“Una gioia immensa”, contro gli stereotipi

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Il rapimento di Alfredo Antico avvenuto a Siderno nel 1982 diventerà un cortometraggio. La notizia è di questi ultimi giorni. E la Calabria ritornerà sul grande schermo. Come?

Il rapimento di Alfredo Antico avvenuto a Siderno nel 1982 diventerà un cortometraggio. La notizia è di questi ultimi giorni. E la Calabria ritornerà sul grande schermo. Come? Probabilmente, vista la vicenda narrata, nel solito cliché di cui non riesce a liberarsi: facce nere, ambienti tetri, dialetto stretto e incomprensibile, ‘ndrangheta, violenza, tristezza, innocenza violata, montagna tetra e selvaggia. “No – mi dicono alcuni molto vicini alla produzione del film – non sarà né una storia di ‘ndrangheta, né di anime nere o violenza. Già il titolo ne è la prova:(“Una gioia immensa“)”. Rimango perplesso. “Come sarà possibile? – mi chiedo – Come si potrà mai portare sullo schermo una storia così triste e cattiva senza che intorno, in primo piano o in scene sfumate, non compaiano tutti gli elementi che da sé trasferiscano nello spettatore sensazioni e turbamenti in sintonia con ciò che si narra?”. Non lo so! “La storia sarà narrata con l’animo e gli occhi del protagonista – mi dicono ancora – un ragazzino di 13 anni che in 59 giorni di prigionia, è improvvisamente cresciuto e messo alla prova dalla vita. Una sorta di omaggio a tutte le vittime di sequestro, molto spesso dimenticate. Ragazzini che in quella montagna hanno conosciuto la paura, quella vera …”. Per l’appunto! E rimango ancora più perplesso. E mi si stringe il cuore a pensare alle sofferenze patite. Il regista, probabilmente, saprà essere così saggio ed esperto da dare alla sua opera il taglio giusto, nonostante le mie perplessità a scatola chiusa, ma una riflessione più ampia, comunque, va fatta. Si potrà certo narrare la triste storia con l’animo e gli occhi di un tredicenne in mano dei banditi per due mesi, perché no? Ma la storia resterà sempre triste ed atroce. Forse ancora più triste e atroce di come sarebbe se fosse narrata dalla parte dei cattivi. E poi che messaggio si vuole dare? Che Alfredo cresce e matura, perché messo alla prova dalla vita? E lo spettatore in sala cosa vedrà e capirà da una storia come questa, simile a tante altre che stanno proliferando in Calabria in questi ultimi tempi? Il più tenero penserà: ma questi calabresi non hanno altro da raccontare della loro terra? Evidentemente sono così! E cresce e si consolida il loro pregiudizio ultracentenario e noi calabresi non riusciamo, non so perché, a veicolare una sola opera di bello, di cultura, di sano riscatto sociale e politico. Con tutto ciò che viene propinato sulla Calabria, eccetto ‘nduja e cipolla di Tropea, come si potrebbero scalzare i tanti pregiudizi coi quali si guarda alla nostra regione? Avrebbe potuto farlo alla grande e con risonanza mondiale il film girato a Riace sulla esperienza di quella comunità che, guidata dal suo sindaco, Mimmo Lucano, aveva sperimentato, unica al mondo, la sacrosanta via della solidarietà e dell’accoglienza. Il film non ha mai visto la luce. Becere motivazioni politiche sorrette da testimonianze dubbie su presunte irregolarità, che comunque vanno via via decadendo lo hanno tenuto chiuso, ben serrato negli archivi della Rai. Quando sarà concluso l’iter processuale in atto, speriamo presto e sarà ristabilita la verità dell’intera vicenda che parla solo di umanità e altruismo e il film vedrà la luce, tutto il mondo “Vedrà” che in Calabria c’è dell’altro. E dell’altro ancora!

Autore:
Filippo Todaro