Il nostro 25 Aprile – Il carro della storia

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Il carro della storia di Angelo Falbo (Rubbettino) è un libro di quasi mille pagine. Si tratta di una storia raccontata che segue il filo della discendenza dei tre protagonisti, due fratelli e una sorella del Casato dei Talarico-Tallarico, Antonio, Caterina e Federico divenuti partigiani combattenti in Val Sangone. Il nostro 25 aprile lo potremmo definire.

L’autore da l’avvio del racconto ponendosi delle domande di fronte alla tomba dell’ex Comandante partigiano Antonio Tallarico, nel cimitero di Carlopoli. Si sente sollecitato dalla sua passione professionale di docente di Storia e dal suo impegno civico, a costruirne la provenienza e le motivazioni della scelta di immettersi assieme al fratello Federico e alla sorella Caterina al flusso della lotta di Liberazione nelle fila della Resistenza. Scopre via via che la presenza della sepoltura indica un legame profondo di Antonio al Paese dal quale sono partiti i suoi progenitori e nel quale ha vissuto giorni di fanciullezza presso la casa dei nonni paterni. La ricerca si amplia esplorando i molti aspetti delle vicende storiche che hanno determinato la nascita e lo sviluppo non solo di Carlopoli, ma dei molti Casali-Comuni che si sono insediati lungo la valle del Savuto da una parte e del Corace dall’altra. Tutti beneficiano della presenza dell’Abbazia di Corazzo e di quella della vicina Sila. I monaci nell’Abbazia, tra i quali l’Abate Gioacchino da Fiore, hanno agevolato il processo di civilizzazione ed elevazione economico – sociale operando non solo sul terreno religioso spirituale, ma anche nelle tecniche di coltivazione, forestazione, allevamento, lavorazione del latte e dell’apprendimento di mestieri. La Sila attraverso le attività di allevamento, di pratiche agricole e con il godimento degli usi civici ha alimentato lo sviluppo economico-sociale di tutta la cintura degli abitati cosentini e catanzaresi.  I dinamismi economici e sociali hanno favorito diversi reciproci matrimoni tra i giovani dei Casati nobiliari di diversi Casali della zona. Una giovane, Serafina del Casato dei Moraca di Murachi ( Bianchi) sposa uno, Vincenzo, del Casato dei Talarico. Formano famiglia in Carlopoli. I diversi Casati, tra i quali soprattutto quello dei Brutto, avevano possesso di vasti territori silani, capaci di sostenere grandi allevamenti di mandrie di bovini, ovini, cavalli, che però non potevano restarvi nei mesi invernali. La transumanza ha dato occasione ad un flusso migratorio interno, dai prati-pascoli silani alle fasce marittime, in particolare quelle ioniche del Marchesato. Federico Giovanni, il maggiore dei figli, da Carlopoli si trasferisce e si stabilisce a Marcedusa, dove sposa la nobildonna Caterina Spada e dove anagraficamente il suo cognome da Talarico diventa trascritto in Tallarico.

Da Loro, trisavoli, discende la nascita di Antonio, Caterina e Federico.

