Il nuovo piano Marshall di Draghi

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Come accadde una volta, 70 e più anni fa, l’umanità non ha imparato nulla. Fa le guerre e poi vede di far ripartire l’economia su quelle macerie. Perché “la distruzione delle sue città, dei suoi impianti industriali, dei suoi campi richiederà un enorme sostegno finanziario”. Un “piano Marshall” insomma.

La proposta del nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi ormai è argomento di discussione. Draghi, immaginando realisticamente che “… gli strascichi di questi stravolgimenti geopolitici che dureranno a lungo”, ha sostenuto che bisogna iniziare anche a pensare alla ricostruzione in Ucraina.

Cioè come accadde una volta, 70 e più anni fa, l’umanità non ha imparato nulla. Fa le guerre e poi vede di far ripartire l’economia su quelle macerie. Perché “la distruzione delle sue città, dei suoi impianti industriali, dei suoi campi richiederà un enorme sostegno finanziario”. Un “piano Marshall” insomma.

“Come quello – parole del nostro Premier – che ha contribuito alle relazioni speciali tra Europa e Stati Uniti”. E in cui l’Europa deve fare la sua parte perché questa “è l’ora dell’Europa e dobbiamo coglierla “. Anche per questo, ha sostenuto Draghi, bisogna fare ogni sforzo per “portare le parti al tavolo”.

Insomma, è una specie del noto si vis pacem para bellum che potrebbe diventare se vuoi più lavoro approfitta della guerra. Per carità – ha scritto Ugo Leone – non dico che questa o altre guerre siano state scatenate per far crescere economia e posti di lavoro in seguito alla ricostruzione, ma una volta che la guerra c’è trasformiamola in risorsa. Come pure si usa dire ogni volta che ci si trova in presenza di un pericolo.

Certo ci sono i morti, i profughi, i rifugiati. Ma, come si dice? Parafrasando Alexis De Tocqueville: È la guerra bellezza. E con la guerra ci si guadagna prima durante e dopo la belligeranza. C’è sempre chi ci guadagna. E qui, nel caso della guerra, l’industria degli armamenti ci guadagna prima e durante; quella della ricostruzione, dopo. E dopo ci guadagna anche la natalità che ricomincia a recuperare lo spazio perduto e a colmare i buchi lasciati dai morti. Con buona pace di Malthus che si vede sperperare un’altra occasione per contenere la crescita demografica (anche se con guerra e pandemia c’è andato molto vicino).

Quanto dureranno i preparativi capaci di “portare le parti al tavolo” è difficile prevedere. Se esistesse qualcuno che prendesse per le orecchie le parti in causa e le mettesse a sedere legandole alla sedia sin che non risolvono il problema, i tempi si accorcerebbero. Ma le Nazioni Unite che potrebbero essere l’organismo a questo deputato non hanno alcuna voce in capitolo. E quando la voce volessero alzarla per farsi sentire, c’è sempre uno dei cinque componenti il Consiglio di sicurezza (Russia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Cina) che pone il veto per non farsi assordare da quella voce.

Così mi pare che stiano le cose. E l’allungamento dei tempi per arrivare al “dopo” di cui dicevo alimenta problemi all’economia e alla società soprattutto dei più fragili. L’Italia tra questi perché scarsamente dotata di risorse energetiche dalla natura (che le ha dato altre ricchezze) deve andare mendicando un po’ qua, un po’ là qualche milione di barili di petrolio e qualche miliardo di metri cubi di gas.

Ci si era illusi che dopo la mazzata anche all’economia da parte della pandemia fosse in forte ripresa (almeno per quanti riguarda la sua misurazione in termini di Prodotto interno lordo), e invece è arrivata la mazzata della guerra a scombinare le aspettative.

La speranza è che la guerra non oltrepassi i confini nei quali si sta svolgendo e che del nucleare si parla tanto per dire.

Tanto per dire? Mica tanto. Perché alla speranza si associa anche un timore: il timore che Sansone (nei panni di Putin) vista la mala parata decida di morire con tutti i filistei.

E sempre Alexis De Tocqueville: ‘’Non è raro vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolò”.