Finiti i caos di agosto, tra i siti archeologici e la musica dell’antica Kaulon si riapre la sfida per valorizzare davvero chi questi luoghi li vive tutto l’anno.
Fabio Macagnino
In coda all’estate siamo rimasti soli. “Suli”. I turisti se ne sono andati, più o meno tutti insieme e senza neanche salutarci. Però prima o poi noi calabresi dovremmo deciderci. Siamo contenti che se ne siano andati perché non sanno guidare, parcheggiano dove capita, fanno traffico, vengono qua convinti che finalmente possono fare tutto quello che nelle città del Nord non si sognerebbero mai di fare… oppure siamo tristi perché se ne sono andati? Perché per tutto agosto li malediciamo e poi, appena spariscono, guardiamo il lungomare vuoto e cominciamo: “Eh però… bisognerebbe allungare la stagione turistica…”. ‘Nsomma, decidiamoci. Nel frattempo siamo rimasti noi, che abbiamo deciso di restare, vivere, lavorare, fare musica, aprire qualcosa, crescere i nostri figli o semplicemente continuare ad abitare questi luoghi. Forse potremmo cominciare dal far stare bene chi qui ci vive tutto l’anno. Il turismo, magari, potrebbe persino arrivare come effetto collaterale. Una specie di turismo interno, se possiamo chiamarlo così. Noi della Locride che torniamo a muoverci nella Locride, noi reggini che ricominciamo a sentire tutta questa provincia come casa nostra. Uscire, spostarci di qualche chilometro, andare a vedere un paese dove non mettiamo piede da anni, un museo che abbiamo sempre detto “prima o poi”, un sito archeologico davanti al quale siamo passati cento volte. Tornare ad accorgerci di quello che abbiamo e, magari, riuscire perfino a stupircene di nuovo. L’altra sera, al Museo e Parco Archeologico dell’antica Kaulon, qualcuno ha acceso le luci su un luogo, sulla sua storia, sul patrimonio che abbiamo davanti agli occhi e che forse, proprio perché è lì da sempre, abbiamo finito per non vedere più. E basta già questo per mettere in moto qualcosa. Per farci pensare che aver deciso di vivere qui possa avere senso, possa essere persino piacevole, senza sentire continuamente il bisogno di spiegarlo agli altri e, prima ancora, di giustificarlo a noi stessi. Basterebbe poco, davvero. Avere cura di quello che abbiamo, pulirlo, lucidarlo, illuminarlo, renderlo accessibile, raccontarlo. Proteggerlo anche dall’omologazione dell’uguale che lentamente sta facendo assomigliare ogni luogo a tutti gli altri, le piazze alle altre piazze, le feste alle altre feste, i paesi agli altri paesi e i festival di tarantelle a tutti i festival di tarantelle. Questa terra, lo diciamo continuamente, possiede già quasi tutto. Il mare, i paesaggi, le rovine, i borghi, le storie, le parole, i suoni e quella luce che continua a resistere ben oltre agosto. Forse abbiamo bisogno soprattutto di tornare a guardarla, questa terra. Di riconoscerla. Di smettere di considerare inevitabile l’abbandono, la sciatteria, l’approssimazione. La sera del 27 agosto, tra le pietre dell’antica Kaulon, BIOMA, il Movimento Terra e l’orchestra del Conservatorio “F. Cilea”, diretta dal M° Andrea Calabrese, per qualche ora sono diventati parte di quel paesaggio. Musica, archeologia, mare, memoria, persone. Un piccolo ecosistema sonoro dentro un ecosistema molto più grande. Rimane la gratitudine verso chi ha voluto tutto questo, verso chi ci ha lavorato, verso i musicisti, l’orchestra e le tante persone che sono venute ad ascoltarci. Forse è questa la flebile speranza che rimane nell’aria alla fine dell’estate. Che qualcuno continui ad accendere le luci. Magari scopriamo pure che la stagione turistica si può allungare senza aspettare i turisti. Nel frattempo potremmo provare a fare i turisti a casa nostra. Possibilmente guidando meglio di loro

