Sentenza Lucano: Il commento “tecnico” (e non solo…)

854

Sono state depositate le motivazioni sulla condanna di Mimmo Lucano a 13 anni e due mesi. Si tratta di motivazioni con la quale il Tribunale mostra di preoccuparsi e si difende, dalle accuse di aver fatto un processo politico.

In argomento ho già scritto, cercando di mantenere un atteggiamento neutro, scevro da valutazioni, attenendomi al dato oggettivo, il dispositivo, in attesa della lettura delle motivazioni.

Le motivazioni sono state depositate, all’apparenza monumentali, quasi a dare fondamento alle condanne, con il numero delle pagine, dissuadendo dalla lettura.

In realtà, sono ben limitate le parti delle motivazioni che danno pretesa risposta tecnico giuridica, tante si limitano a riportare le intercettazioni, su cui si basa la condanna e che costituiscono un già evidente limite della sentenza stessa, risultando prevedibile l’impugnazione, anche, sulla legittimità del loro utilizzo.

È giurisprudenza, infatti, ormai consolidata quella che pone precisi limiti di utilizzo, quando si tratta di intercettazioni cosiddette “a strascico”.

La Suprema Corte ha inteso dare una svolta, in chiave chiaramente garantistica, al regime di utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche e ambientali, limitando la loro utilizzabilità, nell’ambito del medesimo procedimento ove esse siano state autorizzate, per la prova dei reati che siano connessi ex articoli 12 c.p.p. e non anche per quelli che siano semplicemente collegati ex art. 371 c.p.p. a quelli che hanno legittimato l’ascolto.

Ma andiamo alla sentenza, evitando discorsi troppo tecnici.  

Furbizia, falsa innocenza, mera apparenza, travestimento da eroe e sottrarsi alle domande riguardo le pesanti distrazioni, questo il filo conduttore delle motivazioni.

Doveva confessare di aver sottratto e piegarsi alle tesi dell’accusa.

Peccato che l’accusa non avesse trovato il bottino economico, ed allora scrive il Tribunale: “Nulla importa che sia stato trovato senza un euro in tasca… perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza, ignorando però l’esistenza di un quadro probatorio (quale?) di elevata conducenza, che ha restituito al Collegio un’immagine ben diversa da quella che egli ha cercato di accreditare all’esterno”!!

I soldi non ci sono, ma ci dovranno pur essere, non è metadiritto, ma pura metafisica!!!

Le motivazioni della sentenza contro Mimmo Lucano vagheggiano di “illeciti profitti” e “sostegno elettorale” (nel paesino di Riace!) postdatando l’ipotesi del suo inesistente arricchimento personale “a fine carriera”.

Resta un mistero la condanna a 13 anni: ingiustizia è fatta… a dispetto del “falso innocente”.

Queste le motivazioni della sentenza di quasi mille pagine con la quale il Tribunale mostra di preoccuparsi e si difende, dalle accuse di aver fatto un processo politico, condannando la narrazione esterna su Riace e sull’operato di Lucano, richiamata a più riprese per giustificare una condanna durissima, sulla base di un principio che si esplicita tra le prime pagine: Lucano e i suoi “sodali” avrebbero agito in nome di una «logica predatoria delle risorse pubbliche» che sarebbero servite a soddisfare «appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica».

L’accoglienza, in realtà, era «un comodo paravento dietro cui occultare le vistose sottrazioni di denaro pubblico che essi attuavano, per fini esclusivamente individuali».

Lucano sarebbe stato sì un politico illuminato, capace di creare, ispirandosi agli ideali utopici della Città del Sole di Tommaso Campanella, un sistema all’inizio apprezzabile.

Ma poi tutto ciò sarebbe sparito.

