Calabria non all’altezza della sua antica civiltà

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Domenica 14 novembre, nella Locride c’è stato un terribile temporale. La gente, pur protetta da abitazioni sicure, ha avuto paura. Eppure, nelle stesse ore, su barche malferme, centinaia di migranti navigavano verso il porto di Roccella. A prescindere degli immigrati, noi stiamo costruendo un mondo crudele. Una società inumana, una Calabria non all’altezza con la sua antica civiltà. Ed è inutile poi parlare di “femminicidi”, di “mentalità mafiosa”. Inutile, fare cortei contro la mafia se nei fatti spargiamo a piene mani, i semi della peggiore cultura mafiosa.

Intorno a mezzanotte, di domenica 14 novembre, nella Locride c’è stato un terribile temporale.  Per circa due ore, il nero delle tenebre è stato solcato dai fulmini, sembrava che le cateratte del cielo si fossero aperte per far scendere l’acqua come un fiume in piena. Il rombo dei tuoni sovrastava il rumore pauroso delle onde del mare.  La gente, pur protetta da abitazioni sicure, ha avuto paura. Eppure, nelle stesse ore, su barche malferme, centinaia di migranti navigavano verso il porto di Roccella.

Ora io non cercherò di commuovervi mutuando le parole di Primo Levi “Voi (noi) che vivete nelle vostre comode case, ditemi se quei bambini a bordo di quelle barche sono ancora esseri umani, se quella donna in lacrime che li ha affidate alle onde è ancora una madre, se l’uomo che ha lavorato come uno schiavo per pagare il loro viaggio  è ancora un padre…”

Non dirò niente di tutto ciò.

So bene che persino i bambini commuovono ormai solo nelle fiction, ma voglio solo ricordare che in anni lontani piangevamo per i ragazzi vietnamiti bruciati dal naplam. Non era questo il mondo che sognavamo negli anni ’60, quando ancora si sentiva la puzza della carne bruciata nei campi di sterminio o polverizzata dalle bombe atomiche. Ho ancora dinanzi agli occhi la foto gigante di Kim, una piccolina di nove anni che  scappava dal proprio villaggio appena bombardato, con le piccole braccia alzate dopo che il naplam le aveva consumato i vestiti e  bruciava la sua pelle. Una foto campeggiava in tutte le università ed in tutti i paesi dell’Occidente, innanzitutto in quelle degli Usa. La migliore gioventù e la stragrande maggioranza del  popolo  americano, insieme a tutti noi,  agitando quella foto, intendeva gridare al mondo  di sentirsi (ed essere altra cosa) rispetto al governo  che  aveva ordinato di bombardare a tappeto il suolo vietnamita.

Un’altra epoca, un’altra sensibilità, un’altra storia.

L’uomo si abitua a tutto anche ad accettare supinamente la logica infernale degli Stati e le loro crudeltà. A volte siamo così stupidi da considerare nemici gli altri popoli, mentre i nemici veri stanno alle nostre spalle. Comandano su di noi.

L’Europa, dopo gli orrori delle guerre, ha fatto passi enormi sulla via della pace, del progresso e della civiltà. I Paesi europei, come ricordava il presidente Mattarella,  hanno sottoscritto  documenti importanti  sul rispetto della persona umana, sui diritti inalienabile dell’uomo e del fanciullo, sulla salvaguardia della pace. Documenti solenni che però stridono sui drammi che si consumano ai confini della Polonia e nel Mediterraneo.

Non è questa l’Europa che vogliamo.

Non è questa l’Europa che è stata immaginata a Ventotene o che hanno sognato i Padri dell’attuale Unione Europea, che hanno saputo trasformare una Terra in cui popoli innocenti per secoli si sono ammazzati come cani, in un Continente di progresso, di civiltà e di pace .

Non ho soluzioni miracolose da indicare, So però e con assoluta certezza, che tra noi ed i disperati che sotto la pioggia battente sono arrivati al Porto di Roccella, siamo noi quelli più a rischio. Siamo noi quelli che hanno più bisogno. Che razza di società vogliamo realizzare se diventiamo “rassegnati” ed abituiamo i ragazzi che si può essere indifferenti, rispetto a dei disperati che tra le onde  tentano di raggiungere la “terra.

Tanti anni fa, lo Scrittore più importante dell’Occidente (almeno degli ultimi secoli) e del mondo si domandava se fosse possibile costruire un mondo giusto, una società umana sul sacrificio d’una sola bambina. No! Non è possibile. Era la sua conclusione. Ed è anche alla nostra.

A prescindere degli immigrati, noi stiamo costruendo un mondo crudele. Una società inumana;  una Calabria non all’altezza con la sua antica civiltà . Ed è inutile poi parlare di “femminicidi”, di atrocità in famiglia, di “mentalità mafiosa”. Inutile, fare cortei contro la mafia se nei fatti spargiamo a piene mani, i semi della peggiore cultura mafiosa.

C’è un antico adagio calabrese che recita “stuppa mi dasti e stuppa ti filai, tu mi tingisti ed eu tt’annigricai”.  Tradotto: “se  tessiamo una rete  con i fili dell’indifferenza, di crudeltà ed odio, prima o poi in quella rete resteremo impigliati e prigionieri”.