La coscienza dei giornalisti

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La mentalità apocalittica, catastrofica che si diffonde in questo periodo di crisi contribuisce solo ad aumentare la confusione e lo smarrimento. Urlare, odiare, scalmanarsi, fare i profeti di sciagura contribuisce solo ad aumentare lo smarrimento e la confusione. Vedere le cose in tragiche alternative, in bianco e in nero non serve a nulla.

Martedì 28 marzo alla trasmissione di Lilly Gruber è intervenuto un giornalista russo esperto di economa. Si chiama Alexei  Bibvrosky, che ha messo in luce subito un aspetto vergognoso del suo modo di dare informazione. C’è da dire che attualmente in Russia la disponibilità al martirio per diffondere corretta informazione essendo sottoposti alla censura di una dittatura è ovviamente nulla. Cercare la verità non è virtù che scuota le coscienze. Questo giornalista ha definito l’aggressione all’Ucraina “una operazione speciale” e ancora che “tutto quello che si vede non è vero, che è un intervento votato alla liberazione del paese dalle forze naziste che occupano la regione e mentre i cannoni russi sparano solo su strutture militari, i soldati ucraini uccidono uomini”. Lucio Caracciolo, noto direttore del mensile Limes, ha subito certificato, ad esempio, che in Ucraina le forze estremiste di destra non hanno neanche conquistato un seggio nel parlamento. Le televisioni di tutto il mondo documentano quanto siano veritiere queste vergognose affermazioni. Accompagnate dalla tragica visione di milioni di cittadini ucraini che fuggono.

Accade quello che veniva rappresentato nel pur straordinario film di Sergej Ejzenstejn, la corazzata Potemkin, nel quale il geniale regista faceva cannoneggiare dalla navi in rivolta (era il 1905) i palazzi del potere in Odessa, mentre le fucilate delle truppe dello zar ammazzavano donne e bambini. Famosa la scena della carrozzella che scivolava lungo i gradini di una ripida scalinata. Ed eccoci tornare al problema dell’informazione delle sue aberrazioni che scivolano nelle case degli italiani con le polemiche nate nella trasmissione di Bianca Berlinguer, nella quale un sociologo Alessandro Orsini direttore dell’osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss, pagato profumatamente da mamma Rai, esponeva idee legittime in una democrazia, ma non puntuali e motivate con i valori di difesa della stessa democrazia. Contro il blocco occidentale e la Nato. Vittima dell’ideologia difensiva del dittatore Putin? Comunque, oggetto di una contesa provvidenziale per la certificazione di un dialogo non da censurare, ma solo da criticare.

Si può tonare così ad un passato recente nel quale Beppe Grillo, il ministro Di Maio e il suo sodale Di Battista sono stati campioni di recriminazioni sul comportamento dei giornalisti italiani, non distanti da insulti che ignoravano ciò che due secoli fa scriveva il filosofo Hegel, che spiegava “La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale”.

Oppure, avranno ascoltato la veemente Lucia Annunziata chiedere in tono provocatorio e beffardo nel corso della sua trasmissione domenicale, qualche anno fa, con tono di sfida al ministro Bonafede, (che assomiglia a Leopoldo Trieste attore eclettico, spesso usato nella satira di costume da Pietro Germi) “Secondo lei io sarei una puttana”? Il ministro farfugliante avrebbe fatto meglio a tacere.

Altri preferiscono approfondire le loro invettive contro la carta stampata ricorrendo a Honorè de Balzac che nel volume “Le illusioni perdute” sintetizzava: “Quei bordelli del pensiero che si chiamano giornali”?

E magari crogiolarsi nella sintesi del mite Albert Camus, giovanissimo premio Nobel della letteratura, che esibiva con concreta veridicità “Insomma per diventar famosi basta ammazzare la portinaia”. Già, ma i politici che lanciano nell’aria vaniloqui irrispettosi vedi “abolizione della legge Fornero” tanto decantata da Salvini, cosa sarebbero capaci di edificare senza i titoli in corpo dodici?

