“Il pesce o la canna da pesca?” I dilemmi del Sud

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Peppino Fumo, sette anni fa, finì a tutta pagina sul NYT, paragonato ai migliori attori, una promessa assoluta; Swamy Rotolo è, in questi giorni, su tutti i giornali per il David di Donatello vinto. Il mondo di celluloide ha dimostrato tutta la propria bontà, ha dato opportunità a ragazzi come Peppino, Swamy e tanti altri. È stato così prezioso che era sembrato naturale che la via del cinema sarebbe stata imboccata con decisione, per essere sfruttata dal punto di vista artistico, culturale, industriale. E invece no, stranamente, le vittorie, i successi, invece di confortare, determinare, sembra abbiano spinto al ridimensionamento, al ripensamento.

“Se ti offrono un pesce, anche il più pregiato, o una canna da pesca di poco valore, scegli la canna…”. Lo dice un politico calabrese, di quelli che dovrebbero avere più fortuna. In genere, però, hanno molta fortuna quelli che scelgono il pesce: ce l’hai subito, fresco, ci fai festa, lo mangi. Dopo la festa passa è bisogna aspettare il prossimo regalo, che uno ci pensa ad avercela una canna, si potrebbe fare festa ogni giorno. La logica che muove chi rappresenta i territori periferici è quella degli investimenti statici: un bene da esibire, di cui fregiarsi, su cui fare future campagne elettorali. Qualcosa che si consuma lasciando un dolce ricordo, il rimpianto. Questo perché gli investimenti dinamici necessitano di azione, continuità, sacrificio: producono beni lavorando sodo; però, una volta innescato, il meccanismo diventa virtuoso, inventa futuro. Ma le cose che producono danno dignità, indipendenza, emancipazione. Le classi dirigenti sudice hanno un concetto medioevale del mondo, fondano la propria sopravvivenza sul bisogno, pianificano sottosviluppo come elemento essenziale al loro perdurare. La politica meridionale prende e prenderà pesci, farà feste sfavillanti di cui, dopo, si parlerà per anni: lo faranno i genitori dei figli partiti, andati lontano a cercare lavoro. Lo faranno da lontano, quelli andati via. Fra i pesci, quelli più pregiati sono i lungomari: se ne vedono da un secolo senza che nulla muti. Se ne vedono di bellissimi, faraonici, straordinariamente lunghi, con davanti un mare sporco e dietro nulla, con una ricezione alberghiera inesistente, un trasporto evanescente. Le cattedrali nel deserto, la vera specialità sudicia: cose, a volte, bellissime ma inutili, in un contesto inidoneo a valorizzarle. E a volte per caso si imboccano vie che sono buone, e appena ci si accorge della bontà le si abbandona, casomai fossero canne e non pesci. Per esempio: Peppino Fumo, sette anni fa, finì a tutta pagina sul NYT, paragonato ai migliori attori, una promessa assoluta; una profezia che forse lui ha avuto poca voglia di realizzare o, magari, realizzerà in futuro. Swamy Rotolo è, in questi giorni, su tutti i giornali per il David di Donatello vinto: anche lei è una profezia e tutti vorremmo si realizzasse. I due hanno tantissime cose in comune: la bravura, il cinema, il racconto di un contesto famigliare, il Sud, la Calabria, Gioia Tauro. “Anime Nere” e “A Chiara”, film pluripremiati, entrambi non sostenuti dalla film commission regionale: il secondo solo per un inghippo burocratico; il primo perché nessuno si degnò mai di riceverne i proponenti. Ma altri film sono stati sostenuti dalla fondazione calabrese, hanno avuto successo, vinto premi, ai David Freaks Out ha fatto il botto. Tutte le produzioni audiovisive girate in Calabria, sostenute o meno, hanno mostrato quanto nella nostra terra possa essere percorsa con vantaggi e successi la via del cinema, quanto sia remunerativo, quante professionalità ci siano, quante location. Il mondo di celluloide ha dimostrato tutta la propria bontà, ha dato opportunità a ragazzi come Peppino, Swamy, tanti altri. È stato così prezioso che era sembrato naturale che la via del cinema sarebbe stata imboccata con decisione, per essere sfruttata dal punto di vista artistico, culturale, industriale. E invece no, stranamente, le vittorie, i successi, invece di confortare, determinare, sembra abbiano spinto al ridimensionamento, al ripensamento. Il cinema come immagine, attrazione turistica e la, solita, retorica: nuova narrazione della Calabria. La speranza è che i volti, intensi, sofferti, sognanti, di Peppino e di Swamy, diano nuova strada a una via che è quella giusta per rispondere a qualcuna delle, infinite, richieste dei ragazzi con la valigia. La speranza è che la politica locale sciolga i propri dilemmi e cominci a scegliere gli investimenti dinamici, scartando i regali che fanno solo feste di passaggio.