Abbasso i giornali, viva la cronaca (locale). Auguri Riviera.

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I Grandi Giornali fanno il giornalismo, ai piccoli giornali resta una cosa molto più importante: la cronaca. Spieghiamoci meglio; i nomi sono le cose: meglio essere chiari. Giornale e giornalista sono nomi e professioni che fanno riferimento alla giornata. Il giornale esce tutti i giorni.
E non è un caso che oggi, in tempo di notizie disperse tra diversi sistemi informativi in tempo reale più o meno social, i giornali siano entrati in un buco nero, e il giornalista, come status codificato, sia ormai inesistente. Dissolta la giornata in un perenne real time si dissolvono i giornali, e si dissolvono i giornalisti. I Grandi Giornali, bloccati dall’elefantiasi costituzionale delle loro strutture, sono finiti. Il Grandi Giornalisti, fermi a un concetto di professione vecchio, e legato a ideologie finite, contano meno di un qualsiasi influencer. L’informazione mondiale, occidentale, italiana, è un panorama di macerie, nel quale incrociano relitti incrostati: titoli, colonne, foto costruiti secondo una logica superata.
Ma se i Grandi Giornali sono finiti, sia per dissolvimento del concetto tecnico di “giornata”, sia per il proliferare dei nuovi media, resta, nel pubblico, la fame di cronaca. Etimologicamente, se il giornale racconta la giornata, la cronaca (da kronos) racconta il tempo: sempre ci sarà un pubblico che vorrà notizie dal/del tempo in cui vive. E il tempo che viviamo è fatto di avvenimenti anche piccoli, notizie legate al qui e ora, al momento e al luogo. L’informazione locale, se fatta bene, vale molte paginate su un New York Times le cui rughe sembrano i Corral nel deserto del Mojave. La cronaca è difficile, forse inafferrabile, a volte, apparentemente, insignificante: l’anziano che cade dalla bicicletta, il conto dei vivi nella bellissima pagina Blob qui su la Riviera. Chi nasce, chi muore, chi si laurea, i negozi che aprono e quelli che chiudono, la denuncia dei problemi sociali. Le feste. La cronaca è tutto, come i calendari-lunari-bestiari-lapidari-erbari-medievali, come i risentimenti accesi di fuoco e ghiacciati di sdegno di padre Dante Alighieri alle prese con beati e dannati. Ecco, Dante è uno straordinario cronista (“nel mezzo del cammin di nostra vita”), un fantastico intervistatore (“caina attende chi vita ci spense”), un eccezionale raccontatore di retroscena. Un cronista. Non un giornalista. E un cronista locale. Della sua Firenze, della piccola Italia fatta di tanti comuni in conflitto. E poi dell’Eterno e del Trascendente, certo. Ma sempre passando da fatti piccoli. Del suo amore per Beatrice Portinari ha fatto una storia iniziatica di redenzione. Chi scrive non è Dante, non è Montanelli, non è Biagi e non è Scanzi. È uno che è capitato in un redazione, una ventina d’anni fa, con una bottiglia di whisky in omaggio all’editore, si è seduto al computer per raccontare la cronaca, e per l’emozione si è bevuto la bottiglia. Grazie a una serie di circostanze fortunate fa ancora questo sporco mestiere. Di cui non ha capito molto. Ma se ha capito una cosa è quella enunciata all’inizio. Il vero giornalismo è la cronaca. La cronaca non finirà mai. La cronaca parte dal qui e dall’ora. Dal locale. Dal piccolo. Dalle pagine che troviamo qui ogni settimana a raccontarci la nostra terra e il nostro tempo. Auguri Riviera, per i tuoi 23 anni. Auguri di fare cronaca ancora per molto molto tempo.

Bruno Giurato