Nei diversi tempi si incrociano le vicende borboniche, il passaggio dei garibaldini, la proclamazione del Regno d’Italia, il fenomeno del brigantaggio, il fenomeno tuttora persistente dell’Emigrazione, fino alla caduta del Fascismo. I tre, con altri tre fratelli e sorelle sono figli di Vincenzo e Dardano Domenica. Tutti e sei nati in Marcedusa, da dove poi si trasferiscono a Catanzaro. Sono giovani di Casato nobiliare. Nella città vivono la giovinezza degli studi nel Galluppi, Antonio e Caterina, e nel De Nobili, Federico. La dichiarazione di guerra di Mussolini del 10 Giugno 1940 comporta il richiamo alle armi di Antonio che è inviato nei Balcani. Federico, giovane universitario al Magistero di Messina, avrebbe avuto diritto al rinvio. Ma, entusiasta come si ritrova, convinto di partire, vincere e tornare conquistandosi l’orgoglio di aver onorato la Patria, parte volontario. Succede a migliaia e migliaia di giovani. L’orgoglioso incitamento del Duce al popolo italiano, con il “Corri alle armi” aveva inebriato le folle. Le notizie della impetuosa avanzata delle divisioni tedesche, le rassicurazioni dell’impettorito Capo da Piazza Venezia, le folle scroscianti con gli entusiasmi diffusi dagli altoparlanti in ogni angolo dell’Italia, avevano completato l’opera del ventennio: tutti convinti della bella avventura. La Scuola, la Chiesa, tra canti, inni, preghiere, adunate, avevamo orientato profondamente le coscienze. L’infallibilità del Duce non poteva essere minimamente scalfita dalle voci di una opposizione antifascista ridotta alla clandestinità, dopo la chiusura di partiti, sindacati, associazioni e libera stampa. Le prigioni, il confino, le torture, le persecuzioni fisiche fino alla uccisione degli avversari avevano segnato il ventennio. Ma non indebolito il regime che, prima modificando e poi abolendo del tutto il diritto di voto, ha potuto indisturbato, il Duce, emanare pure quell’ obbrobrio delle Leggi sulla razza. Neppure queste, che segnalano il punto più basso degli umani malvagi comportamenti, il rastrellamento, la persecuzione degli Ebrei, l’invio ai campi di concentramento, a fronte di un millenario faticoso processo di civilizzazione, riuscì a scuotere le coscienze.

Così i giovani di leva, i richiamati e i volontari si trovarono a combattere tra il 40 e il 42 a vivere convintamente una guerra propagandata e avvertita come una sorta di fascinosa redenzione e rinascita dei sacri simboli dell’ Impero romano. La svolta degli esiti bellici infausti su tutti i fronti, i ripiegamenti e lo sbarco degli Alleati in Sicilia disvelarono una amara realtà. La Monarchia, le Gerarchie militari, e le Gerarchie fasciste, anche personaggi fondatori del Regime e partecipanti alla Marcia su Roma, componenti del Gran Consiglio, comprendendo l’imminenza della disfatta totale. In un soprassalto di istinto di salvezza prima dimissionarono Mussolini togliendogli il Comando delle Forze Armate e poi decisero di firmare e dichiarare l’Armistizio.

L’ Esercito è senza comandi, allo sbando. Le caserme vengono occupate dalle Divisioni naziste su ordine di Hitler che, appresa la dichiarazione dell’Armistizio, dichiara il territorio italiano un territorio nemico occupato.

Dopo la caduta del Fascismo del 25 Luglio, non solo nelle piazze, ma anche negli ambienti militari, si era diffuso il convincimento che la guerra in Italia sarebbe subito stata interrotta. Invece, sotto i Governo Badoglio, si susseguirono 45 giorni di manifestazioni, mobilitazioni, occupazioni di fabbriche segnate da molti eccidi perché le autorità militari emanarono direttive da ordine pubblico. L’ambiguità stessa della dichiarazione dell’Armistizio

«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.

Da dove potevano venire gli “eventuali attacchi”?

I soldati dell’Esercito regio rimasero del tutto disorientati. Le loro caserme vennero occupate dai Comandi nazisti accompagnati da milizie organizzate da Mussolini dopo la sua liberazione e la costituzione della RSI, su imposizione di Hitler.

Nelle caserme i Comandanti dell’Esercito regio decidevano ognuno assumendo decisioni in proprio. Pochi si consegnarono ai tedeschi impegnando i reparti a proseguire la guerra rimanendo alleati dei tedeschi malgrado ci fosse stato il proclama dell’armistizio con lo scioglimento dell’alleanza. Molti invece sciolsero i reparti lasciando liberi i soldati di tornarsene a casa. Tutti i militari delle regioni meridionali nei reparti di stanza al nord e sui vari fronti si ritrovarono impossibilitati ad affrontare il viaggio di ritorno. Intanto su ogni angolo di muro in tutte le località vennero affissi manifesti sotto firmati dai Comandi nazisti con i quali venivano intimati ai soldati di leva e ai richiamati di presentarsi nelle proprie caserme, pena condanne a morte e persecuzioni ai familiari. Coloro che non si presentavano venivano considerati banditi, fuorilegge, renitenti da perseguire con veri e crudeli rastrellamenti e fucilazioni sul posto.

