Errare è più che umano, è (quasi) Divino!

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Sbagliare non è sinonimo di “guaio senza via d’uscita”, ma anzi con l’aiuto dell’ingegno si può giungere a fantastiche e affascinanti scoperte; divenire consapevoli di quelle capacità e risorse che spesso non sappiamo neppure di possedere nelle nostre meravigliose profondità di pensiero. E, quindi, che non si abbia paura dell’errore, da cui risulta evidente come si possa solo migliorare, ma che si continui a cercare la “strada maestra” dopo ogni “errare”, fino a raggiungere le mete che di volta in volta ci si prefigge.

“Sbagliando si impara”, dice il detto. Ed è stato, in linea di massima, un proverbio sempre vero. Quand’è però che abbiamo cominciato a considerare l’errore come qualcosa da evitare nel modo più assoluto? Quand’è che un voto scolastico, come ad esempio la sufficienza, è diventato un voto pessimo? E dire che il “6” (il più famoso era quello “politico”, la sufficienza per tutti rivendicata dagli studenti contestatori del 1968) per alcune tipologie di professori era da considerarsi il massimo del voto ottenibile per quella data materia. All’università gli studenti sanno bene che ciò che corrisponde alla sufficienza è il 18, su base 30 (il massimo è la lode). Ebbene, sarà che “di necessità virtù”, in alcune facoltà e per determinati esami il 18 è un gran voto, di tutto rispetto, magari giunto alla seconda o terza volta che si affronta la stessa materia e lo stesso professore (vedi Diritto Privato o Analisi Matematica, ecc., ogni facoltà ha degli esami caratterizzanti e difficilissimi che spaventano un po’ tutti) e accettare “quel” 18 equivale a un “30 e lode” sul libretto.
Sin da piccoli gli studenti vengono incoraggiati e invogliati allo studio, ma non è con voti generosi e gli “8 politici” che fioccano spesso di qua e di là che renderemo questi ragazzi più forti per affrontare la vita e il futuro in società. Sì, certo, un bel voto potrà far contenti i genitori e sicuramente placare le ansie e le paure dei bambini, dei ragazzi, degli studenti universitari, ma l’errore non è mai da considerarsi in maniera negativa, anzi. Forse dovremmo spendere qualche minuto in più per spiegare l’importanza dello sbaglio. Cominciamo col dire che “errore” deriva da “errare”, vagare di qua e di là ma il senso di questo girovagare può portare in luoghi sì sconosciuti, ma di grande importanza per la nostra crescita personale ed intellettuale.
Va detto che il range di voti, che vanno al di sotto della sufficienza, andrebbero probabilmente spiegati in base al contesto e al metro di giudizio del professore. Per alcuni professori un “4″ è un 4 “buono”… di certo non lo è per la maggior parte degli studenti! Ciò non toglie che potrebbe crearci grandi frustrazioni (come quelle ripetute bocciature, che sia il docente o l’istruttore di scuola guida a procurarcele poco importa) facendoci rimanere bloccati in un limbo in cui ci si sente profondamente… “stupidi”, degli ignoranti senza speranza. Chi di noi non si è mai ritenuto una nullità o un incapace, finanche giudicato ingiustamente sulla base magari di un pregiudizio? Certamente, l’errore può essere ed è anche di valutazione. E allora, cosa possiamo fare per sopravvivere a queste spiacevoli sofferenze?
Di certo bisogna prendere il buono che viene dall’errore. È cadendo più volte che si impara ad andare in bicicletta. È soffrendo per amore che capiamo chi è più adatto a noi e chi meno. È prendendosi una bella ramanzina che comprendiamo meglio quando sbagliamo un determinato atteggiamento o compiamo qualcosa di pericoloso, sopravvalutando le nostre capacità. Di certo, un buon educatore (sia esso un insegnante, un genitore o altro) deve saper dare una valutazione, in maniera costruttiva e mai distruttiva. Ciò significa: saper apprezzare e incoraggiare i successi dei ragazzi durante il loro percorso di crescita; saper valorizzare le diverse capacità dell’individuo che “apprende”; saper individuare le diverse attitudini, cercando d’indirizzare i soggetti verso gli studi più adatti a loro; non caricare di aspettative esagerate questi ragazzi che si affacciano al mondo; saperli anche correggere, segnalando loro gli errori affinché imparino dagli stessi, piuttosto che lasciarsene mortificare.
