Di nome o di fatto? La Città della Locride ostaggio di pregiudizi e pretesti

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Oggi è il popolo della Locride, prima che i propri rappresentanti, che deve chiedersi se ha senso continuare a vivere 42 destini separati e allo stesso tempo intrinsecamente legati senza, però, un’unica e plurale visione strategica; oppure iniziare un percorso graduale verso quello che potrà essere l’assetto amministrativo e politico del territorio per il futuro.

A distanza di anni, e con sincero trasporto, provo ad inserirmi nell’eterno e incompiuto dibattito sulla Città della Locride che inizio a definire così per non distrarmi e non distrarre da ciò che più volte ha frenato sul nascere ogni discussione: che nome dare alla nuova ipotetica città? Non mi entusiasmo in tal senso, ed evito quindi di citare i vari tentativi toponomastici fin qui registrati.

Provo, però, a pensare a ciò che dal 1968 lega insieme i nicastresi, i sambiasini e gli eufemiesi ancor oggi orgogliosamente prima di Nicastro, di Sambiase e di Sant’Eufemia e poi come Carta d’Identità ricorda loro di Lamezia Terme, quarta città, sempre più armoniosamente agglomerata, della Calabria e centro nevralgico della nostra logistica e dell’economia. Non un nome o un’identità ancestrale comune quindi, ma un lungo processo di armonizzazione urbanistica e socioeconomica.

Non dimentico poi gli iniziali 14 (quattordici!) comuni che alla fine degli anni ‘20 del secolo scorso hanno contribuito a creare la Grande Reggio e che ancor oggi vivono, non senza rimpianti, un’unione amministrativa che mai è stata compiuta dal punto di vista urbanistico e solo in parte realizzata da quello sociale.

Infine, ancora troppo presto per giudicare la recente fusione tra Corigliano e Rossano che, senza rinunciare a nessuno dei due nomi, ne ha fatto la terza città della regione e l’area urbana più estesa della Calabria e che ancora sconta sì peccati di giovinezza, ma che inizia anche a beneficiare di ritrovate opportunità (è quasi scontato il ripristino del soppresso Tribunale e già certo l’arrivo di istituzioni pubbliche e private degne del nuovo rango demografico).
Tre esempi di fusione a noi geograficamente vicini e che dimostrano, nel bene e nel male, che più che i nomi contano gli atti concreti che portano alla fusione e ne indirizzano gli effetti.
Atti, azioni, visioni strategiche, consapevolezze, condivisione delle scelte e del proprio destino collettivo.
La Storia ci insegna che una nuova città è fondata da chi ha scelto, a prescindere dai motivi, di stabilirsi in nuovo luogo e da lì iniziare un nuovo corso.
Oggi è il popolo della Locride, prima che i propri rappresentanti, che deve chiedersi se ha senso continuare a vivere 42 destini separati e allo stesso tempo intrinsecamente legati senza, però, un’unica e plurale visione strategica, oppure iniziare un percorso graduale verso quello che potrà essere l’assetto amministrativo e politico del territorio per il futuro.
Senza un vero e sentito processo collettivo in tal senso rischiano di arenarsi, ai primi cambi di amministrazione, i pur meritevoli tentativi di riassetto territoriale.
A proposito che fine ha fatto l’Unione dei Comuni della Valle del Torbido?
Credo che i tempi siano maturi per la fondazione di un “Comitato per la Città della Locride” che alimenti il dibattito, degli studi, prospetti delle ipotesi di graduali e successivi assetti amministrativi sempre più convergenti verso la nuova Città, senza mortificare e marginalizzare le variegate comunità del territorio, specie se periferiche.
Penso a nuove Unioni dove le fusioni, almeno inizialmente, sarebbero un brutale, ingiustificato e controproducente capriccio da spending review e a fusioni ben calibrate dove territori e popolazioni siano già omogeneamente agglomerati e consapevolmente e vicendevolmente pienamente d’accordo.
In un territorio dove alterne sono le fortune dell’Assemblea dei Sindaci, naufragati i tentativi di elaborazione dei PSA (Piani Strutturali Associati), non pervenuti i benefici dei PISL (Piani Integrati di Sviluppo Locale), oggetto di profondo oblio il vecchio Piano Strategico e i suoi enti promotori, non ancora a regime e adeguatamente supportati gli interventi e gli assi nella manica del rinnovato e vulcanico G.A.L. (Gruppo di Azione Locale) che non ci sia niente da fare è un alibi che non ci possiamo e in fondo non ci vogliamo più permettere. Fare di più e meglio è l’impegno individuale e collettivo che ci impone non solo il momento storico, ma anche la piena consapevolezza delle occasioni ogni giorno perdute da un territorio di 131.985 abitanti incapace di gestirsi e di autodeterminarsi in modo adeguato.

Antonio Guerrieri