Don Fortunato, sia Buon Samaritano!

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Si è insediato il nuovo arcivescovo della diocesi Reggio-Bova, Monsignore Fortunato Morrone, 62 anni, nominato direttamente da Papa Bergoglio. L’augurio è che possa impegnare tutta l’energia necessaria per esercitare fino in fondo la Forza di Persuasione, quella che deriva dalla Fede, per richiamare con gentilezza e fermezza tutti i poteri temporali per sovvertire l’estremo disagio delle nostre popolazioni

“Onorato di lavorare in questa vigna del Signore”.

Si è appena insediato il nuovo arcivescovo della diocesi Reggio-Bova, Monsignore Fortunato Morrone, 62 anni, ex allievo di Monsignore Giuseppe Agostino, nominato direttamente da Papa Bergoglio. Arriva da San Leonardo di Cutro.

“Benvenuto Monsignore Morrone alla guida della Chiesa reggina. Benvenuto novello ‘Vignaiolo del Signore’ in una terra dove la gramigna ha ormai da tempo infestato il terreno lasciando poco spazio ai frutti, al vino buono, simbolo del Sangue di Gesù.

Lei è stato accolto con grande calore dai reggini, dal popolo e dai suoi rappresentanti, che ripongono nella sua azione l’ennesima quota di speranza per ritornare in fretta a quella ‘Normalità’, che serve per definire compiutamente il senso di una comunità vigile e solidale, dove gli ultimi, adesso, sono gli anziani e i giovani. Veda, Monsignor  Morrone, gli anziani e i giovani sono quelli messi peggio a Reggio e in Calabria: senza servizi e senza lavoro. I primi stanno chiusi in casa, ormai rassegnati; i secondi in vece, a migliaia e in possesso di titolo di studio, ‘Scompaiono’ dall’anagrafe e vanno via da Reggio e dalla Calabria per sempre.

Lei, Monsignor Morrone, ha voluto premiare in queste primissime giornate del suo arrivo a Reggio il profilo di pastore dommatico che ispirerà il suo lavoro e quello dei suoi collaboratori, sottolineando con forza, e in ogni passaggio dei suoi interventi, il valore della Parola Sacra come elemento paradigmatico (non poteva essere altrimenti…) che guiderà il suo agire nei giorni a venire.

Certo, ha voluto darlo un segnale, recandosi in visita pastorale nel carcere di Arghillà e poi visitando le famiglie di quel quartiere e la parrocchia di San Aurelio, diffondendo, “dentro e fuori le mura”, la speranza in Dio.

Ha voluto anche mettere in chiaro, filtrato dalle sue profonde convinzioni teologiche, “Come”….diventiamo inesorabilmente padroni esosi e saccenti, paternalisti, pur di essere riconosciuti nel prestigio della carica che ricopriamo o nelle opere che, anche con fatica, abbiamo realizzato pur di essere ammirati dalla gente”.

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