Ma i giornali che riportano ostinate e sospettose negatività di molti rappresentanti del governo, che colpa hanno se diventano raccoglitori innocenti di bestialità tali da far scrivere a Charles Baudelaire, nei suoi Diari Intimi “Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto”. Marcel Proust, al contrario, “Il pane miracoloso che è un giornale, che è moltiplicabile insieme uno e diecimila e resta lo stesso, pur penetrando contemporaneamente in tutte le case. Pane spirituale”.

Era stato Voltaire nel 1737 nel brave saggio “Consigli ad un giornalista “a incitare come strategia teorica per la professione “aver a cuore il progresso dello spirito umano e amare la verità”, per contribuire così all’affermazione della cultura laica, con l’esigenza di rivolgersi ai lettori con chiarezza, per demolire  miti e superstizioni e  aprire il varco alla ragione e al vero. Senza dare spazio a interpretazioni e voci arbitrarie. Tutto dovrebbe avere il rigore della scienza, in quanto cammino della storia e della civiltà. Regole auree se non si fosse introdotto e accettato il relativismo di Federico Nietzsche “Non ci sono verità ma solo interpretazioni”. E i furbastri manipolatori, di questo esercizio ne abusano in modo ignobile. Si salverà il giornalismo? Certo sosteneva Voltaire “basta evitare scritti mercenari, citazioni infedeli, menzogne e tante calunnie con cui la stampa inonda la repubblica delle lettere “.

E ridere di Giorgio Bocca, partigiano e ostinato giornalista che consigliava al figlio “se ti chiedono che professione esercita tuo padre, racconta che suono il violino in un casino”. Bocca che litigava con Scalfari sul contenuto di un articolo e Scalfari detto Barbapapà, gli rispondeva “Il direttore sono io “

Mentre con faciloneria Indro Montanelli aveva inventato un aforisma impertinente “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”. Quando sono sempre tanti i giornalisti del mondo che, testimoni scomodi, vengono ammazzati dall’ arroganza criminale del potere politico. Ma che dire del direttore Alessandro Sallusti che davanti alla notizia criticata e criticabile che il suo protetto Salvini girava per Roma senza mascherina durante l’apice della pandemia, replicò “Anche il Papa gira per Roma”. E giù risate.

Vien in mente il grande inviato della Stampa di Torino, Mimmo Càndito, calabrese di Reggio Calabria, morto per tumore da uranio impoverito assimilato in tanti campi di guerra in giro per il mondo, dai quali dava resoconto con animo critico e sensibilità integra.

L’intelligenza che prende chiara coscienza dei fatti è anche la sola che può superare e far comprendere le crisi stesse. A tutti tocca il compito difficile di ricreare dalla macerie che ci circondano un mondo nuovo.

La mentalità apocalittica, catastrofica che si diffonde in questo periodo di crisi contribuisce solo ad aumentare la confusione e lo smarrimento. Urlare, odiare, scalmanarsi fare i profeti di sciagura contribuisce solo ad aumentare lo smarrimento e la confusione. Vedere le cose in tragiche alternative, in bianco e in nero non serve  a nulla. ”All’amore del predominio- diceva Bertrand Russel- dobbiamo sostituire la giustizia, alla brutalità l’intelligenza, alla competizione la collaborazione, camminando insieme verso la prosperità, non ognuno per conto suo verso la distruzione  e la morte”. Chi non crede all’intelligenza rimette il mondo nelle mani del caso o peggio ancora nelle mani degli stupidi (Putin?)

Chi ritiene che l’amor di patria sia una specie di sacro egoismo zoologico che legittima l’invasione del diritto altrui, l’intolleranza verso altre patrie è indegno della civiltà della solidarietà e della pace. Esistono i doveri verso l’umanità. Il cittadino del mondo reale deve tradurre i suoi valori in azione rivolta a modificar il mondo nel quale viviamo. Nessuno vuole vivere in una storia raccontata da un idiota come predicava il saggio Shakespeare. I giornalisti per i quali nutriamo ammirazione dagli scenari di guerra sono, devono essere la coscienza critica della democrazia.

Matteo Lo Presti