Roccella Jazz: fu colpo di fulmine!

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In genere, cancellare la storia e disperdere patrimoni culturali devono classificarsi come un delitto o comunque un grande torto che si consumano ai danni delle generazioni future.  L’appello da rivolgere, dunque, alla classe dirigente, non appena eletta, che governerà la Regione è: “Salviamo Roccella Jazz”. Senza se e senza ma.

 Tra me e Roccella Jazz è stato amore a prima vista. Conoscevo poco quel genere musicale, un po’ lontano dalla mia generazione di giovani scanzonati degli anni 80. La stessa parola “jazz” provocava in me un certo smarrimento, lasciava immaginare un insieme di suoni e frastuoni, senza capo né coda. Mai avrei pensato che, al primo incontro, me ne sarei innamorato tanto da diventare, con gli anni, abbastanza ferrato in materia. Quasi trent’anni sono passati da quando il compianto Franco Martelli, Capo della Redazione calabrese della RAI, mi chiese di recarmi a Roccella per seguire le quattro serate di un  “festival molto importante”,  così mi disse. “Ti piacerà, so che ti piacerà”, parole del mio compagno di stanza Pino Nano, quasi a convincermi che non si trattava di una delle tante e spesso insignificanti manifestazioni estive calabresi.

Appena arrivato nella cittadina jonica il primo contatto fu con il patron di questo Festival, Sisinio Zito, figura esile e titanica al tempo stesso, un signore d’altri tempi, gentile e affabile, con un timbro di voce radiofonica che tutti i professionisti del microfono avrebbero invidiato. Avevo conosciuto in passato Zito come senatore della Repubblica, esponente di spicco del Partito Socialista. Lo conoscevo meno come mecenate di un circolo che ogni anno radunava artisti, musicisti e musicofili di mezza Italia, l’Associazione Culturale Jonica. “Venga, Le presento Franco Fayenz, suo illustre collega de “Il Giornale”, mi disse subito introducendomi in un capannello di giornalisti e critici musicali. Negli anni a venire con Zito mantenni sempre frequenti contatti in prossimità di tutte le edizioni successive. E sebbene fossimo entrati in confidenza e in amicizia, ci siamo sempre dati del Lei. Non per mantenere le distanze o perché lui si desse delle arie, anzi. Semplicemente perché era fatto così, un gentiluomo garbato e colto, così tanto rispettoso che mi riesce anche difficile oggi accostare ad altri notabili di quegli anni. Il senatore venne a trovarmi anche a Roma, quando trasferitomi e ormai Vicedirettore di RAI International mi occupavo di programmi per gli italiani all’estero. Fu proprio quella, a fine estate del 2011, l’occasione del nostro ultimo incontro. Senza molti fronzoli, con il suo essere pratico e diretto ma sempre cortese, Zito mi sollecitò di realizzare uno speciale televisivo con le immagini di Roccella Jazz di quella stagione, da trasmettere poi sul canale della RAI nel mondo. Mai avrei potuto deludere quella sua aspettativa, perché non avevo dimenticato quanto riuscisse a ridestare in me belle emozioni quella sua creatura culturale, che tanto amava, e che anch’io avevo visto crescere negli anni d’oro di Roccella Jazz.

Di recente, e subito dopo la scomparsa del senatore, non ho avuto modo di seguire l’evoluzione del progetto. Credo che il Festival abbia cambiato pelle, cercando di essere meno di nicchia e, probabilmente per istinto di sopravvivenza, di aprire ad un pubblico più ampio, attraverso la partecipazione di ospiti prestigiosi ma pop come Noa, Tony Esposito, Renzo Arbore. Personalmente resto affezionato al ricordo del mio primo festival nel 1992, quando tutta Roccella, ogni angolo della città, i bar, i ristoranti e le strade diventavano un grande laboratorio e un luogo di incontro tra artisti più o meno noti, che sfidando persino l’eterno cantiere della Salerno-Reggio o la mortale 106, si ritrovavano fin quaggiù in Calabria per sperimentare nuovi percorsi sonori e creare musica “Strana”. Un po’ di storia: il Festival nasce nel 1981 e i primi ad esibirsi sul palco calabrese sono Gianluigi Trovesi, Paolo Damiani, Gianni Cazzola, Harold Singer Quartet, Randy Weston e Gianni Basso. Poi nel 1982 sullo stesso palco si ritrovano per la prima volta i migliori solisti italiani come Giammarco, Urbani, Rava, Donà, Bonvini, Schiaffini e D’Andrea. Ma solo nel 1984 compare la denominazione “Rumori Mediterranei” che connoterà gran parte delle straordinarie edizioni del festival degli anni successivi. Ed eccoci al mio primo Festival: ad aprire il sipario nel 1992 è un sassofonista italo-statunitense, Joe Lovano in accoppiata con la pianista romana Rita Marcotulli. Piatto forte della rassegna sono senza dubbio le tre composizioni inedite, vincitrici del concorso nazionale indetto da Rumori Mediterranei-Roccella Jazz. Ben riuscita quella proposta dal trombettista canadese Kenny Willer, alla guida di una band di dieci elementi, denominata “Senza Scilla e Cariddi”. Da chiarire che ogni Festival aveva, ogni anno, un proprio filo conduttore. Il tema di quel 1992è “Ulisse e l’arco”, dove Ulisse è il musicista viaggiatore che non si ferma mai, mi spiega Paolo Damiani che negli anni sarebbe divenuto anima e motore del festival, e l’arco invece è lo strumento che lo aiuta a produrre le sue imprese, cioè la sua musica. Altra composizione interessante, sempre inedita e premiata dalla Commissione del festival, quella presentata dai quattordici musicisti dell’Orchestra “Tre passi nel delirio”, guidati da Roberto Spadoni, compositore romano. “Non è un’orchestra jazz qualunque” mi racconta Spadoni con un certo orgoglio “ma un’orchestra molto particolare, con il violoncello, il violino, il corno, la fisarmonica, due voci con un evidente richiamo melodico alla musica mediterranea”. E lì nel gruppone di Roccella anche lo straordinario Danilo Rea, uno dei più grandi pianisti jazz italiani apprezzati nel mondo.

Insomma, la parola d’ordine a Roccella in quegli anni era divenuta “originalità”, nulla di scontato o ripetitivo. Non repliche di brani già sentiti, ma creazione di nuova musica e sonorità a volte anche rivoluzionarie, stando al parere degli esperti e inviati di numerose testate giornalistiche italiane ed estere. Viene allora spontaneo chiedersi come mai si possa pensare, anche solo lontanamente, di far calare il sipario sulla più importante vetrina italiana di jazz internazionale, seconda solo ad Umbria Jazz. In genere, cancellare la storia e disperdere patrimoni culturali devono classificarsi come un delitto o comunque un grande torto che si consumano ai danni delle generazioni future.  L’appello da rivolgere, dunque, alla classe dirigente, non appena eletta, che governerà la Regione è: “Salviamo Roccella Jazz”. Senza se e senza ma.

Alfonso Samengo