Federico, Tenente di complemento, era istruttore di soldati di leva e di richiamati nella in una caserma di Pinerolo. Disvelati gli inganni delle propagande del Regime sulla vittoria sicura dopo una guerra di breve durata Federico si rifiuta di obbedire ai comandi tedeschi e di continuare la guerra sotto i loro ordini. Sa che altri sono saliti in montagna nelle località dei versanti del Sangone e con pochi compagni si sveste degli abiti militari, con la rivoltella di consegna se ne va in montagna per mettersi in salvo ed organizzarsi.

La sorella Caterina universitaria a Roma, non soddisfatta dei comportamenti dei Primari, volendo conseguire una specializzazione con conoscenze professionali acquisiste nelle corsie in contatto diretto con gli ammalati valutava di trasferirsi. Federico la incoraggia a salire a Torino rassicurandola circa eventuali pericoli di bombardamenti della città della FIAT. Siamo nel 42, gli eserciti dell’Asse cominciano a subire sconfitte e ritirate. Federico è ancora fermo ai suoi convincimenti di una prossima vittoria, e comunque sulle assenze di rischi per sé e per la sorella, in quanto avrebbero abitato in una villa nella zona pedemontana, dimostrando che nelle stesse fila degli Ufficiali le informazioni sull’andamento della guerra erano scarse e o anche distorte.

Quando Federico sale in montagna la sorella si sposta a dimorare a Torino, salendo a trovare il fratello che intanto ha formato una banda in contato con Giulio Nicoletta: un altro giovane universitario nativo di Crotone, partito volontario in guerra, con l’entusiasmo, fondato sugli incitamenti del Duce e le sicurezze di una vittoria da ottenere in breve tempo. Caterina si avvia a divenire staffetta, col nome di Nina.

Antonio era nei Balcani, tra le minacce dei nazisti che consideravano gli italiani dei traditori e i partigiani di Tito che lottavano per liberare le loro terre occupate. Il suo tentativo di tornare a casa risulta vano. Decide allora di attraversare i sentieri prealpini per raggiungere Federico.

I due fratelli T (Tallarico, per i nazifascisti) Frico per le bande partigiane, per il loro coraggio, le loro capacità organizzative e per le qualità umane, di generosità e lealtà, diventano Comandanti di riferimento nell’intera valle. Le bande della Val Sangone non sono animate dapprima da consapevolezze politiche. Vogliono restare autonome. I dissensi tra Comandanti e tra i diversi componenti creano diverbi e incomprensioni. Arrivano a provocare anche episodi di gravi scontri con accuse reciproche. Gli eventi bellici, i rastrellamenti e le stragi nazifasciste obbligano a ricercare un coordinamento che sarà affidato al Giulio Nicoletta nel Giugno 44. A Giulio, nel frattempo, si è congiunto il fratello Franco. Questo brigadiere della Guardia di Finanza operativo nei Balcani, in Croazia. A Lui sarà affidata la Brigata “Lillo Moncada”. Gli interventi dei Comandi militari del C.V. L. e di quelli politici del C.L.N.R.P convincono i Comandanti di Brigata a darsi una struttura organizzativa unica costituendo una Divisione, la 43^ Divisione Sergio De Vitis Autonoma Val Sangone. Sul campo, tra esiti vittoriosi degli attacchi e ritirate difensive, tra i bilanci dei caduti, dei mutilati e dei dispersi accelerano   il processo di maturazione. Passano dai combattimenti per salvarsi dai rastrellamenti e dalle persecuzioni delle squadre nazifasciste alla comprensione di una lotta di liberazione all’interno del movimento resistenziale. Qui è la loro scelta, sentendosi testimoni dei valori risorgimentali ed eredi combattenti per una Patria nuova, indipendente, di eguali, di cittadini liberi e per la Pace. Condividono pienamente l’appartenenza ai piani del C.L.N. e finalizzano la loro esperienza di disubbidienza ai comandi nazifascisti: riorganizzano la loro presenza in montagna da bande sciolte a vere brigate militarmente strutturate, con la formazione di una Divisione. I documenti che Federico ha portato a casa, custoditi accuratamente dalla figlia maggiore signora Domenica hanno costituito la base fondamentale per comprendere l’apporto importante dato dai due fratelli Tallarico Antonio e Federico e dalla sorella Caterina, alla resistenza in Val Sangone. Un apporto puntualmente confermato nelle pagine del Diario di Guido Quazza e dagli scritti a loro dedicati da brigadiere Perotti, vicecapo della Brigata Frico. Fu un apporto purtroppo interrotto dalla cattura dei due fratelli da una “ronda” tedesca. Vennero condannati a morte, passando da vari carceri fino al trasferimento alle Nuove di Torino. Furono presi incarico dai Comandi nazisti. Ebbero la condanna a morte commutata in carcere a vita,  Alla concessione della grazia concorsero diversi interventi di uomini di Chiesa, sollecitati dall’instancabile sforzo della sorella Nina a sottrarli dalla fucilazione. Concorsero anche due altri fattori. Il più importante fu il riconoscimento che i due fratelli avevano sempre mantenuto un comportamento leale e, anche nei combattimenti più cruenti, non si erano mai abbandonati a gesti vendicativi, di ferocia e oltraggio del nemico, trattando i prigionieri con umana comprensione di cura e assistenza. Il secondo è legato ad un comportamento già consolidato di scambio tra prigionieri catturati dai tedeschi e quelli catturati dai partigiani. La liberazione fu poi facilitata dalla confusione che si creò con i combattimenti dei partigiani scesi per liberare Torino e gli ordini alla Decisioni tedesche di ritirarsi. Questo consenti ai fratelli Frico di partecipare alle manifestazioni lungo i corsi e i viali di Torino, di giubilo per al liberazione avvenuta dopo le dure giornate e nottate di combattimento del 27, 28 e 29 Aprile 45.

