Sirene, fate e amori infelici: quattro leggende venute dal mare

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Sirene Odissea

Gli uomini della costa calabrese sono cresciuti in mare: che ne abbiano fatto o no una professione, hanno finito per conoscerne i misteri, i riti, le storie. Proprio di storie parleremo oggi: di quatto storie che hanno veleggiato con i marinai per moltissimo tempo; alcune di loro addirittura per secoli. La storia di Scilla e del suo amore infelice; la storia dell’ingannevole Morgana; la storia di Manto, che vagò a lungo per il mondo; la storia della dolce Ligea e della sua tragica morte. Tutte queste storie arrivate dal mare e rimaste sulla costa, a dare un sapore più remoto e misterioso alla Calabria, hanno fatto in modo che la nostra regione custodisse l’identità della cultura classica come uno scrigno custodisce antichi e preziosi monili.

Scilla

Anche Scilla crebbe sul mare, distesa sulla sabbia dorata delle coste in prossimità Reggio Calabria. Fu lì che un giorno, immersa in un lungo bagno, Glauco la vide e se ne innamorò perdutamente, benché le loro nature fossero così diverse. Il mito racconta che Scilla era una creatura bellissima, Glauco invece una divinità marina: aveva la coda di pesce e squame sul resto del corpo, era immortale, la sua vita era identica a quella di un pesce. Fu per questo motivo che, quando si presentò a Scilla, lei lo rifiutò sdegnosamente. Il dio disperato corse allora dalla maga Circe, le raccontò del suo amore sfortunato e le domandò l’aiuto di uno dei suoi filtri d’amore. Circe rimase ammaliata dal bellissimo dio, se ne incapricciò e tentò di sedurlo, ma Glauco, indignato, lasciò l’antro della maga senza prendere con sé il filtro per far innamorare Scilla. Circe si infuriò: rinnegò il suo desiderio per Glauco, ma volle vendicarsi di Scilla e contagiò con un veleno potentissimo le acque in cui la ragazza si bagnava. Il filtro della maga agì sulla bellezza della fanciulla e la rese irriconoscibile: Scilla divenne un mostro con sei teste, lunghe code serpentine le spuntavano dal corpo gigantesco, non poteva più articolare parola.

Da quel giorno – si dice – lo Stretto di Messina è infestato dai vortici e dalle correnti contrastanti che il mostro provoca ogni volta che all’orizzonte vede profilarsi una nave: in questo modo Scilla si vendica della sua bellezza distrutta e della sua candida giovinezza spezzata. Lo stupendo borgo che oggi porta il suo nome riscatta la triste storia della fanciulla.

La fata Morgana

Di tutt’altra natura è la leggenda della Fata Morgana, personaggio della mitologia celtica arrivato fino a noi ai tempi della dominazione normanna. Il mito racconta che, durante le invasioni barbariche altomedievali, un re arrivò in Calabria dopo aver saccheggiato le città della costa. Fermatosi a scrutare l’orizzonte, vide apparire dal nulla una terra paradisiaca, nera di montagne, verde di alberi e profumata di agrumi. Mentre era ancora perso nel miraggio, sentì distintamente una voce di donna che gli sussurrava: “quella terra appartiene a me; posso donartela, se vuoi”. Il re vide che l’isola era vicina ed ebbe fede nella promessa che gli era appena stata fatta, così si buttò in mare per raggiungere a nuoto quel meraviglioso giardino. Appena toccò lo specchio dell’acqua, però, il miraggio andò distrutto, la terra tornò lontana, sparì la fata che gli aveva promesso il dono, il re annegò.

Da quel giorno la storia della Fata Morgana che cospargeva lo Stretto di miraggi fece il giro del mondo; e nelle giornate torride d’estate si ha ancora l’impressione, guardando dalle coste calabresi verso la Sicilia, di vedere l’isola molto più vicina di quello che non sia in realtà. Non fatevi ingannare, però: è solo la Fata Morgana che si diverte a promettere regni incantati a re sfortunati!

La ninfa Ligea

Una delle storie più commoventi legate al mare rimane quella di Ligea, la Sirena che si diede la morte per la disperazione di aver perso i suoi affetti più cari. Secondo la leggenda, Ligea era una ninfa che faceva parte, insieme alle sue sorelle Leucosia e Partenope, del corteggio della dea Persefone. Ma il giorno in cui Persefone venne rapita da Ade e portata negli inferi, lei e le sue sorelle, pur standole a un passo, non riuscirono a proteggerla. Demetra, la madre della fanciulla rapita, si arrabbiò con le tre ninfe e le tramutò in mostri con le gambe d’uccello e il busto di donne. In cambio del loro aspetto orribile, donò loro voci magnifiche, con cui erano in grado di ammaliare qualunque essere vivente. Così le tre sorelle, Partenope Leucosia e la piccola Ligea, si appollaiarono su di un costone di roccia nei pressi dello Stretto di Messina e vi rimasero per anni in attesa delle navi che passavano; quando ne vedevano una profilarsi all’orizzonte, ecco che irretivano col loro canto l’equipaggio e lo precipitavano negli abissi. Finché un giorno non passò davanti a loro un re che chiamavano Odisseo. Odisseo ordinò ai suoi marinai di turarsi le orecchie con la cera per non farsi catturare dal dolce canto delle Sirene. Lui invece, che desiderava ascoltare il suono leggendario delle loro voci, si fece legare all’albero maestro della nave per non rischiare di precipitarsi in mare ai primi versi. Fu così che la nave doppiò la rocca senza affondare e le Sirene, sconfitte per la prima volta, in preda alla vergogna si diedero la morte: Leucosia si gettò dal promontorio, Partenope affogò nell’abisso. Ligea, non sopportando il dolore per la perdita delle sorelle, si lasciò trascinare dai flutti e morì in mezzo al mare. Le correnti trasportarono il suo corpo senza vita sulla spiaggia di Terina, accanto alla località in cui oggi sorge Lamezia Terme. Gli abitanti del luogo la videro ed ebbero pietà della sua bellezza, così le diedero sepoltura, senza sapere che il suo nome era Ligea, né che volesse dire “la melodiosa”.

Il promontorio di Capo Vaticano

Alla base di Capo Vaticano e del faraglione Mantineo c’è un’altra semidea greca, il suo nome è Manto. Figlia dell’indovino Tiresia, ella ebbe in dote il dono di predire il futuro. Quando il padre morì, Manto fu costretta a vagare per molte regioni prima di trovare una dimora: decine di leggende si intrecciano sulla sua persona e una di queste la vuole sul promontorio del Capo Vaticano, a dispensare vaticini ai marinai che passavano di lì. Il nome “Vaticano” deriverebbe appunto dalla parola latina per predizione, ossia vaticinium; è stata soprattutto la sua presenza – leggendaria, ma non per questo meno reale in un certo senso – a conferire a questa parte della Calabria il suggestivo nome di “Costa degli dei”.