Trattativa si, reato no, la sentenza che fa discutere

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La Corte d’Appello di Palermo ha assolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri e gli ex carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ribaltando la sentenza di primo grado nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Queste sono state le dichiarazioni della figlia di Borsellino, Fiammetta: “Io i miei dubbi su questa operazione li avevo espressi fin dall’inizio. La grande amarezza è che queste energie investigative dedicate al processo trattativa potevano essere indirizzate verso delle piste che, secondo me, volutamente non si sono percorse”.

Le sentenze è giusto si commentino, ed è normale che suscitino ampio e duro dibattito. Se poi intervengono su pagine di storia vissuta ed ancora in parte oscure, lo è ancor di più. Ma per commentare e giudicare occorre conoscere, diceva qualcuno, e noi oggi conosciamo solo uno stringato dispositivo, non le motivazioni che hanno determinato quel freddo dispositivo. Ed allora si possono commentare i fatti, come oggettivamente noti, lasciando ai sostenitori di uno o dell’altro pensiero le critiche preconcette, perché fatte senza aver letto e compreso le motivazioni, ripeto.

Ed andiamo a vederli, i fatti: con la sentenza in discussione la Corte d’Appello di Palermo ha assolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri e gli ex carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ribaltando la sentenza di primo grado nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. I giudici hanno ritenuto vero che la mafia tentò di piegare lo Stato con gli attentati dei primi anni Novanta e che dialogò con gli ufficiali imputati. Ma questi ultimi, dice la sentenza, lo fecero per ragioni investigative e non esercitarono pressione su politici e ministri, perché cedessero alle richieste mafiose. La tesi dell’esistenza della trattativa riguardava le stragi in via dei Georgofili a Firenze, in via Palestro a Milano, nonché con le bombe, sempre la stessa notte, a Roma alle chiese di san Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro.

La sentenza conferma la condanna al medico di Totò Riina, Nino Cinà, al boss Leoluca Bagarella, mentre sono state dichiarate prescritte le accuse a Giovanni Brusca. Dell’Utri è stato assolto perché «il fatto non sussiste», quindi con una motivazione ancora diversa rispetto a quella degli ufficiali (nel loro caso, «il fatto non costituisce reato»).

La conclusione dei giudici è che gli imputati ebbero contatti e colloqui con il sindaco di Palermo Vito Ciancimino, referente della mafia, ma solo per ottenere informazioni e portare avanti le loro indagini. E che quindi non fecero pressioni su Nicola Mancino (allora ministro dell’Interno), su Claudio Martelli (ministro di Grazia e Giustizia) e su Luciano Violante (presidente della commissione parlamentare antimafia), perché cedessero alla violenza. La sentenza riforma la sentenza di primo grado e le sue motivazioni di 5.221 pagine e le condanne ivi previste. L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, venne assolto. Calogero Mannino, ex ministro del Mezzogiorno, era stato assolto in precedenza col rito abbreviato il 4 novembre 2015, sentenza poi confermata in Appello e dalla Cassazione, con duro colpo per l’impianto accusatorio.

E questo è un primo punto importante, nella valutazione della sentenza assolutoria, sul cardine dell’accusa sono già intervenute tre sentenze assolutorie! Con l’assoluzione di Mannino, nel processo restò un esponente della seconda Repubblica, Marcello Dell’Utri, coinvolto, secondo l’accusa, in una seconda fase della trattativa, quella del 1994.

Cerchiamo di ricostruire, in modo sommario, il contesto, che ci aiuta a comprendere l’intera vicenda.

