Alla Calabria serve il rigore

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Un tempo chi nasceva da famiglie di destra o di sinistra, cattoliche o laiche, restava nello stesso ambito politico e culturale. Oggi non è più così, il voto familiare si è sciolto, ma è la stessa persona a passare senza problemi da una appartenenza politica ad un’altra, secondo le convenienze del momento, secondo uno spot efficace, un personaggio carismatico o una moda.

Nella democrazia degli infelici, per chi sta al governo perdere le elezioni è diventata la regola, sarà ancora così?

Ovunque il cittadino si sente più povero ed indifeso, e cova un malessere impastato d’impotenza.

Vorrebbe credere in un sogno di futuro, ma nessuno sa proporglielo e allora finisce per sfogare la sua rabbia in un voto che castiga i detentori momentanei del Potere.

Umorali e anarchici, vittimisti e superficiali e completamente privi di senso dello Stato, perché semmai è lo Stato che fa loro senso, di questi Italiani il campionario è vasto.

Ma anche quello degli europei che non credono più a niente, politici d’assalto e cittadini indifesi, (s)vip e presunti famosi, coppie precarie ed eterni single, figli molli e genitori bulli, facce toste ed eroi della porta accanto, tifosi sfegatati e atleti dopati, analfabeti di ritorno ed altri di sola andata.

Difficile non ritrovarsi in questo Abbecedario, dove per essere felici o almeno provarci, la regola sembra essere per tutti una soltanto: tornare ad agire con la spontaneità degli ingenui, e vedere le cose con gli occhi di un bambino.

Avendoli però provati tutti, si sa benissimo che il gesto di stizza non produrrà cambiamenti veri.

Come centrodestra e centrosinistra, marchi senza anima, totalmente sganciati dalla realtà del nostro tempo ormai incapaci di definirsi se non in contrapposizione all’avversario.

Per la stragrande maggioranza delle persone, questo impianto mentale non

ha più nessun senso.

Cerchiamo però di uscire dalle scintille di caos che aleggiano in noi e iniziamo a riflettere, ma i partiti?

In epoca non lontana, dopo il lavoro, i militanti frequentavano le sezioni, discutevano commentavano i fatti del giorno, preparavano manifestazioni, feste, gare. I partiti di massa riuscivano a portare agevolmente in piazza dieci, cinquanta e perfino centomila persone.

Molti statisti parlavano a folle ancora più grandi.

Un milione di persone accompagnarono le bare di Moro e Berlinguer, cosi come i congressi dei maggiori partiti politici, fino agli anni 80 erano sovraffollati.

Tutto questo è scomparso in un batter di ciglia.

Allo stesso modo è scomparsa la vita di parrocchia. Il parroco deve uscire dal recinto dell’oratorio per trovare i fedeli, le comunità ed il volontariato ne hanno preso il posto, anche lì tutto è cambiato in breve volgere di anni.

Anche le convinzioni, i caratteri e i sentimenti sono diventati flessibili.

Un tempo chi nasceva da famiglie di destra o di sinistra, cattoliche o laiche, restava nello stesso ambito politico e culturale. Oggi non è più così, il voto familiare si è sciolto ma è la stessa persona a passare senza problemi da una appartenenza politica ad un’altra, secondo le convenienze del momento, secondo uno spot efficace, un personaggio carismatico, una moda.

Si avvertiva in un passato non tanto remoto, la necessità di rinnovamento della società, renderla più matura, più consapevole, solidale e generosa. Non mi pare che le cose stiano andando in questa direzione.

Il dibattito politico avviato appassiona tutti coloro che vivono con sempre maggiore sofferenza il dilemma se rimanere in Calabria per offrire un piccolo contributo in una Regione bisognosa di tutte le possibili energie ovvero spostare altrove il centro degli interessi professionali , quindi sociali e familiari.

La sensazione di isolamento, di preventiva sconfitta, a meno di non confrontarsi con metodi eticamente non corrispondenti ad una seppur minima coscienza ancora attiva, sembrerebbe assumere (dis) valore predominante.

Molti giovani pensano che altrove le condizioni saranno medesime, ma almeno gli orizzonti sono più vasti e la possibilità di trovare collocazione dignitosa, realizzazione professionale e giusta retribuzione economica sarà meno faticosa, e ciò in un contesto sociale che offre maggiori opportunità.

Oggi, viviamo in un contesto, largamente dominante, che è abituato a consolidare relazioni sociali basate sulla complicità più che sulla capacità, sull’ appartenenza più che sulla efficienza.

Al contrario, alla Calabria e alla provincia di Reggio in particolare, necessiterebbe quale categoria dominante di pensiero, valutazione e di selezione quella del rigore;

Rigore nel fare con precisione le cose quotidiane, nell’approccio metodologico, nei contenuti che caratterizzano l’impegno di ciascuno, nello studio e nell’approfondimento, rigore che si estrinseca nelle forme di socializzazione e nelle scelte di relazione, nonché di delega politica.

Rigore come esatto opposto dell’espressione “Fai pure che poi si vede”, “poi si aggiusta” ecc..

Si riscontrano agevolmente eccellenze in tutti i campi ma sono isolate, ovvero riconosciute, ma incapaci di evolvere a sistema o ancora più semplicemente, subdolamente compromesse, tanto da non poter essere produttive di alcunché.

Necessita un progetto diffusamente condiviso, capace di produrre passione civile ed energia positiva (ho reminiscenze  dell’esperienza della giunta di Italo Falcomatà a Reggio), percepita dai calabresi come realistica che offrì, mantenendo un’ unica visione, sviluppo armonico, articolato, individuazione di priorità e che valorizzò, organizzò e stimolò le vocazioni di tutto il territorio calabrese.

Bisogna scegliere una classe dirigente nel tessuto sociale calabrese che smetta di inseguire prebende e che individui come si può coniugare il suo interesse particolare con quello generale del territorio in cui opera, e, successivamente, che offra la propria capacità all’impegno politico, prescindendo dal ruolo ricoperto.

La classe politica dirigente, dovrà essere riconoscibile come adeguata a gestire e incidere sulle drammatiche necessità che attanagliano la Calabria.

Deve far ciò, non per mera ambizione personale, ma per gratuità del servizio, percepibile come attitudine ad assumere il rischio di una sfida di tale dimensione.

Occorre, poi che tale classe dirigente si innesti su un sistema esistente perché si finirebbe per combattere inutilmente solo all’interno del gioco politico, mentre, al contrario, è necessario l’apporto di tutti. A breve, noi calabresi saremo chiamati a scegliere, tra i diversi candidati, il nuovo Presidente della Giunta Regionale ed i rappresentanti in Consiglio.

Ma se i candidati, non riusciranno a corrispondere l’idea di un progetto appassionante e forte, alla loro pur possibile elezione, ci troveremo a vivere una ulteriore pagina negativa della storia di questa Regione.

Non dovremmo permetterlo.

Francesco Laganà