“Facimmu Ammuina”

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Fu la parola d’ordine ed ammuino fu fatto. E fu un gioco da ragazzi persuadere i cittadini perbene, ed in buona fede sulla necessità di scegliere tra “’ndrangheta e barbarie” da una parte e “libertà, dignità giustizia” dall’altra.

 Le Camere penali della Calabria hanno deciso l’astensione del lavoro dei penalisti calabresi per il prossimo 14 e 15, luglio una data che richiama alla memoria la Rivoluzione francese e quindi gli “immortali principi dell’89” secondo cui gli uomini nascono liberi e devono vivere in libertà.

In Calabria no!

Infatti, secondo i penalisti in Calabria sono venuti meno i presupposti su cui si fonda uno Stato di diritto. Normalmente, quando pensiamo ad uno Stato in cui non esistono più le garanzie fondamentali dei cittadini ci viene in mente il Cile di Pinochet, la Turchia di Erdogan o la Russia di Putin.

In Italia, esistono certamente pericoli per la democrazia, provenienti soprattutto dallo strapotere di alcune corporazioni che operano all’interno dello Stato ma, fortunatamente, al potere non ci sono i “colonnelli”.

In Calabria non siamo ai colonnelli, ma a qualcosa che se non è molto somiglia. Andiamo con ordine:

Trenta anni fa la ‘ndrangheta era un’organizzazione barbara e sanguinaria che si era appena lasciata alle spalle l’odiosa stagione dei sequestri di persona e che aveva messo a ferro e fuoco la Regione con le ricorrenti guerre di mafia. Era una setta criminale odiata e sostanzialmente isolata in Calabria più che altrove. In quel momento storico, lo Stato avrebbe potuto e dovuto circondarla e sradicarla, coinvolgendo i calabresi piuttosto che agire contro di loro. E, invece, ci fu “chi” (o meglio coloro) operando dall’interno dell’apparato statale riuscì a convincere tutti (o quasi) che per sconfiggere la ‘ndrangheta sarebbe stato necessario sacrificare lo Stato di diritto. Iniziò la stagione della pesca con le reti a strascico. Tutte sostanzialmente fallite dopo lacrime, sangue e galera imposte a migliaia di cittadini innocenti.

Per i nuovi “strateghi dell’antimafia importante non era sconfiggere la ‘ndrangheta, ma dare la sensazione che si stesse combattendo una titanica lotta di pochi eroi contro orde di assassini. In poco tempo, si è allestito con sapiente regia un teatro: sirene spiegate nel cuore della notte, foto sui giornali, arresti di massa, attacco al cuore della democrazia elettiva con scioglimenti a catena dei consigli comunali e criminalizzando ogni voce critica con il “dire e non dire” e sostituendo le prove processuali con categorie impalpabili come l’appartenenza alla “zona grigia” o il “reato” di parentela o di amicizia.

“Facimmu ammuina” fu la parola d’ordine ed ammuino fu fatto. E fu un gioco da ragazzi persuadere i cittadini perbene, ed in buona fede sulla necessità di scegliere tra “’ndrangheta e barbarie” da una parte e “libertà, dignità giustizia” dall’altra.

Molti calabresi credettero nella buona fede degli antimafiosi di professione, ed oggi si trovano a dover convivere con una ‘ndrangheta cento volte più ricca e potente rispetto a trenta anni fa e con un apparato repressivo tra i più oppressivi del Mediterraneo.

Non ci credete?

Due soli esempi: nella settimana scorsa s’è concluso il processo “Bellu lavuru” che ha preso le mosse 15 anni fa tra squilli di tromba e suoni di fanfara. Una retata con decine di arrestati in una sola notte e che veniva propagandata come un duro colpo alla ‘ndrangheta. Ieri la sentenza: dei diciannove imputati ben quindici sono stati riconosciuti innocenti, quattro condannati. Meno del 20%.  Alla fine della fiera, ci troviamo con persone tenute per tanto tempo nelle sezioni di massima sicurezza delle galere e oggi risultati estranei ad ogni sodalizio mafioso. Meno grave, ma più significative le motivazioni pubblicate nei giorni scorsi sui motivi che hanno portato allo scioglimento del consiglio comunale di Portigliola, nella Locride. Il sindaco, gli assessori, i consiglieri comunali sono tutti incensurati. Nessuno è stato mai processato e tantomeno ha ricevuto una condanna.

Ma spunta qualche rapporto di polizia riguardo gli amministratori di Portigliola, loro parenti o amici. Ebbene il rapporto di polizia ha più valore delle sentenze. Alla luce di quanto abbiamo appena detto vi domando: la Calabria è o non è uno Stato di polizia anche se non vige il coprifuoco e non ci sono militari ad ogni crocicchio?

La velenosa equazione: “ndrangheta = Stato di diritto” s’è dimostrata falsa ed interessata, ed ha prodotto solo “giustizia spettacolo” con un sistematico sacrificio di innocenti, il crollo della qualità dell’impegno politico con il progressivo emergere di una classe “politica” men che mediocre, serva e subalterna ai nuovi poteri, uno spreco di pubblico denaro che se impiegato diversamente avrebbe potuto dare sollievo ai tanti ammalati calabresi. Intanto, però, lo Stato ha perso gran parte della sua base sociale, perché nessuno è disposto a riconoscere la legittimità d’uno Stato che non rispetta le sue stesse regole.

Rispetto a tutto ciò le Camere penali hanno deciso due giorni di astensione dal lavoro. Un notevole passo avanti anche se tradivo e forse insufficiente.

Il “blocco d’ordine” (e di potere) difficilmente mollerà la presa…

E comprende perfettamente che per non far scoprire il gioco deve alzare la posta, attraverso la strategia della tensione che come un Moloch insaziabile si alimenta con nuove retate, processi-spettacolo, misure di prevenzione comminate col massimo arbitrio.

I penalisti con la loro azione hanno rotto un muro di silenzio e possono far da lievito per la formazione d’un blocco democratico che coinvolga i cittadini e faccia luce sulla realtà d’una Regione tenuta alla catena e al buio per tanto tempo.

Noi ci abbiamo provato per decenni e, spesso, in perfetta solitudine. Una lotta di civiltà che va molto oltre la questione “giustizia” e ci richiama al dovere di difendere gli “immortali principi dell’89”. Non siamo mai stati mafiosi e rifugiamo da tutto ciò che sa di mafia e proprio per questo abbiamo difeso la libertà con tutte le nostre forze… pur sapendo di non poter vincere.