Sweet Child of Mine – “Mamma non mi sento né donna, né uomo”

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Sweet child of mine. Un nuovo appuntamento per parlare di figli, gioie, dolori, ansie, perplessità e le tante altre meraviglie dell’essere genitori nel nuovo millennio…

L’altra notte ho fatto un sogno strano, probabilmente conseguenza delle ultime letture serali online: ho sognato che mio figlio invece di tre anni ne aveva 16 e veniva da me a dirmi che non si sentiva né maschio né femmina, ma fluido.

Per fortuna al mio risveglio, mio figlio aveva di nuovo tre anni, nessuna strana teoria sul gender da propinarmi e l’unica cosa fluida nei paraggi era il sudore che mi aveva rigato la fronte, bagnando il cuscino nel sonno.

Perché se si è genitori nel 2021, si ha a che fare con tante cose.

Cosa turba il sonno delle madri oggi giorno

Diciamocelo, a tenerci svegli non sono più le tre o quattro problematiche che angustiavano i nostri genitori negli anni 80/90, cioè la droga, le cattive compagnie e le stragi del sabato sera.

A turbare il sonno del non più giovane genitore post moderno, oltre quelli già citati, c’è tutto un universo di elementi nuovi e sconosciuti, che irrompono nel turbinio quotidiano del mondo ipertecnologico in cui abbiamo letteralmente scaraventato i nostri figli.

Internet, black internet, esposizione da social, cyber bullismo, oscure sfide online in cui ogni tanto muore qualcuno e tante altre cose drammatiche che non stiamo qui ad elencare.

Liquidità di genere, voi che fareste se…

Volendo mantenerci sul soft, c’è invece questa questione della liquidità di genere, ultimamente molto sponsorizzata dai social media, sull’onda delle recenti dichiarazioni di personaggi più o meno famosi dello star system, che non vogliono essere più classificati come uomini o donne, ma preferiscono essere definiti neutri, non binari, con conseguente cambio di pronome grammaticale.

Tutto ciò ovviamente coinvolge anche l’adolescente del nuovo millennio, che ad un certo punto del suo sviluppo, nel bel mezzo della definizione della propria identità sessuale, fatta di confusione, frustrazione e forse affidamento eccessivo ai nuovi contenitori sociali, sente di non essere quello che il corpo gli dice, ma sente di essere qualcosa che non deve essere definito.

Ecco, se una volta il coming out dei figli poteva riguardare la semplice omosessualità o transessualità con le relative ansie genitoriali dovute alle difficoltà sociali, oggi si pone anche l’opzione della non appartenenza, del non genere, del non chiamarmi lei o lui, chiamami esso.

Ad esempio, ho sempre pensato che se mio figlio un giorno fosse venuto a dirmi “Mamma, sono gay”, la mia risposta sarebbe stata “Va bene, tesoro, sei mio figlio, ti amo come prima più di prima, solo non fare la checca isterica, che non se ne può più ti prego.”

Così come se mia figlia fosse venuta da me a dirmi “Mamma, sono lesbica”, la mia risposta sarebbe stata “Ok, amore, sei mia figlia, ti amo come prima più di prima, solo non mi diventare una camionista tatuata.”

Ho anche valutato la possibilità del figlio/a transessuale e la mia risposta sarebbe stata parimenti accogliente e rassicurante “Ok, vita mia, ti amo eccetera eccetera, se sei sicuro/a di quello che dici, ma proprio sicuro/a, quando si potrà faremo un altro mutuo e ti opererai.”

Anche se dentro me un benevolo “Mortacci…” mi sarebbe scappato, se non altro per i costi materiali.

Finora però non avevo mai vagliato la possibilità di una conversazione del tipo:

“Mamma, non mi sento né uomo né donna”

“E che ti senti, figlio mio?”

“Non lo so, ma non chiamarmi figlio, non voglio essere intrappolato in nessuna definizione di genere, né al maschile né al femminile.”

“Ma tu sei al maschile o al femminile, amore mio, tutti noi lo siamo.”

“No, mamma, basta con gli stereotipi, oggi non è più così, siamo neutri, senza una definizione specifica. Siamo fluidi.”

“Fluidi…”

“Si, come se fluttuassimo nella società.”

“Non capisco, amore…Tipo, come il plancton?”.

Ironia a parte, la questione, in quanto madre di due futuri adolescenti, non mi lascia indifferente, anche se il mio scetticismo conclamato mi porta a pensare che forse tanta parte di questo fenomeno è influenzato da elementi esterni, dai nuovi tormentoni da social network, dai vari movimenti di lotta per questa o quell’altra categoria, dalla moda del momento, da strani personaggi effimeri sbucati dal nulla e già celebri.

Gli adolescenti che ne pensano dei fluidi?

Piena di dubbi, decido di interpellare i diretti interessati, un gruppetto di adolescenti che frequenta il liceo in una piccola città di provincia del sud Italia, nello specifico, Locri.

Hanno più o meno diciassette anni, frequentano chi il Classico chi lo Scientifico.

Domando se sappiano cosa sia il gender fluid e ovviamente sono informatissimi: è il sentirsi non appartenenti a nessuna categoria sessuale, né maschio né femmina. Chiedo quanto sia reale il fenomeno nella loro quotidianità e se qualcuno di loro o dei loro amici si senta non binario. La risposta è che non conoscono nessuno che lo sia, ma anche se fosse per loro non farebbe nessuna differenza, loro ti accettano per quello che sei, maschio, non maschio, femmina, non femmina, a loro non importano le etichette, ma quello che sei.

Infine, giro anche a loro la domanda su quanto questo fenomeno della fluidità di genere possa essere influenzato dai nuovi contenitori sociali e ridursi ad un trend del momento.

Loro rispondono che “forse a volte è vero che si tratta in questo periodo di una moda, però c’è anche da dire che queste problematiche le stai affrontando in una fase della tua vita, l’adolescenza, in cui sei propenso a conoscere più cose e quando apri i social e vedi  realtà completamente diverse da quelle che sei abituato a vivere, può capitare ti ritrovi a dire oh mio dio, forse sta succedendo anche a me, insomma ti vengono questi dubbi. E comunque probabilmente questa cose c’erano già prima, solo che ora se ne può parlare.”

Li guardo e penso che sono belli questi adolescenti, sono freschi, hanno la luce nel sorriso.

E allora…

Penso chi se ne frega del gender fluid, l’importante è che siano felici e stiano fuori dai guai.

E allora mi torna in mente il paragone con il plancton, ma in un senso nuovo.

Il plancton è l’insieme bioluminescente di microrganismi acquatici che vivono sospesi nel mare, in balia della corrente, galleggiano senza mai toccare il fondo e sono il primo anello della catena alimentare, in quanto fonte di sostentamento per tutti gli altri pesci.

La bioluminescenza, tipica di queste minuscole forme di vita, è la capacità di emettere luce attraverso delle reazioni chimiche interne.

Se ci pensate sono proprio come i nostri figli, meravigliosi piccoli esseri sospesi nel mare del mondo, preda di tutti quelli che per un motivo o l’altro se ne vogliono appropriare nei modi più disparati, facendoli sentire parte di questa o di quella corrente.

Unica loro arma di difesa, la luce che si portano dentro.