire che il vero partito intimamente Ztl era proprio il contagioso Movimento), non ha più bisogno di chiedere il permesso a Beppe Grillo o a Giuseppe Conte di candidare chi gli pare, non deve più temere scavalcamenti a sinistra sulla pace, non deve più restare nella logica dei bonus a pioggia.

Questo era il campo largo, cerchiamo di essere onesti: un cartello imperniato sull’asse Pd-M5s (e i cuginetti di Articolo Uno). Come tale, venendo meno il partito di Conte, questa idea semplicemente non esiste più.

È una boccata d’ossigeno che – ha ragione il presidente dell’Emilia-Romagna – fa maledire tutto il tempo sprecato a incensare l’avvocato del populismo rivelatosi per quello che è, un mesto politicante: ma ci fosse una parola di Nicola Zingaretti, di Goffredo Bettini, ma anche dello stesso Enrico Letta per dire “scusate, abbiamo sbagliato analisi”, e soprattutto i primi due sapranno che Togliatti diceva «se sbagliate analisi, sbagliate tutto».

Non parliamo poi della sinistra di Andrea Orlando e Peppe Provenzano, lesti a mettere il cappello sulla affermazione di domenica scorsa e ad annunciare una virata sociale della linea del Pd, come se non fossero stati soprattutto loro della sinistra interna a vezzeggiare Conte quasi fosse un nuovo Lenin, a ipotizzare insieme al vecchio Bersani una federazione con i grillini, e altre amenità di questo tipo.

È uno di principali mali della politica italiana tutta, in questo caso della sinistra, quello di non fare mai autocritica nel senso del nobile esercizio dell’onestà intellettuale spesso scambiato per abiura opportunistica: macché, alla scuola tardo-gentiliana della sinistra italiana ogni cosa è figlia naturale di un’altra cosa, tutto è letto in continuità (per fortuna ci sono stati gli Achille Occhetto, i Walter Veltroni, i Matteo Renzi a spezzare questa noiosa catena), al massimo si cambia linea ma senza dirlo.

E in effetti, per tornare a Togliatti, negli anni che abbiamo alle spalle questi dirigenti hanno sbagliato tutto, e la zavorra si sente ancora nei sondaggi che probabilmente sarebbero ancora migliore se per tre anni invece di gingillarsi con i compagni del Movimento avessero fatto politica.

Per fortuna, non loro ma la storia concreta, a partire dalla Politica di Mario Draghi contro l’antipolitica, si è incaricata di sgonfiare il pallone populista e Letta incassa il risultato grazie alla sua pazienza che in lui fa rima con fortuna – non è una critica ma una constatazione – solo che adesso deve rimettere la testa sul suo progetto: ma da questo punto di vista non si registrano novità, per ora siamo all’Ulivo, 22 anni dopo, e al mitico argine contro la destra, con tutti dentro, aspettando l’altrettanto mitico programma (a proposito, perché non mette su una cosa seria, interna-esterna, per redigere un programma fondamentale come nella migliore tradizione dei partiti socialdemocratici europei?).

Diamo tempo al tempo, il Nazareno a quanto pare deve ancora scegliere tra Macron e Mélenchon. Per fortuna dei dem e del suo segretario adesso la strada è più sgombra di ostacoli che lo stesso Pd si era messo davanti: l’eclissi del principale partito populista che in questi anni ha infettato il campo democratico agevola il percorso per la sfida del governo del Paese.

L’ideale è che se ne prendesse atto, e lo si dicesse ad alta voce: la linea è cambiata, dei Cinque Stelle di vecchio e nuovo conio non ci interessa più niente. Sarebbe un’operazione di grande onestà intellettuale e visione politica.