C’era chi aveva messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra…

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Dieci anni fa moriva Renato Nicolini, mi piace ricordarlo con l’articolo che ho scritto, appena giunta la triste notizia, per il mensile Lettere Meridiane.

È come se fosse crollato il Colosseo. Per Roma e per la cultura italiana la scomparsa di Renato Nicolini è una perdita irreparabile. E purtroppo non riesco a stabilire quanto la sinistra italiana sia consapevole di questo. Che la notizia della sua morte sia stata data in anteprima, su Twitter, da Stefano Di Traglia, portavoce del segretario del PD Bersani, lo trovo decisamente beffardo. Ho frequentato intensamente Renato negli ultimi tre anni, tra di noi si era creato un rapporto che ci aveva messo poco a superare la dimensione autore-editore e si era esteso alle nostre famiglie. Era diventata una piacevole consuetudine ritrovarci a cena tutti i martedì sera, quando Renato e Marilù si trovavano a Reggio per impegni universitari o teatrali. Renato aveva idee molto chiare sulla situazione italiana, le soluzioni che lui proponeva passavano tutte invariabilmente dal ruolo della cultura e dal suo riscatto dai lacciuoli della politica; per lui la cultura era un elemento fondamentale dell’identità del nostro Paese. Per tutta risposta il mondo della politica, sinistra in testa, gli riservava un’indifferenza che lo faceva soffrire moltissimo. Quando lo scorso 8 dicembre abbiamo presentato a Roma, al Nuovo Sacher di Nanni Moretti, la nuova edizione del suo libro Estate Romana, la sala era gremita di protagonisti della cultura di quegli anni (molti) e di oggi (pochi) ma non c’era l’ombra di un politico. In compenso era diventato popolarissimo su Facebook con il gruppo “Rivogliamo Nicolini assessore alla cultura” che ad oggi registra 4.150 membri. La sua ironia, la sua intelligenza, il suo sterminato bagaglio culturale, uniti ad una capacità, direi eretica, di ritrovarsi sempre e comunque “a sinistra”, avevano trovato una nuova attenzione nel mondo giovanile. La malattia lo aveva sfiancato fisicamente ma non aveva per nulla intaccato queste sue capacità. Nel nostro recente ultimo incontro si lamentava del fatto che la rievocazione degli anni dell’Estate Romana riportasse automaticamente sulla scena gli Anni di piombo, ma sapeva bene che questa associazione, per quelli della nostra generazione, equivale ad un riflesso condizionato.

I libri di storia non lo scriveranno mai, ma quella parte di popolazione italiana nata negli anni ’50 è stata letteralmente derubata della fase della spensieratezza e della serenità che normalmente contraddistingue l’età della giovinezza. La tragica fine di Unidad Popular di Salvador Allende in Cile, il golpe dei colonnelli in Grecia, le minacce di colpo di stato in Italia, le piazze insanguinate dalle bombe della Cia, le menzogne di stato sull’attivismo dei cosiddetti opposti estremismi (in realtà si trattava di fascisti manovrati dai servizi segreti occidentali) e per finire le maledette Brigate Rosse, che di rosso avevano solo il colore del sangue innocente che versavano, ma la cui unica funzione era quella di tenere fuori il PCI dalle stanze del potere.  Era questo il tragico scenario di quegli anni tremendi e bui, le relazioni sociali e la vita culturale inevitabilmente risentirono di quel clima e, dopo i fasti del ’68, si registrò un ripiegamento nel privato, ben descritto dai versi di Lucio Dalla nella splendida L’anno che verrà.

La nomina di Renato Nicolini ad assessore alla cultura di Roma, nel 1976, ed il conseguente avvio della macchina dell’Estate Romana l’anno dopo, svolsero la funzione essenziale di rimuovere i “sacchi di sabbia vicino alla finestra” e stanare la gente dalle “case rifugio” in cui pensavano di aver trovato riparo. L’Effimero lungo nove anni rivoluzionò la vita culturale dell’intera nazione, l’essenza stessa dell’arte effimera si fece sistema, sostituendo gli stabili canoni convenzionali con l’instabilità di atti, gesti e situazioni che non avevano pretese di durata e di consistenza materiale. Fu il trionfo della libertà di espressione che emanava da azioni affrancate dal giogo scolastico di metodi e contenuti ormai stantii, si affermò un modello culturale dalla netta impronta esistenziale destinato (paradossalmente, vista la sua genesi) a durare nel tempo. L’Effimero dell’Estate Romana allargò a dismisura il campo delle esperienze creative e comunicative, nessuna forma di espressione fu preclusa grazie all’utilizzo dei più eterogenei materiali e strumenti, nonché le più diverse forme di linguaggio. La fotografia, la musica, la rappresentazione scenica e la poesia recitata (si inaugurò allora la fortunata esperienza dei reading), funsero da fattore contaminante delle arti convenzionali e non avrebbero mai più abdicato a questa funzione.

Cos’è rimasto oggi di quella esperienza? La nemesi storica ha voluto che quella contaminazione positiva subisse a sua volta una contaminazione, questa volta fatale. Ed oggi c’è addirittura qualcuno che pensa che le notti bianche, le sagre e le kermesse commerciali siamo figlie di quella memorabile stagione; il berlusconismo ha purtroppo inciso pure su questo e, minando fatalmente le basi etiche del Paese, ne ha conseguentemente inquinato il tessuto culturale. La trasfigurazione de l’Estate Romana nell’orgia commerciale delle Notti Bianche ne è la tragica dimostrazione. Renato Nicolini ha vissuto la seconda parte della sua vita nella nostra città, è stato infatti professore ordinario di Composizione Architettonica presso la Facoltà di Architettura e direttore artistico del laboratorio teatrale Le Nozze. Reggio Calabria, nella sua perenne, apatica, indifferenza decadente, non si è lasciata coinvolgere più di tanto dal suo entusiasmo, ingrata dell’enorme impegno profuso nella formazione di tanti giovani studenti e nel tangibile risultato ottenuto dalla battaglia avviata da lui e dalla sua cara Marilù Prati, per la riapertura del Teatro Siracusa.

Franco Arcidiaco