Quel che rimane del processo “Trattativa”

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Trent’anni anni fa, alcuni pubblici ministeri, impegnati nella procura di Palermo, decisero di imbastire il processo “Trattativa”. Un processo che avrebbe dovuto riscrivere la storia d’Italia negli ultimi decenni ma, come succede spesso per i grandi processi, rimangono solo i titoli in prima pagina.

Quasi 30 anni fa alcuni pubblici ministeri impegnati nella procura di Palermo decisero di imbastire il processo “Trattativa”.

In questa settimana, i giudici di appello hanno messo la parola fine a quello che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei PM e di tanta parte della stampa di regime, un processo così importante da riscrivere la storia d’Italia negli ultimi decenni.

Succede.

Succede spesso, ed in Calabria molto più che altrove, che dei “Grandi processi” restino solo i titoli di prima pagina pubblicati da una stampa “Amica” e subalterna. Processi che costano lacrime, sofferenze e tanti, ma tanti, soldi a carico dei cittadini.

Alcune volte, raramente, i PM protagonisti sono convinti delle loro tesi. In tal caso meritano rispetto. Molte volte è l’ardente desiderio di notorietà, di carriera, di fama immeritata a spingerli sino al punto di collocarsi fuori della legalità Repubblicana. Sino al punto da non esitare un solo attimo ad utilizzare qualsiasi metodo pur di raggiungere i propri fini. Giungono, perfino, a strumentalizzare improbabili minacce di morte nei loro confronti.

Detto questo, da garantista, non posso dire che il dottor Di Matteo si sia inventato le minacce, ma non escludo che altri lo abbiano fatto per fini estranei alla giustizia. Durante il processo di primo grado si è ipotizzato perfino l’uso di blindati per difendere l’incolumità dei pubblici ministeri di Palermo.

Una domanda è d’obbligo: se gli imputati erano innocenti (ed innocenti erano) chi avrebbe avuto l’interesse di attentare alla vita dei PM?

Nessuno.

Mi sembra sia giusto concludere che non sarebbe male, se ogni volta che viene rivelata la notizia di minacce verso magistrati, ci fosse una severa indagine svolta da personale da fuori regione ed i risultati resi pubblici. In caso di assoluta mancanza di riscontri sarebbe giusto quantomeno domandarsi per quali fini qualcuno ha inventato le minacce e, soprattutto, “A chi giova?”Sono convinto che così facendo le “Minacce” (si fa per dire) diminuirebbero del 90% nel giro di qualche mese.

Lo Stato avrebbe tanto da guadagnare. In onore, credibilità oltre che in fondi pubblici, oggi sprecati, ma che domani potrebbero essere utilizzati per fini certamente più nobili.