Facebook è un bene o un male?

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Nel 2004 nasce Facebook, primo vero social network di successo. Esso si caratterizza per la possibilità di pubblicare foto e video, ma soprattutto testi. Sostanzialmente, consente a un nutrito numero di persone di dire la loro…e su tutto…Un bene, come penso io, o un male, come pensava Umberto Eco,

L’articolo di Francesco Femia, apparso sullo scorso numero della Riviera (settimanale che grazie alla competenza di Pietro Melia e dei suoi collaboratori, sta migliorando per qualità ed interesse numero dopo numero) aiuta ed invita a riflettere, ed io raccolgo la provocazione. Nel 2004 nasce Facebook, primo vero social network di successo. Esso si caratterizza per la possibilità di pubblicare foto e video, ma soprattutto testi. Sostanzialmente, consente a un nutrito numero di persone di dire la loro…e su tutto…Un bene, come penso io, o un male, come pensava Umberto Eco, come ci ricorda Francesco Femia? Ma, ritengo che la vera domanda da porsi sia: considerata la libertà nel poter scrivere il proprio pensiero, quale è questo pensiero? Come si è formato? E soprattutto, esiste davvero?! Sarebbe ipocrita non affermare che nella massa di comunicazioni che riceviamo, di molti post non si comprende il significato né la ragion d’essere. Ma la colpa è di uno strumento che ci permette di esprimerci? O forse non è vero che il vero limite sta nel fatto che tutti dovrebbero essere capaci e competenti per poter esprimere il proprio pensiero razionale in senso chiaro e compiuto? Mentre non lo siamo? Facebook ha reso disponibile uno strumento; uno spazio illimitato per scrivere ciò che le persone vogliono, ma quello con cui si scontra, lo strumento che ci viene dato, sono i nostri limiti oggettivi nella capacità di elaborare ed esprimere un pensiero. E questo sarebbe comunque esistito, senza venire alla luce. Mentre lo strumento ci ha permesso di aprire gli occhi, proprio su uno dei grandi problemi e limiti delle nostre società moderne: sistemi istruttivi ricolmi di falle! E quindi sia ben venuto lo strumento, se sappiamo cogliere le indicazioni che ci offre. E per arrivare ai tuttologi, il pericolo che corriamo, essendo limitati dal punto di vista istruttivo, è di confondere la possibilità che abbiamo, di esprimere la propria opinione liberamente, con il pensiero di poter dare, sempre, il giudizio competente di uno specialista. Una società  risulta quasi sempre anche male informata e se si decide di sentenziare nel contesto pubblico, contro il parere di esperti e professionisti, può portare a gravi conseguenze sia nel breve che nel medio-lungo periodo. Non è un caso che le bufale attecchiscano con facilità e la disinformazione prenda il posto dell’informazione. Il tempo dedicato all’approfondimento è minimo, i link che si condividono, quasi sempre, neanche vengono aperti, i tempi di reazione limitati al massimo, per mostrare subito la nostra adesione. E se non ci interessa un commento? Non lo tralasciamo, anzi ci facciamo carico di rispondere, per dar vita al dibattito, possibilmente dando ragione al nostro interlocutore. Se non lo facessimo appariremmo come saputelli o peggio invidiosi. Anzi, invidiosi lo siamo sempre, a prescindere, e non si sa bene rispetto a cosa e perché. Quando poi, malauguratamente, proviamo a far notare che, magari, non siamo interessati all’opinione di chi cerca di imporci il proprio punto di vista, ecco che scatta l’accusa di arroganza. Ti senti superiore agli altri. E’ passata l’idea che esista una sorta di democrazia intellettuale, per cui chiunque può scrivere su qualsiasi argomento, convinto della propria rilevanza e pretendendo di convincere gli altri di essere in possesso del Verbo. Così succede che, qualsiasi articolo venga pubblicato diventa occasione di dibattito pubblico, con tutti a parlare con veemenza di qualsiasi argomento, senza competenze, ma anche senza voglia di farsele certe competenze. Diciamo che abbiamo mangiato la pasta al tonno? Ecco che tutti si sentono in diritto, se non addirittura in dovere, di farci sapere cosa pensano del piatto, come ritengono vada eseguita la ricetta corretta, condendo il tutto con proclami più o meno definitivi sulla dieta mediterranea, sul nostro girovita e, magari, anche sul personaggio famoso di turno. Mentre voi volevate solo condividere il piatto che mangiate, senza dare a quel gesto un valore diverso da buon appetito. Per chiudere: il rischio vero di Facebook è che riduca ancor più la nostra conoscenza, rendendoci pigri nell’approfondire e verificare i fatti, e la loro spiegazione scientifica, limitando la personale costruzione di una propria opinione aperta al confronto, e praticando la strada più facile dell’affidarsi al poco esperto di turno, piuttosto che prendere un bel libro e leggerlo per capire.

Autore:
Carlo Maria Muscolo