L’anno era il 1992, le guerre di mafia erano terminate e a vincerle era stata la cosca dei corleonesi. Il 12 marzo del 1992 Salvo Lima fu assassinato mentre stava uscendo dalla sua villa a Mondello. Riina e i corleonesi, contestualmente all’omicidio Lima, letto come avvertimento, avrebbero anche deciso di colpire duramente lo Stato, con gli attentati sopra citati. Nel 2000 partì un’indagine, l’ipotesi dei pubblici ministeri palermitani era che, i mafiosi corleonesi avessero esercitato un ricatto allo Stato: le stragi sarebbero continuate se le istituzioni non fossero venute incontro ad alcune richieste. Fu allora che per la prima volta si sentì parlare del celebre “Papello”, cioè di un elenco di richieste che lo stesso Totò Riina avrebbe inviato ai vertici dello Stato per discutere le condizioni per porre fine agli attacchi stragisti. L’inchiesta si rivitalizzò nel 2008 con Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco morto nel 2002, che dichiarò che il colonnello dei carabinieri De Donno gli aveva chiesto nel 1992 di poter incontrare suo padre per parlare di un possibile accordo riguardante alcuni benefici per i mafiosi detenuti. L’incontro ci fu e partecipò anche il generale Mori, che ha sempre sostenuto, però, di aver portato avanti il contatto con Ciancimino per motivi investigativi, per arrivare cioè a catturare i vertici di Cosa Nostra. Massimo Ciancimino consegnò poi ai giudici il famoso papello, ma solo in fotocopia, che conteneva le richieste della trattativa. Sull’autenticità del papello e sull’attendibilità di Massimo Ciancimino si è molto discusso. È fondamentale, perché poi orienterà l’odierna decisione, ricordare le parole del Presidente della Corte, nella requisitoria iniziale:

“Non è provato che il papello sia stato effettivamente scritto da lui. Resta da provare che la minaccia di riprendere o proseguire la strategia stragista sia pervenuta al destinatario”.

In pratica, nella requisitoria veniva detto che Riina e i corleonesi con le stragi volevano effettivamente un intervento dello Stato sulle sentenze e sulle leggi. Ma, disse il Presidente, era da provare che lo Stato effettivamente si piegò alle richieste. E non è difficile immaginare, che la parte motiva della sentenza assolutoria sarà incentrata su tale mancato assolvimento probatorio. Nel corso del processo, a prova dell’accordo, i pubblici ministeri richiamarono una mancata proroga automatica del regime di 41-bis a circa 300 detenuti, nel novembre 1993, ma anche tale indizio fu smentito. Sul papello si era già pronunciato il Giudice Udienza Preliminare Marina Petruzzella, che assolse Calogero Mannino e scrisse nelle motivazioni della sentenza che non era attendibile l’esistenza del documento, perché prodotto solo in fotocopia, con le conseguenti incertezze in merito all’effettivo originale, quanto a contenuto ed esistenza. Nella vicenda della trattativa rientrerebbe anche l’omicidio di Paolo Borsellino, ma nella sentenza del processo d’Appello del Borsellino Quater, i giudici però affermarono che l’omicidio fu deciso esclusivamente per finalità di vendetta e cautela preventiva. Il 15 gennaio 1993 fu arrestato Totò Riina e, secondo i pubblici ministeri, si aprì una nuova fase della trattativa che culminò con il tentativo di esercitare pressioni sul nuovo potere politico, cioè su Silvio Berlusconi. Attraverso il senatore Marcello Dell’Utri, Leoluca Bagarella avrebbe esercitato pressioni sul capo del governo, perché ci fossero iniziative legislative per ammorbidire la situazione carceraria dei detenuti per mafia. Ma la sentenza assolutoria smonta le accuse, come logica conseguenza delle sentenze precedenti e di un impianto accusatorio claudicante.

“Io i miei dubbi su questa operazione li avevo espressi fin dall’inizio ……. La grande amarezza è che queste energie investigative dedicate al processo trattativa potevano essere indirizzate verso delle piste che, secondo me, volutamente non si sono percorse.”

Queste le dichiarazioni della figlia di Borsellino, Fiammetta.

Leggeremo le motivazioni e sarà la Corte di Cassazione a decidere se confermare le assoluzioni di ieri o se riaprire a livello giudiziario l’intera vicenda, ma impariamo a conoscere prima di giudicare.

Carlo Maria Muscolo