Al ritorno trovarono che il loro papà Vincenzo era deceduto sotto il bombardamento degli Alleati del 27 Agosto del ‘44. Inseguiti ancora dalle carte della Prefettura con cui continuavano ad essere considerati dei fuorilegge vissero nel silenzio delle loro esperienze partigiane. Nessun riconoscimento e nessuna entusiastica accoglienza di quelle ricevute al loro passaggio nelle vie di Giaveno, Coazze, Avigliana, Cumiana, Grugliasco, dopo l’Aprile del 45. Lì erano dei liberatori. A Catanzaro, dopo il doppio dei suffragi, con il referendum, i dati alla Monarchia rispetto di quelli dati alla Repubblica, restarono avvolti nell’indifferenza. Qualche intervista a Federico. A Lui i riconoscimenti più tardi da parte del Presidente Spadolini e del Sindaco Olivo.

Caterina volle rimuovere tutti i diciannove mesi di esperienza di staffetta-partigiana combattente. Volle però continuare ad esser chiamata Nina.

La ricostruzione storica l’autore l’ha motivata anche con la necessità di rendere onore ai combattenti partigiani delle nostre zone. In Calabria si contano oltre 900 partigiani nella sola area piemontese. Si sono sacrificati per farci trovare una Patria libera, non più di sudditi ma di cittadini. Con la loro giusta scelta, vissuta col sangue sparso in lontane contrade ci hanno indicato i Valori inscritti nella Costituzione a cui ispirarci nei nostri comportamenti da   cittadini pienamente attivi. Meritano di essere ricordati e mantenuti vivi nella memoria. A questo proposito nel libro vi sono importanti pagine ispirate alla urgenza di studiare sistematicamente la Storia, per avere una approfondita conoscenza del passato, con la quale alimentare la “Memoria”, divenendo testimoni consapevoli in grado di contrastare rigurgiti e moderne forme fascistoidi, come si stanno presentando nelle cronache di questi anni. Certo, in questo periodo, di guerra cruenta in Ucraina, lo stato d’animo può farci rinchiudere nello sconforto di temere che la Storia non ci insegna niente. Non è cosi. E’ che gli uomini non sanno e non vogliono apprendere.  Le pagine del libro insegnano che i partigiani hanno combattuto per un futuro di Pace.  Noi siamo i trasgressori del Valore della Pace, il più profondo, nella nobiltà del principio della salvaguardia della vita di ognuno, che resta irripetibile.