Scrivendo di olimpiadi, mutamenti climatici e infine di Mishima

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Mentre seduto, davanti alla mia Olivetti 25, cercavo ispirazione per un pezzullo da consegnare alla Riviera, sul televideo compare la notizia che Flora Duffy, atleta della Bermuda, ha vinto la medaglia d’oro nel triathlon femminile, prima medaglia di prezioso metallo nella storia della partecipazione alle olimpiadi di quell’isola, sotto dominio britannico, nel Nord dell’oceano Atlantico, rinomata specialmente per le sue spiagge rosse.

Ecco con questa affettuosa e piccola annotazione verso uno statarello rientrante, come le più grandi nazioni, in qualche cerchio dei cinque olimpionici rappresentanti l’intero continente, m’accingo a scrivere, con lieve ritardo di queste olimpiadi 2020 posticipate causa pandemia al 2021 e di altre cosucce. È stata una parca inaugurazione, senza sfarzo o presenza di pubblico numeroso.

Sobria, senza lustrini o fanfare. I ballerini hanno saltato e danzato tribalmente su scarni tavoli e banconi di legno, materiale molto pregiato in Giappone, fonte di guadagno con un forte export verso il resto del mondo.

Ridotte le delegazioni sportive, i nostri portabandiera Jessica Rossi e  Elia Viviani, validi atleti, scelti dal Coni a scapito della statuaria pallavolista Egonu, si vocifera, solo perché lesbica: facciamoci sempre riconoscere come un popolo moralmente bigotto, siamo quel che diciamo e facciamo.

Parlare, oggigiorno, di giochi olimpici riferendoci alla massima di Pierre De Coubertin: Citius, Altius, Fortius ovvero più veloce, più in alto, più forte (e non all’abusato motto dello stesso personaggio “L’importante non è vincere, ma partecipare, che s’incastra con l’agonismo più sfegatato come cavoli a merenda) non ha più senso, è fallace, atemporale in quest’epoca dove l’intreccio di affari e potere politico cozza violentemente con lealtà e partecipazione.

Oggi, torridamente estate, fa troppo caldo al sud e grandina al nord. Il clima è cambiato e fra meno di 70 anni, dicono gli esperti, le acque dei mari, degli oceani, dei fiumi, dei laghi, anche e principalmente causa scioglimento ghiacciai, sommergeranno New York, Venezia, Parigi, Sirmione, etc. etc.

Ora questo sudario di sforzi agonistici votati e volti ad acquisire sempre di più un solo passo in più nella velocità, una sola bracciata nel nuoto, un solo centimetro nel salto in alto,un leggiadro volteggio con coefficiente massimo alla trave, un fulmineo affondo nella scherma, un centro preciso nel tiro con l’arco, un pugno potente da fuori combattimento nella boxe, etc. etc, mi porta a considerare che sulla terra l’uomo è schiacciato dalla gravità, il suo corpo è rinchiuso in un’armatura di muscoli: egli suda, corre, colpisce e, sia pur con difficoltà, salta.

Eppure, a volte, ho realmente intravisto ciò che Yukio Mishima ha definito “L’alba della carne”.

“Sulla terra l’uomo indugia nelle avventure intellettuali, quasi potesse volare verso l’infinito. Immobile davanti alla propria scrivania, tenta di trascinarsi in ginocchio sempre più in là, ai confini dello spirito, sfidando il pericolo di precipitare nel vuoto. In quei momenti (sebbene molto raramente) anche lo spirito può intravedere la propria alba. Ma corpo e spirito non si fondono mai, non hanno mai potuto diventare simili.

Non ho mai scoperto in un’azione fisica la gelida, terrificante soddisfazione dell’avventura intellettuale. Né ho mai assaporato nell’avventura intellettuale l’ardore dell’estasi, la calda tenebra dell’azione fisica. Da qualche parte entrambi dovrebbero congiungersi. Ma dove?

Dedicato a chi ogni giorno, con leggera e costante tenacia, alza l’asticella dei propri limiti.

Giuseppe Roma