HomeApprofondimentiRestanza, questione di ottave

Restanza, questione di ottave

Ho imparato che quasi ogni parola può essere pronunciata all’ottava alta o all’ottava bassa. Uso un linguaggio musicale che, almeno quello, un pochino mi appartiene.

Prendiamo la parola AMORE. All’ottava alta è dono, libertà, cura. All’ottava bassa può diventare possesso, dipendenza, ricatto.

PATRIA. All’ottava alta è appartenenza, responsabilità verso il luogo e la comunità di cui si è parte. All’ottava bassa può diventare nazionalismo, esclusione, presunzione di superiorità.

TRADIZIONE. All’ottava alta è memoria viva, qualcosa che ricevi e continui a trasformare. All’ottava bassa è immobilismo, ripetizione, nostalgia di un passato idealizzato.

IDENTITÀ. All’ottava alta significa sapere da dove vieni senza avere paura di incontrare ciò che è diverso da te. All’ottava bassa diventa recinto, ossessione delle radici, contrapposizione tra “noi” e “gli altri”.

Persino LIBERTÀ ha le sue ottave. All’ottava alta è poter scegliere la propria vita. All’ottava bassa può diventare l’illusione che essere liberi significhi non avere legami, non dovere niente a nessuno, non appartenere a niente e a nessuno.

E poi c’è una parola particolarmente delicata dalle nostre parti. FAMIGLIA

All’ottava bassa sappiamo benissimo cosa può significare. Familismo, controllo, clan, protezione degli interessi dei propri contro quelli della comunità. E in Calabria conosciamo purtroppo anche la degenerazione estrema della parola famiglia… la ’ndrina, la famiglia intesa come struttura di potere mafioso, appartenenza che non protegge la libertà dell’individuo ma la soffoca.

Ma sarebbe assurdo pensare che, siccome esiste questa ottava bassa, dobbiamo buttare via anche quella alta.

Perché famiglia all’ottava alta significa cura, responsabilità, solidarietà, memoria, bambini che crescono accanto ai nonni, figli che non considerano i genitori anziani un ingombro, fratelli e sorelle che continuano a sentirsi parte della stessa storia. Significa sapere che la nostra esistenza non comincia e non finisce con noi stessi. E qui qualcosa non mi torna.

Soprattutto a noi del Sud viene continuamente spiegato che bisogna uscire, partire, viaggiare, spostarsi, emanciparsi dalla famiglia, essere mobili, flessibili, disponibili ad andare dove ci sono opportunità. E naturalmente conoscere il mondo è una ricchezza. Anch’io ho vissuto fuori, ho studiato fuori, conosco bene il valore dell’incontro con altri luoghi e altre culture. Ma c’è una differenza enorme tra poter partire e dover partire. Se un ragazzo calabrese vuole andare a studiare a Bologna, Milano, Berlino o Londra e decide liberamente di costruire altrove la propria vita, quella è libertà. Se invece deve andarsene perché qui non trova lavoro, servizi, trasporti, possibilità professionali, e poi questa necessità gli viene persino raccontata come emancipazione, allora qualcosa non torna. Perché nel frattempo una certa idea contemporanea dell’uomo sembra coincidere sempre più perfettamente con quella richiesta dal mercato. Un individuo mobile, flessibile, intercambiabile, pronto a spostarsi dove serve. E dentro questa logica la famiglia, gli amici, i genitori anziani, la casa, il paese, il paesaggio, i legami costruiti in una vita rischiano di apparire quasi come zavorre dalle quali liberarsi. Un uomo senza legami può essere molto mobile. Non significa necessariamente che sia più libero. E allora anche restare ha le sue due ottave.

RESTARE ALL’OTTAVA BASSA è paura del mondo. È chiudersi nel proprio paese pensando che fuori non ci sia niente da imparare. È trasformare le radici in catene.

RESTARE ALL’OTTAVA ALTA è conoscere il mondo, poter partire e scegliere comunque di costruire qui una parte della propria vita. Non perché “qui è tutto bellissimo”, non perché la Calabria sia un’Eden da cartolina, ma perché anche vivere vicino alle persone che ami, contribuire alla comunità alla quale appartieni e provare a cambiare il luogo in cui sei nato possono essere scelte “moderne” quanto prendere un aereo e andarsene.

Anche PARTIRE, naturalmente, ha le sue ottave. Si può partire per desiderio, curiosità, amore, conoscenza. E si può PARTIRE perché un territorio ti ha tolto, una dopo l’altra, tutte le alternative.

Per questo forse il contrario dell’EMIGRAZIONE non è la RESTANZA. Il contrario dell’emigrazione forzata è la LIBERTÀ. Libertà di partire, tornare, restare. E forse dovremmo ricominciare a pronunciare senza vergogna parole come famiglia, casa, terra, comunità, appartenenza. Senza riportarle all’ottava bassa del familismo, della chiusura o della nostalgia. Semplicemente imparando a suonarle un’ottava più in alto.

Fabio Macagnino

- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
ARTICOLI CORRELATI

Le PIU' LETTE