Vorrei trovare Padri per i figli con gli occhi mangiati dai pesci

113

Per terra cinque corpi. Allineati. Coperti da abiti zuppi d’acqua. Abiti come quelli di tutti i giovani. Scarpe da tennis, calzini pressoché invisibili, jeans corti a scoprire le caviglie. Felpe. Morti. Ecco la differenza con gli altri ragazzi che vedo in giro, sui treni, nelle Scuole. I cinque martiri sono morti. In questo quadro è difficile chiedersi cosa si può fare per il proprio paese. Occorre cercare di salvarsi la vita. E l’umanità, che si sappia, salva la nostra.

 Sento lo squillo del cellulare. Che strano. In genere uso quasi sempre la vibrazione, perché non dia fastidio. Ma, si sa, nei sogni tutto può accadere.

Guardo il display. È il giudice del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria. Ricordo che l’ultima volta che ci siamo incontrati ci siamo scambiati i numeri, per facilitare le successive udienze di accettazione delle proposte tutele di minori stranieri non accompagnati. E si, da un paio di anni sto facendo questa esperienza. Sono tutore di minori stranieri non accompagnati.

Ovvero quei ragazzi alti e muscolosi che tanto suscitano scandalo nei cultori del Bignami del pensiero che vorrebbero vedere nei barconi i bambini denutriti. Non approfondisco il perché sui barconi ci vanno i più forti. Con un lieve scatto di neuroni è anche facile arrivarci da soli. Ecco, non li porto a casa mia i ragazzi in tutela, come recitava uno slogan destrorso dei tempi salviniani, che tutt’ora esistono, ma rappresento per loro una possibilità di formalizzare le posizioni legali, altrimenti sospese.  Permesso di soggiorno temporaneo, iscrizioni all’ufficio del lavoro, a scuola. Vaccinazioni. Interrogatori in Questura. E qualche racconto, sempre importante.

Quanto atroce.

Sono stati due anni impegnativi dove, francamente, mi sono sentito un po’ utile. Ma questo ve lo racconto da sveglio. In sogno invece accadono strane cose e sono sovente il riflesso dei pensieri diurni.

O delle oppressioni. Mettiamo Freud da parte e andiamo avanti. Sul display leggere il nome del Giudice mi preoccupa un po’. Per chiamarmi, penso, sarà successo sicuramente qualcosa. Dopo i convenevoli di rito, che accadono anche in sogno, si arriva al dunque. Il Giudice mi chiede di assumere la tutela di cinque ragazzi e di farlo con una certa urgenza. Con tono perentorio mi dà appuntamento a Reggio, ma non in Tribunale. Bensì nella parte alta della città.

I sogni sono porte verso l’improbabile irritualità.

Lascio la macchina giù, e salgo.

Salendo salendo riconosco la figura familiare del Giudice. Lo ricordo perché ho assunto con lui, un mesetto fa, l’ultima tutela. Nel mentre, altri ragazzi sono diventati maggiorenni. Oppure, a maggior parte, sono andati via. Come a confermare ciò che i dati, inoppugnabilmente, affermano.

In Calabria, e anche in Italia, di migranti ne restano ben pochi. Sbarcano e cercano fortuna altrove, raggiungendo i parenti in luoghi più vantaggiosi sotto il profilo economico. E non solo, visto l’aria che tira. A smentire l’invasione islamica, Crociata al contrario, urlata dalla destra nei comizi. Ma torniamo all’incontro con il Giudice, che avrete capito già avviene in sogno. Personaggi reali, ma situazione sognata.

Un sogno con irruzione improvvisa della realtà, come vedremo dopo.

L’incontro è più cordiale di quanto la telefonata avesse potuto far presupporre. Sento una forte complicità, espressa con i gesti. Mi prende sottobraccio e mi accompagna verso un cortile interno ad una vecchia casa.

Non è il Tribunale. Mi dice che se non assumo la tutela di questi cinque ragazzi non potranno mai avere un nome. Subito gli chiedo come faccio ad essere tutore di ragazzi senza nome. Non fa in tempo a rispondere che la risposta arriva da sola. Spesso le risposte sono i fatti, nella loro atrocità. Per terra cinque corpi. Allineati. Coperti da abiti zuppi d’acqua. Abiti come quelli di tutti i giovani. Scarpe da tennis, calzini pressoché invisibili, jeans corti a scoprire le caviglie. Felpe. Morti.

Ecco la differenza con gli altri ragazzi che vedo in giro, sui treni, nelle Scuole.

I cinque martiri sono morti.

Cerco di distinguerli l’uno dall’altro e non ci riesco. Sembrano uguali. Soltanto uno è più basso. Sembra un bambino. Un altro sembra una ragazza, ma non ne sono certo.

Una cosa li rende uguali. Non hanno occhi. Al loro posto orbite vuote, con il buio dentro.

-Che fa, accetta la tutela, incalza il Giudice? –

-Sì, accetto. Rispondo. Scegliamo insieme i nomi però. –

Non faccio in tempo, da improbabile prete, a battezzarne uno che, per fortuna, mi sveglio.

È ancora notte, ma va verso il giorno.

La notte che sta per finire fa meno paura.

Questo sogno è stato sognato in una notte di qualche giorno fa, ma solo adesso penso sia giusto raccontarlo.

Dovevo far sfumare l’orrore nell’impegno, la tragedia nella testimonianza.

Non è difficile capire perché è stato sognato, lasciando a riposo Sigmund.

I carichi del giorno esplodono la notte, quando siamo senza barriere, esposti al bene ed al male. Nudi. Agli ottantasei morti di Steccato di Cutro si sono aggiunti, presumibilmente, altri trenta nel Mediterraneo.

E i miei cinque. I morti più lontani non sono meno morti.

Sento la vicinanza con la Festa del Papà un po’ grottesca. Ma sento che dalle barbarie si esce solo pigiando sull’acceleratore dell’umanità. Occorre essere padri di figli che non si conoscono, di figli lontani, di figli annegati. Sentirsi padri di tutti e capire che ci troviamo di fronte ad una immensa catastrofe umanitaria che chiede umanità. La pietà per i vinti deve essere declinata attraverso l’accoglienza. L’accettazione. E la forte presa di posizione contro ogni respingimento. Contro le narrazioni falsate e strumentali, ancora esistenti. Ma qui sto facendo politica, mentre vorrei fare umanità. Vorrei trovare padri per i figli con gli occhi mangiati dai pesci. E convincere gli uomini a sentirsi madri e padri di tutti i figli altri, semplicemente accettandone le aspirazioni, i desideri, l’immagine di futuro compromessa dalla miseria, dalle bombe e da gente che di notte ti entra in casa e ti taglia la gola.

In questo quadro è difficile chiedersi cosa si può fare per il proprio paese.

Occorre cercare di salvarsi la vita.

E l’umanità, che si sappia, salva la nostra.

Mario Alberti