Saverio Strati, “Tutta una vita“ 

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Rubbettino ha deciso di ristampare l’opera di Saverio Strati, “Tutta una vita”. Si tratta di un’artista che ha messo da parte gli strumenti stilistici di un tempo, dando particolare rilevanza ad una sorta di spazio-tempo mentale capace di stabilire un rapporto nuovo con i ricordi e la memoria di quanto accaduto nel corso di una esistenza lunga e laboriosa.

A partire dagli anni ’80, Saverio Strati avverte l’esigenza di rivedere lo stile del suo linguaggio e, conseguentemente, anche le tematiche di fondo. Fino ad allora, tranne che nei romanzi Il Nodo,1966, nei racconti Il Visionario e il ciabattino,1978, e in L’uomo in fondo al pozzo, 1989, ultimo suo romanzo pubblicato da Mondadori, la tematica centrale è stato il Sud, i suoi problemi secolari, le sue rinunce, le sue ataviche maledizioni sociali. E in questo è stato concreto quanto originale, impegnandosi alacremente nella costruzione di una lingua popolare apparentemente semplice ma, cosa alquanto rilevante, mai consolatoria. Strati costruisce, elabora un tessuto lessicale che nei suoi numerosi romanzi porterà in auge il Meridione, le sue albe e suoi tramonti, i colori di una terra protagonista di occupazioni secolari e quindi ancora alla ricerca di una sua identità unitaria.

Di fronte alle porte chiuse di Mondadori, suo editore fino al 1989, Strati si sente tradito, ha bisogno di esprimere il suo pensiero, le sue idee letterarie. Nel frattempo dà luce a un diario molto intimo (Tutta una vita) datato 1991, che sarà pubblicato postumo nel luglio 2021, presso Rubbettino, grazie all’interessamento costante di Palma Comandè, scrittrice e nipote dell’artista Il testo  reca  la  lucida prefazione di Vito Teti e la  nutrita postfazione  di Pasquale Tuscano.

Pino, protagonista del romanzo, appartiene a una famiglia benestante meridionale che si occupa di costruzioni edili. Il clima familiare è tranquillo e il giovane sogna di vivere l’esperienza universitaria in una grande città del nord (Milano) dove, in effetti, studierà architettura e non ingegneria come avrebbe preferito suo padre. Gli studi universitari non gli comportano serie privazioni economiche ma anzi un benessere dignitoso.

La città di Messina riserva al giovane amori poco duraturi ma comunque piacevoli e degni di nota. La città dello stretto, anni ’50, si è in parte ripresa dal disastroso terremoto del 1908 e offre una buona Università. Ma Pino sogna l’architettura e le bellezze museali delle grandi città del Nord, ha bisogno di lasciarsi alle spalle la provincia, i limiti del paese d’origine.

A Milano, sua città adottiva, completerà i suoi studi universitari, laureandosi brillantemente in architettura.  Tale esperienza gli consentirà di appropriarsi di nuovi strumenti culturali, affinare con acume anche le armi della conoscenza professionale.  Pino è comunque preso dalle bellezze museali, dai dipinti rinascimentali, dalla particolare architettura della città meneghina a cui si aggiungono le preziose visite a Firenze, ai suoi innumerevoli tesori culturali. Dicevo che la solidità economica della famiglia di Pino consente al giovane di guardare al mondo con occhi meno rassegnati lo scorrere del tempo, sostenendo con un nuovo anelito i suoi progetti professionali altalenanti tra il territorio d’origine e il capoluogo lombardo perchè “combattuto fra il desiderio del rientro e il rifiuto di una società immobile” (G.Carteri).

In alcuni momenti sembra incarnare la vicenza umana di Rocco, protagonista folle de “L’uomo in fondo al pozzo” (1989). Entrambi sognano la fama, ma solo Pino, provvisto di una mente lucida e razionale, potrà godere del successo, seppur gravato da tante disillusioni sentimentali. Le donne, infatti, rappresentano eros e bellezza senza tempo, simboleggiano un mondo conchiuso, un abisso dei sensi incomparabile. E questo nonostante quasi tutte le donne che hanno conosciuto e amato Pino ne denuncino il suo apparente cinismo. 

Non è stato semplice scrivere di questa fatica postuma di Saverio Strati (S. Agata del Bianco 1924- Scandicci, luogo d’adozione, 2014). 

I personaggi sono tanti, come pure i protagonisti. Pur tuttavia, va detto che lo scrittore muove i suoi personaggi/ pedine con la stessa abilità dei giocatori di scacchi. Soprattutto le prime 50/60 pagine aggrediscono il lettore, quasi lo disorientano, lo sollecitano ad alimentare meraviglia mista a stupore. E questo perché non ci si aspettava uno scrittore prezioso custode d’intimi segreti, testimone di vicende particolari che andavano riversate a futura memoria sulla pagina bianca. E questo senza particolari pudori. Le vicende amorose, infatti, esprimono una particolare voluttà, desideri ancestrali che danno priorità alla carne rispetto alle semplici emozioni dell’animo.

Cosicché ci si trova di fronte a un’artista che ha ormai messo da parte gli strumenti stilistici di un tempo dando particolare rilevanza ad una sorta di spazio-tempo mentale capace di stabilire un rapporto originale con i ricordi, la memoria di quanto accaduto nel corso di una vita lunga quanto laboriosa. La circolarità del tempo, del pensiero che si aggancia al presente-passato-futuro, con l’aggiunta di riflessioni che l’io narrante rivela al lettore hic et nunc e che, naturalmente, non sono percepibili dalle figure di primo piano o anche secondarie scelte all’uopo dall’artista. Quasi un ventaglio della memoria che registra tutta una vita, appunto. Strati visiona in modo quasi morboso i dati della sua attuale esperienza con i numerosi avvenimenti del passato, di cui ha memoria viva e che ha conservato gelosamente in una sorta di scrigno fortunatamente non più privato.

Enzo Stranieri