Walter Pedullà: Al cuore non si comanda il mio batte per la Locride

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Intervista esclusiva a Walter Pedullà saggista, critico letterario e giornalista nato a Siderno che, sulla candidatura della Locride a Capitale italiana della cultura 2025, ha le idee abbastanza chiare: “I titoli storici ce li ha tutti, dall’archeologia più antica all’architettura medievale, dalla Magna Grecia alla letteratura moderna. Io conosco parecchio i calabresi e so che sono capaci di fare miracoli. La mia generazione, che partiva con un handicap secolare, ha elevato il Sud a una condizione che non finisce di sorprendere uno che, come me, è nato sotto il fascismo. Dimostriamo che la Locride non è più la Capitale della ‘ndrangheta.”

Walter Pedullà, un calabrese che non ha bisogno di presentazioni. Partiamo di getto, senza pensare troppo alle risposte: quante volte al giorno le capita, se le capita, di pensare alla sua terra d’origine? E a quali immagini si collega la memoria quando Siderno affiora nei suoi pensieri?

Come per tutti, anche per me è altissimo il valore simbolico, che però si basa su dati reali. Per me Siderno è anzitutto i sidernesi, a cominciare dalla mia famiglia. È i miei parenti, gli amici, i professori, i compagni di scuola e di partito. È l’infanzia e la giovinezza, i primi amori e i primi lavori per mantenermi agli studi universitari. È la fatica di quattordici ore quotidiane di lezioni private ed è tutti gli studenti, alcuni dei quali oggi sono ultraottantenni e che emoziona di rivedere dopo decenni. È questo e altro, cioè la vita di tutti coloro con cui ho condiviso passioni politiche e interessi culturali. Siderno è altro ancora, legato ai sentimenti e al senso d’uguaglianza che rendeva noi studenti e professori eguali agli operai, ai contadini e agli artigiani. Era sarto mio padre e della civiltà contadina rimpiango specialmente l’artigianato. Naturalmente restano incisi nella memoria il mare, che ha davanti l’infinito delle acque e i monti che ci guardano le spalle dal vento di ponente, che gela l’acqua e trascina al largo. Più parlo e più vado nell’astratto, ma questo è il valore simbolico che pesa quanto i fattori concreti per cui mi piace essere un sidernese, un calabrese, un uomo comune del Sud, mio punto cardinale dal quale ho guardato al Nord come a un fratello. A proposito, per me Siderno è mio fratello Gesumino, morto trentaduenne di ritorno dalla Resistenza. Siderno gli ha intitolato la Scuola Media e questo, per me, è indimenticabile.

Da qualche mese si fa strada un’iniziativa che può apparire anche come una provocazione: la candidatura della Locride a Capitale italiana della cultura 2025. E’ un’idea che la convince? Di cosa ha davvero bisogno la Locride per agganciare il treno dello sviluppo?

Io tifo per la Locride istintivamente. Non so se ha più diritto di altre località a diventare la Capitale italiana della cultura 2025. I titoli storici ce li ha tutti, dall’archeologia più antica all’architettura medievale, dalla Magna Grecia alla letteratura moderna. Non credo che basti una decisione favorevole a dare slancio allo sviluppo economico della zona, ma certamente farà bene. Io conosco parecchio i calabresi e so che sono capaci di fare miracoli. La mia generazione, che partiva con un handicap secolare, ha elevato il Sud a una condizione che non finisce di sorprendere uno che come me è nato sotto il fascismo. C’era da studiare e abbiamo scelto la via culturale del progresso. Non c’entra la vocazione, che è il caso fortunato, conta la necessità, cioè il calcolo. Fatelo voi, io non ho gli elementi su cui fondare un progetto. Comunque al cuore non si comanda: il mio batte per la Locride. Dimostriamo che non è più la Capitale della ‘ndrangheta. I suoi cittadini non sono meno retti degli altri italiani. Facciamoglielo vedere!

Rivolgersi al critico letterario è inevitabile: da Alvaro fino ai giorni nostri, che evoluzione ha avuto, nel bene o nel male, la letteratura calabrese? E degli autori contemporanei calabresi, chi andrebbe seguito con maggiore attenzione? Infine, che segno lascerà nella cultura letteraria calabrese quella saggistica “Nera”, spesso legata al racconto criminale, che fa tanti proseliti anche alle nostre latitudini?

Non so, in fatto d’arte meglio che di evoluzione è opportuno parlare di metamorfosi, mutamento di forma e tema più che di valore. Forse nessuno degli scrittori vale quanto Alvaro, che è il livello massimo della letteratura nazionale. Contano parecchio anche altri narratori della Locride, da La Cava a Strati, senza dimenticare Saverio Montalto o il giovane Criaco. Di narratori calabresi (sui poeti sono meno preparato, eccellenti alcuni dialettali, un grande l’ “Italiano” Calogero) è lungo l’elenco. Sono tutti più o meno bravi De Angelis, Seminara, Carrieri, Repaci, Zappone, Altomonte, Familiari, Perri, Lazzaro, Occhiato, Guarnieri, Fortunato, Carbone, Aprea, Guerrazzi, Cuppari, Bonazza, Gangemi, Mario Strati, Calabrò, Maffia, Cambria, Carmine Abate e altri con cui mi scuso di non averli letti o di averli scordati. Rappresentano tutte le correnti con cui il Novecento è avanzato nella modernità, dal futurismo di Boccioni all’ ”Officina” di Leonetti, dal realismo magico al neorealismo, dal neosperimentalismo ai “Selvaggi”. Il futuro? Partono da un notevole presente Gangemi e Criaco. In quanto ai noir l’arte consiste nel suo linguaggio. Trovalo e puoi scrivere di tutto. La narrativa nera trionfa, perché lo pretende il lettore. Non sempre, ma oggi il piacere della lettura non vuole pensieri. Che non debbono mai mancarea un critico, lettore a più livelli di ricerca del bello che è anche vero, finchè lo è.

 

Fabio Melia

 

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