Gli anziani: i miei mangiatori di loto

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Rivedo gli anziani nella piazza del mio paese, mentre nugoli di rondini volano nel cielo ed i passeri saltellano sulle tegole di argilla. Poveri vecchi! Quante volte li ho disturbati con i miei giochi di fanciullo! So, però che non mi portano rancore, tant’è vero che accettano volentieri i miei inviti di partecipare alle assemblee segrete, che convoco nel cuore della notte e in cui mi fingo lunghi colloqui con loro riprendendo il filo di un discorso interrotto molto tempo fa. Stento a sentire, con chiarezza, la loro voce che fatica ad oltrepassare le labbra dopo ore di silenzio. Ci sono tutti! E solo, per me, sono rimasti seduti su quei gradini da cui di tanto in tanto si spostano seguendo i raggi del sole. Hanno bisogno di calore e di luce, perché avvertono che il loro sangue si raffredda. La vita gli sfugge. Restano immobili per ore, fissando sempre lo stesso punto di un mondo che per loro si è ormai ristretto ad un angolo di quella piazza. Hanno combattuto guerre e solcato mari. Si sono scontrati in stupide lotte fratricide facendosi molto male. Hanno traforato montagne e sbudellato la terra lavorando nella miniere. Quasi tutti indossano vestiti piene di toppe, che danno
l’impressione di vecchie bandiere forate da mille colpi di fucile sparati da un nemico contro cui non avrebbero mai potuto vincere. Ora hanno gettato le ancore e sono ormeggiati in quella piazza. È il loro ultimo oceano. Oltre c’è il nulla, l’ignoto, il baratro. Non hanno medaglie da esibire, ed hanno smesso di rimproverarsi le “Occasioni mancate”. Credono nel
destino. Qualunque cosa abbiano fatto o subìto nella vita responsabile è il destino. Ed una tale certezza consente loro di mettersi in pace con la loro coscienza e far pace con il mondo. Non hanno più desideri. Avvertono come fossero le ultime carezze le folate di vento, che si portano via le squame della loro pelle secca. Suonano le campane della Chiesa. È l’Eterno che li chiama. Ma non hanno la forza di spostarsi e sentono freddo nelle ossa, quando si sottraggono ai raggi del sole. Così restano fermi ed aspettano. Aspettano
l’Angelo della morte. Non possono fermare il suo passo. Potrebbe arrivare questa notte oppure tra qualche tempo. Ma non è lontano. È già tra di loro. Lo sentono nella tosse stizzosa del loro vicino. Negli occhi opachi di altri. Nelle gambe pesanti, nelle forze che
mancano. Ma, soprattutto, l’avvertono nei vuoti che sistematicamente si creano su quei gradini, anche se fanno finta di non accorgersi. Contrastano la velocità con l’immobilità ed il silenzio. Per tutto il tempo in cui stanno seduti su quei gradini, muovono lentamente le mandibole scarne, masticando una speciale pasta di “Loto” impastata con la loro lentezza, la luce del sole e l’irreale silenzio in cui si sono immersi. Sanno che la sordità non è una malattia dei vecchi quanto, invece, una necessità di quanti non vogliono più ascoltare le sirene del mondo. Non si dolgono delle “Fortune” sfuggite loro di mano, né del potere che non hanno avuto. Si rimproverano le illusioni. Soprattutto le illusioni di gioventù. E sono le
antiche illusioni a tormentarli quando le brutte giornate li costringono a casa. Senza la pasta di “Loto” da consumare, assieme ai compagni, dell’ultimo tratto della loro strada, vanno in crisi di astinenza. A sera, una mano amica viene tesa loro per alzarsi, poi
barcollando si avviano verso le “Rughe”, mentre si accorgono che ogni sera la casa si allontana di qualche passo.

Ilario Ammendolia