Insomma: utilizzando i fondi dell’accoglienza per ristrutturare il frantoio e creare l’albergo diffuso, che hanno dato lavoro a migranti e riacesi, Lucano avrebbe creato una sorta di “fondo pensionistico” per gli anni a venire. Sfruttando il suo ruolo di «dominus indiscusso del sodalizio», un’organizzazione «tutt’altro che rudimentale», che avrebbe strumentalizzato «il sistema dell’accoglienza a beneficio della sua immagine politica». I suoi sodali, in cambio, lo avrebbero sostenuto politicamente, portando in dote il loro pacchetto di voti, risultati inutili a eleggerlo persino consigliere alle ultime elezioni.

E come se non bastasse, nel motivare la propria decisione, il tribunale punta spesso il dito contro le difese, che avrebbero guardato il processo «da lontano», cercando «a più riprese di sorvolare sulla pregnante ed inequivoca “conducenza”.

Ho cercato senza risultato tale termine, nei dizionari disponibili in rete, sembra una parola inesistente, conducenza.

Unico termine simile che appare è “conducente”, forse i giudici hanno voluto creare una categoria a sé, una forzatura per confermare la propria opinione, o appartiene alla debolezza intrinseca delle motivazioni?

La difesa avrebbe accreditato una lettura delle prove che fosse del tutto “esterna” al procedimento, facendo leva su una sorta di persecuzione politica che avrebbe ricevuto l’ex sindaco Lucano. 

Delle «lenti deformanti» che invece non sarebbero state usate della procura, nei confronti della quale il tribunale, a pagina 98, si lancia in difesa, sottolineando «l’indipendenza della sua azione».

E ciò perché non sarebbero state le relazioni della Prefettura, affermano i giudici, a far partire l’inchiesta, come più volte si è sostenuto: tutto è nato dalla querela – poi rivelatasi infondata di un commerciante che lo accusava di concussione.

E questa operazione serve al Tribunale per “difendersi” dalle sentenze della giustizia amministrativa, che aveva censurato la chiusura dei progetti voluta dal Viminale, pur evidenziando le criticità del sistema.

Sentenze motivate solo da motivi di ordine procedurale, scrivono i giudici, evidenziando un giudizio «tutt’altro che benevolo sull’operato del Comune di Riace». Ma sono quelle stesse sentenze ad evidenziare un aspetto che, invece, il tribunale di Locri non riconosce nel recente passato di Lucano: «Che il “modello Riace” fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione, si legge nella decisione del Tar, poi confermata dal Consiglio di Stato, è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti dall’amministrazione resistente».

Per i giudici, invece, ai migranti sarebbero stati destinati gli scarti di quel modello, servito ad arricchire gli imputati. Colpa di Lucano (e di tutti gli altri imputati) è stata anche quella di essersi sottratto all’esame durante il processo, impedendo al collegio di porgli domande. Nessuna attenuante, dunque, non essendoci «traccia dei particolari motivi di valore morale o sociale per i quali avrebbe agito».

Quello che è emerso dal processo, secondo i giudici, è «un quadro per nulla rassicurante e a tinte fosche»: pur certificando l’integrazione «virtuosa e solidale che nei primi anni veniva senz’altro praticata su quel territorio», si sarebbe arrivati alla nascita di una banda dedita a ruberie, tramite «meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull’avidità», un vero e proprio «“arrembaggio” ai cospicui finanziamenti che arrivavano in quel paesino». Insomma, «non vi è alcuna traccia dei fantomatici “reati di umanità” che sono stati in più occasione evocati da più parti, in quanto le vorticose sottrazioni che sono state compiute non servivano affatto a migliorare il sistema di accoglienza e la qualità dell’integrazione dei migranti, ma solo a trarre profitto».

Sono confidente che il successivo grado sappia rimettere ordine in una vicenda che non ha lati oscuri, non ha “conducenze”, altre astruserie ed apoditticità, Mimmo Lucano è solo INNOCENTE.

Ho iniziato citando Kafka ed il Processo e chiudo con un’altra citazione che ritengo meriti riflessione: “La giusta comprensione di una cosa e la incomprensione della stessa cosa non si escludono.”

[Franz Kafka, Il processo]

Carlo Maria Muscolo