La guerra e le donne

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Il ruolo delle donne in guerra è stato, da sempre, portante sia dal punto di vista bellico che in società. Nel corso della storia, infatti, le donne hanno spesso preso parte ai conflitti,  anche se in modi diversi. Oggi, in questa guerra, le donne sono il simbolo della resistenza, il simbolo delle conseguenze di una guerra ingiusta, il simbolo di un momento storico che pensavamo di aver superato dopo le guerre del ‘900.

Il ruolo delle donne in guerra è stato portante sia dal punto di vista bellico che in società. Le donne furono protagoniste non solo come soldato, ma come infermiere e ausiliarie nel corpo della Croce rossa.

Questo è quanto sappiamo della storia più o meno recente. Ma spostiamoci nell’ antichità.

Se per la storia canonica il ruolo di militare è associato alla figura maschile, tuttavia le donne hanno spesso preso parte, anche se in modi diversi, ai conflitti.

Spesso le divinità femminili sono state anche guerriere. Il ruolo delle donne di primissimo piano è di estrema rilevanza e non fu, comunque, oscurato dal patriarcato.

Nel 13° sec. a.C., periodo in cui è collocata la guerra di Troia, varie furono le figure femminili che parteciparono e/o fomentarono diverse battaglie: Elena, Andromaca, Ecuba e Cassandra.

Nel 9° sec. a.C. Shammuramat fu la prima donna a governare un regno: l’impero assiro.

Notevole notizia archeologica, anche se non unica, è che a partire dal 6° sec a.C. le donne in Kazakistan venivano sepolte con indosso sia gioielli che armi. 

Ulteriori notizie, che hanno del leggendario, si riscontrano anche nei secoli successivi. Gli esempi non mancano. Lo storico Erodoto riferisce che la regina dei Massageti, Tomiri, combatté e sconfisse Ciro il Grande. 

Poi, si narra che il generale romano Coriolano, tentando di attaccare Roma sarebbe stato dissuaso dalla madre e dalla moglie dal vendicarsi contro i concittadini.

Durante le guerre Persiane, la regina Artemisia I fu comandante navale e consigliera di Serse e sempre, in questo periodo, una giovane nuotatrice subacquea greca consentì la vittoria dei Greci sabotando le navi persiane nemiche.

 Nella commedia LIsistrata di Aristofane, Lisistrata convoca le donne ateniesi perché essendo in corso la Guerra del Peloponneso, gli uomini impegnati nell’esercito non stanno più con le rispettive famiglie. Lisistrata propone, quindi, uno sciopero dal sesso fino a quando gli uomini non firmeranno la pace.

Introduco una parentesi: nel film “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki, in un paesino del Libano, cristiani e musulmani convivono in armonia fino a quando ,recuperata un’antenna parabolica le notizie sulle lotte religiose interne alla nazione, inducono ad un nuovo atteggiamento gli uomini che cominciano a manifestare una certa intolleranza per l’opposta comunità religiosa. Saranno le donne a sollevare gli animi e cercare di ripristinare l’equilibrio incrinato

Nel 4° sec. a.C. si narra che la sorellastra di Alessandro Magno accompagnò il padre Filippo durante una campagna militare e, combattendo corpo a corpo il nemico, condusse alla sconfitta l’esercito avversario.

Nel 356 a.C. si colloca la fondazione della città di Cosenza, il cui territorio fu conquistato dopo una strenua battaglia: i Bruzi furono guidati in battaglia da una donna che conquistò il colle dopo un sanguinoso scontro culminato con la c.d. “Pace di donna Brettia”.

Nell’antica Sparta, una principessa spartana guidò le donne della città alla costruzione di una trincea difensiva conducendo operazioni di aiuto e soccorso ai feriti caduti in battaglia.

Plutarco racconta, invece, come Pirro sarebbe stato sconfitto per via di una tegola lanciatagli da una vecchia che lo colpì fino a tramortirlo, consentendo ad un soldato di finirlo.

Nel 1° sec. d. C. non mancano esempi di gladiatori femminili.

Ma spostiamoci ora molto in avanti. Con lo scoppio della prima guerra mondiale le donne si misero al servizio della società. Si trattava di una prima opportunità di parificazione dei diritti. Lasciarono la casa per volontà o per necessità. Fondamentale fu il loro ruolo sociale con l’ingresso nella produzione industriale. Erano donne anche borghesi e aristocratiche che dismisero i loro abiti per porsi alla guida di tram, per distribuire la posta, servire l’industria bellica cui si aggiunse il loro contributo nell’industria tessile i cui prodotti erano: uniformi, coperte da campo e sacchi a pelo. Ne seguì un imponente opera di legiferazione per regolamentare l’occupazione femminile e minorile. In agricoltura le donne contadine furono insignite e ricompensate dallo Stato con “Premi di merito agricolo” per aver provveduto al sostentamento del Paese. Nel momento in cui l’Italia entrò in guerra fondamentale fu il ruolo delle maestre, risultato subito molto importante non solo ove finalizzato a leggere e scrivere, ma per rendere meno dura la realtà ai bambini. Le maestre furono, dunque, una risorsa che da lavoro intellettuale si trasformò in macchina per il sostegno patriottico. Grazie alla guerra, la donna raggiunse la sua emancipazione con rapidità, ma fu solo temporanea.