L’errore è, infatti, fondamentale per arricchire la nostra conoscenza. Non avremo diminuito il nostro valore con gli sbagli bensì ne avremo imparato la “lezione”, come si suol dire, utilissima per le “esplorazioni” future. L’errore non deve impantanarci, l’errore deve incoraggiarci a trovare altre strade, anche migliori della precedente. L’importante è non fermarsi, non immobilizzarsi davanti agli insuccessi, ma capire dove e come possiamo migliorare per riuscire meglio la prossima volta. Fondamentale è avere poi fiducia negli educatori. Sapere, o meglio “sentire”, che chi ci guida e ci esamina sa essere (per quanto possibile) obiettivo e imparziale aiuta lungo la strada della crescita e dell’evoluzione personale. Ovviamente siamo ben lontani da quando gli studenti venivano presi a bacchettate o messi in ginocchio sui ceci ma non è neppure sano l’eccesso contrario di oggi, ossia elargire buoni voti per evitare che l’esaminato possa restarci “male”. Se anche potessimo proteggere questi giovani fino alla fine del ciclo scolastico obbligatorio non potremmo farlo per il resto della loro esistenza. Il loro eventuale scontrarsi con un “non ammesso/non idoneo” a 20 anni genererebbe sicuramente una frustrazione ben più grande e dolorosa di quella che potrebbero ricevere lungo tutto il ciclo scolastico precedente, laddove il contesto è più accogliente, con professori che tentano di educare gli studenti al concetto fondamentale di sapersi guadagnare il “buon voto” (che per ognuno dovrebbe corrispondere al voto migliore che riesce a prendere col proprio impegno). Con l’aiuto anche e soprattutto dei genitori, si dovrebbe cercare di infondere maggiori sicurezze nei giovani di oggi che sembrano tanto forti quanto psicologicamente sensibili e vulnerabili. Avere delle buone radici mette al sicuro anche gli alberi più giovani dalle tempeste cui possono incorrere nel quotidiano. Inoltre, il buono e il bello sono tra le categorie che si “improvvisano” molto meno di quanto ci si possa immaginare. C’è una base genetica sicuramente per il talento ma l’intelligenza (non solo logico-matematica ma anche cinestesica, linguistica, musicale, esistenziale, interpersonale, ecc) si educa, si sviluppa e si accresce anche e soprattutto con gli errori, con quel “girovagare di qua e di là” che porta a quei salti evolutivi che per taluni e in alcune circostanze sono stati assolutamente geniali. Per cui, che possa essere un incoraggiamento, per tutte le età, sapere che l’errore è tanto spiacevole quanto utile. Non la ripetizione degli stessi sbagli all’infinito, ovviamente, ma la sperimentazione di nuove strade per giungere a quella che più si adatta a noi, affinché dallo sforzo e dal tentativo continuo di fare sempre meglio si possa giungere alla personale e soggettiva idea di “perfezione e bellezza”.
Per esempio: lo sapevate che la Coca-Cola era stata un’invenzione per curare il mal di testa e invece, con l’aggiunta accidentale di acqua gassata divenne, da farmaco cui era destinata, quella famosissima bevanda che tutti oggi conosciamo? Oppure che i post-it nascono per la fortuita scoperta di una sostanza appiccicosa che solo più tardi venne applicata alla carta per dare un senso pratico e iconico a quei fogliettini gialli che almeno una volta nella nostra vita abbiamo attaccato da qualche parte come promemoria? Ancora, sapevate che la penicillina nacque perché un medico se ne andò in vacanza lasciando incustoditi i suoi campioni di stafilococchi e al suo ritorno si rese conto che nella muffa che si era creata c’era un particolare fungo che aveva distrutto tutti i batteri?
Ebbene, se per curiosità sbirciate su internet ne potrete trovare tanti altri di errori celebri (tanti da restarne stupiti e tali che non vi saresti mai aspettati) essere alla base di incredibili ed utilissime scoperte.
È con la riflessione di quanto errare possa essere per certi versi quasi “divino” che mi auguro possa cambiare lo sguardo nei confronti degli errori, soprattutto in chi li compie: sapere che sbagliare non è sinonimo di “guaio senza via d’uscita” ma che, anzi, con l’aiuto dell’ingegno si può giungere a fantastiche e affascinanti scoperte; divenire consapevoli di quelle capacità e risorse che spesso non sappiamo neppure di possedere nelle nostre meravigliose profondità di pensiero. E quindi che non si abbia paura dell’errore, da cui risulta evidente come si possa solo migliorare, ma che si continui a cercare la “strada maestra” dopo ogni “errare”, fino a raggiungere le mete che di volta in volta ci si prefigge!

Daniela Rullo