Questa è la storia di Silvestro, Giusy e Alfredo

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“La morte non esiste figlia, la gente muore solo quando viene dimenticata … . Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te” (Isabel Allende)

Di Daniela Rullo

Questa è una di quelle storie che tutti ricorderemo per molto tempo, lungo la Riviera dei Gelsomini.

Era la fine di agosto quando a Riace ci fu un gravissimo incidente tra un’auto e due moto con a bordo marito e moglie, deceduti l’uno sul colpo e l’altra in tarda serata di quella stessa tragica domenica. Gli altri due amici, su una seconda moto, in ospedale gravemente feriti. Di quelle quattro persone è morto anche il terzo, lunedì scorso, lasciando la comunità di Roccella Jonica affranta e sgomenta una volta di più, lacerata dal dolore della perdita. I loro nomi… Silvestro, Giusy, Alfredo. Il lutto lascia un vuoto, enorme, in chi rimane: figli, compagne, genitori, parenti, amici, colleghi. La morte, una parola che malvolentieri pronunciamo, arriva inattesa, nonostante si nasca tutti mortali, con la sua falce, stroncando le messi che biondeggiano al sole. Anche se chi rimane non lo sa, non lo saprà mai, non lo vorrà mai accettare… il grano era maturo e dall’aldilà è stato deciso che il tempo degli addii era giunto. Lutto, significa piangere. Qualsiasi morte infligge sofferenze ai suoi cari. È un dolore nel corpo e nella psiche, è lancinante, sconquassa, spacca, frantuma, qualcosa si rompe dentro e fa un gran rumore, sordo… Il lutto ha un tempo, come tutte le cose, un tempo di assimilazione della notizia (ma chi vorrebbe ingoiare mai questo boccone così amaro!), un tempo di rifiuto, di rabbia, di depressione. Tutte le morti ci rubano non solo le persone amate ma con loro una parte di noi. Ed ecco la forza e il sostegno e l’importanza dei lutti cittadini, di tutta la comunità che si stringe, per lo scomparso, per i suoi familiari, e per se stessa. La comunità e i suoi membri si fanno forza, l’una con l’altro, durante il rito funebre che ricorda a tutti noi quanto possiamo essere fragili e quanto possiamo essere meno vulnerabili stringendoci in un cordoglio collettivo. Durante l’ultimo anno abbiamo dovuto rinunciare a tutti i riti che la collettività mette in atto per scandire i momenti principali e significativi della vita di ciascuno: dal momento in cui ci affacciamo alla vita fino all’ultimo, quello del trapasso. La Chiesa, a cui viene affidato questo compito di rendere simbolico il passaggio, dalla presenza all’assenza, verso il Regno dei Cieli, conforta e unisce in un luogo fisico tutti i partecipanti. La liturgia ricorda il nostro esserci senza corporeità, dà speranza a chi ha fede, è un balsamo contro il dolore della perdita attraverso i canti, la voce calda di un “padre” che ci abbraccia virtualmente, contenendo le nostre lacrime e la nostra disperazione. È importante la partecipazione, anche se chi soffre vorrebbe probabilmente sprofondare in un abisso fatto di silenzio e di solitudine. Importante perché l’essere umano è per sua natura empatico, soffre naturalmente davanti alla sofferenza altrui e d’istinto prende per mano e soccorre chi “cade”. Anche se durante gli ultimi anni ci è stato detto che il dolore non va messo in piazza ma è pudico, intimo, che non vanno mostrate le lacrime, anche se non esistono più le prefiche, donne piangenti a pagamento, ma si può comunicare via social tutto il nostro dolore… ritengo sia utile la partecipazione collettiva, sempre, al lutto di qualcuno che conosciamo bene o anche poco, perché siamo esseri sociali, che proviamo sentimenti reali, non virtuali, e che abbiamo bisogno di condivisione, sia dei momenti belli che di quelli brutti, abbiamo bisogno di vicinanza e non di distanza. Pertanto era necessario scrivere ricordandoci di Silvestro, Giusy e Alfredo ma anche di chi sopravvive loro, nonostante i più atroci dolori fisici e non solo, con affetto, partecipazione e cordoglio di tutta la comunità estesa della Riviera dei Gelsomini.