Altro ruolo non trascurabile fu quello delle crocerossine. Nel 1908, si costituì il corpo delle infermiere volontarie con l’idea di aiutare chi soffre anche stando al fronte svolgendo un lavoro vero e proprio fra i malati, i feriti, i moribondi. Inizialmente le infermiere facevano parte solo di famiglie benestanti, poi le borghesi e da ultimo le donne di livello sociale più basso previo, in tutti i casi del “nullaosta”, rilasciato da un uomo della famiglia. Indossavano una divisa bianca, una lunga gonna e un velo, come suore per non far innamorare il ferito. Non mancavano i pregiudizi circa il decoro e la moralità di tale funzione. Le mansioni erano molteplici: leggere e scrivere per i pazienti analfabeti, distribuire giornali, curare i pazienti, bendare le ferite, assistere i medici, distribuire le medicine, infondere conforto.

È nella Grande Guerra che la storia dell’emancipazione femminile e il mondo belligerante sono strettamente collegati nell’ambito di una sistematica battaglia che passò dal fronte alla società sconvolgendola.

La guerra di trincea tenne gli uomini al fronte ribaltando i ruoli della vita familiare e lavorativa, per cui venne a crearsi una sorta di matriarcato reso necessario dall’assenza delle figure maschili. Le donne sostituirono gli uomini nelle fabbriche acquisendo una libertà ed un’autonomia mai avuta prima. Mentre cambiava il volto della società, le donne giunsero al fronte pagando talora con la vita quell’arruolamento volontario. Finita la guerra, quel barlume di emancipazione venne nuovamente a cadere: le operaie furono licenziate e tornarono alle occupazioni domestiche. 

La guerra cambiò radicalmente le donne rendendole indipendenti e consce delle loro capacità, perciò non si arresero e ripresero a combattere per l’emancipazione e il diritto al voto. Anche se la situazione rimase stagnante, le prospettive erano cambiate nella consapevolezza di poter aspirare ad un futuro migliore.

La storia contemporanea non è indenne da relazioni fra le donne e la guerra. Ci sono le donne afghane che oggi provano a ripartire in Italia e in Europa e ci sono le afghane rimaste in Afghanistan dove i talebani decidono le loro sorti. Dare il potere alle donne significherebbe raggiungere la pace velocemente: è questo che sostengono molte intellettuali che occupano seggi ponderanti nelle assemblee sovranazionali. Il ruolo delle donne è centrale, perché esse non sono solo vittime, ma agenti di ricostruzione delle società e mediatrici dei processi politici.

E veniamo all’Ucraina.

Il Ministro degli esteri ucraino parla di un 15% di donne soldato cui si aggiunge un’altra percentuale che serve la Patria in altro modo. Le “Resistenti” non sono solo le donne arruolate, ci sono ragazze e donne che si offrono volontarie per diverse mansioni: dal cucire le tende per mimetizzare i mezzi militari all’addestramento all’uso delle armi, alle donne dirette all’alba in basi militari segrete e nascoste nelle foreste. Per accedere all’addestramento occorre il controllo del passaporto per evitare infiltrazioni russe.

Le donne, come riporta il settimanale del Corriere della sera “IO donna”, ucraine o russe, pro o contro Putin, al fronte o profughe sono icone di resistenza per tutto il mondo.

Eccone una rapida carrellata:

la giornalista russa Ovsyannikova che interrompendo il notiziario TV ha invitato il suo popolo a reagire recando un cartello con su scritto “Stop alla guerra”, a cui è seguito un arresto e un interrogatorio violando il diritto alla difesa.

Maria Zakharova, che è soprannominata “La voce di Putin”, ed è portavoce del Ministro degli esteri russo.

Olena Zalenska, la first lady ucraina, attivista a sostegno della resistenza. 

Inna Derosova, in prima linea come medico militare, uccisa lo scorso 26 febbraio ha ricevuto il titolo di “Eroe dell’Ucraina”.

A questa lista di donne in prima linea si aggiungono le donne comuni, con la loro opera silente, che vivono, temono, scappano con i propri bambini per acquisire lo status di profughe o rifugiate.

Sono il simbolo della resistenza, il simbolo delle conseguenze di una guerra ingiusta dalla quale, in brandelli, fuggono dalle  loro case per sottrarsi ai bombardamenti, alla ricerca di un posto sicuro che non sarà mai assolutamente sicuro, in una guerra che non è solo una guerra di trincea, non è una guerra che colpisce solo basi militari, ma anche obiettivi civili. Sono donne, mogli, madri, sorelle. Sono il simbolo di un momento storico che pensavamo di aver superato dopo le guerre del ‘900.

Tra le altre, c’è la donna incinta evacuata da un ospedale e poi morta insieme al neonato che ci dimostra come la vita non ha sconfitto la morte e che la speranza racchiusa nella nuova vita è stata tradita, perché la guerra è più forte. Poi ci sono le donne in cammino con i loro bambini tra le braccia che recano tutto il peso della vita, di una vita che è stata ingiusta e si ritrovano a nascondere le atrocità della guerra ai loro piccoli.

Non ci resta che concludere con le parole della canzone “Imagine” di John Lennon: “The world will be as one”.

Auspichiamo, dunque, ad un mondo in cui non ci siano confini e se così facendo potremmo sembrare troppo idealisti e cosmopoliti, auspichiamo almeno ad un mondo in cui i confini non siano soglie da varcare con l’obiettivo di annientare la sovranità nazionale esercitata legittimamente da uno Stato sovrano su un determinato territorio.

Beatrice Macrì