C’era una volta la Locride

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Le cronache di trent’anni fa, in una Locride centrale nel dibattito politico-giudiziario nazionale, segnata dalla violenza e dalle faide.

A Locri e dintorni tutto restava minuscolo, squallido e scalcinato. I vessilli del potere, una bandiera sbiadita con la scritta “MUNICIPIO” orfana di qualche lettera, si perdevano nel grigiore uniforme di quelle case nate già vecchie, aderenti alla costa come le scaglie di un serpentone, che avvolge e mortifica nelle sue spire la bellezza di spiagge e scogliere.
Sembrava che un rigido piano regolatore imponesse alla riviera jonica l’aspetto di un cantiere non finito, color cemento grezzo, con gli infissi sgangherati e un tocco di immondezza sedimentata negli angoli morti dei cornicioni. Mentre il caso Calabria veniva riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica dalla disperazione di una mamma e dalle dimissioni in massa dei sindaci della Locride, ricevuti dal Presidente Cossiga, percorrendo la Statale 106, scorrevano davanti agli occhi un susseguirsi di agglomerati senza storia, cresciuti nei tanti decenni come filiazione di paesi rimasti per secoli arroccati sull’Aspromonte, lontani dalla minaccia saracena. Locri, ex Marina di Gerace, divenuto Comune autonomo nel 1905, come l’intera fascia costiera, ebbe l’effetto di una migrazione che, risucchiata prima dalla ferrovia e poi dal turismo, spostò rapidamente sulla costa il baricentro della vita sociale, creando nuovi insediamenti e stravolgendo una cultura tradizionalmente montana, coi lidi dai nomi americani e le trattorie che cucinavano l’agnello
meglio del pesce. Tutto aveva l’aspetto del provvisorio, quasi che gli abitanti si
aspettassero da un momento all’altro di dover rifare le valigie. Il panorama era
di una civiltà povera, sradicata e abbandonata, che si rifletteva opaca sulle facciate dei palazzi del potere locale, da dove era partita una protesta, che però non ebbe la forza di trasformarsi in rivolta. Le Caserme dei carabinieri…”

Cosimo Sframeli

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